Scandali pubblici: una sola reazione ha senso economico

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Le cozze pelose del sindaco progressista di Bari, Emiliano, e i palazzi venduti a giudici e politici.  I pacchi di milioni della Margherita, spariti non si sa dove. Quelli che mancherebbero nel contro incrociato tra An e i due tronconi derivanti, dopo la rottura tra Fini e Berlusconi. Gli avvisi di garanzia al Consiglio regionale della Lombardia, e le indagini sulle tangenti Pdl-Lega. Il sospetto che lambisce anche l’integerrimo Errani, per un milione di euro dato dall’Emilia Romagna 7 anni fa a una cooperativa guidata dal fratello per un progetto industriale. La retata in provincia di Napoli che spalanca le porte del carcere a 16 giudici tributari. Mi fermo alle ultimissime di cronaca, a quelle dell’ultima settimana. Che il presidente della Repubblica abbia sentito l’urgenza di un appello al ritorno della moralità dei partiti e della politica, è quasi scontato oltre che giusto, visto che i casi incrociano l’intero asse destra-centro-sinistra. Oltre a investire, tutte le volte che le indagini coinvolgono assessori e presidenti, apici e pezzi della pubblica amministrazione al servizio della discrezionalità politica. A questo fior fior di coinvolgimenti in inchieste per malversazioni pubbliche, diciamo che le reazioni possono essere di almeno tre diversi tipi. Una sola, però, è quella che economicamente ha senso.La prima è quella moralistica. Variamente improntata a toni di condanna morale più o meno retoricamente prossimi allo sdegno e all’invettiva generalizzata in taluni casi, più spesso riservati  invece soprattutto ai politici coinvolti in indagini ma appartenenti ad altra area politica, rispetto a quella cui va la simpatia esplicita o taciuta dello sdegnato. Appartengono d’elezione a questa schiera gli “indignati”, categoria che in questi ultimi anni anni ha finito per entrare a vele spiegate nel dizionario politico. Inglobando insieme, in un unico lemma, sia gli antimercato sia gli antipolitici, i palingenisti  convinti che sia l’illuminazione della religione dell’umanità su questa Terra a evitare il male. La pecca numero uno di questa reazione è quella che da sempre priva di efficacia reale il savonarolismo e il catarismo manipulitista: su questa Terra l’uomo è imperfetto. Il virtuismo monda-difetti va bene come tecnica retorica acquista-consensi, e come tecnica per la presa del potere da parte di minoranze inquisitoriali. Poi, assurti al potere, saranno eventualmente magistrati non indipendent a garantire che l’etica del potere resta monda e ad essere corrotta è solo quella degli oppositori.

C’è poi la seconda reazione. Quella radicatissima, per ottime ragioni, nella democrazia moderna. La reazione weberiana, ispirata al Politik als Beruf. Il grande sociologo-economista tedesco è stato il primo a studiare e tipizzare il fondamento del pubblico amministratore nell’ambito di macchine statali non più al servizio del sovrano, ma del cittadino. E approfittando dell’anfibologia della parola germanica, il suo Beruf indica sia “vocazione” che “professione”. Per evitare il Machtpolitiker, il “politico di potenza” che bada solo demagogicamente a confermare ed estendere a qualunque costo il proprio potere, ecco che la macchina politico amministrativa va sottoposta a controlli ex ante ed ex post, per impedire che il politico-amministratore compia attraverso di essa transazioni  e scambi come di diritto privato, offrendo servizi e concedendo facoltà al privato in cambio da questo di sostegni e  favori.

Rispondono a questa impostazione weberiana dichiarazioni apodittiche di garanzia ex ante come il nostro articolo 97 della Costituzione, in materia di imparzialità e indipendenza della pubblica amministrazione, e in tale versione discendono storicamente dalla pesante eredità della filosofia del diritto di tipo idealistico-hegeliana, e dalla sua idea di “Stato etico” come RechtStaat, cioè impregnato di un superiore spirito del tempo. Ma appartengono allo stesso filone hegelian-weberiano anche i controlli ex post di tipo penale, rappresentate delle maxi indagini della magistratura che anticipano col massacro mediatico-giudiziario in fase d’indagine il vero processo sanzionatorio.

So che molti non saranno d’accordo, convinti da due decenni in Italia che l’azione magistratuale nella sfera degli impropri comportamenti della PA risponda invece a una logica di filosofia morale e del diritto d’impianto kantiano. Mi tengo invece la mia opinione, che non è quella di Repubblica e Corriere. La morale kantiana è personalista, l’orizzonte della sua indeclinabilità imperativa è rigorosamente individuale, non quello della costruzione del consenso allo Stato o a un’idea di Stato. Tutte le volte che pensatori e giornalisti spacciano un’idea di Stato e di parte politica collettiva come kantiana, approfittano dell’ignoranza diffusa e dell’avversione che anche  negli ignari s’ingenererebbe nel dire la verità: e cioè che è hegeliana e idealista l’impronta  di chi  identifica in Stato o in una parte politica l’Assoluto dello Spirito in atto nella Storia. Per la definizione e dimostrazione di “Hegel profeta dei totalitarismi”, rinvio a Karl Popper.

In Italia, queste due prime reazioni agli scandali politico-amministrativi sono classicamente prevalenti,  Per tante ragioni dovute in sostanza alla ristretta evoluzione delle nostre classi dirigenti, tutte egualmente devote nel Novecento all’idea che fosse lo Stato a doversi far mallevadore e garante di sviluppo e diritti, in un Paese arrivato tardi a industrializzazione e democrazia, tranne naturalmente esser tra loro divisi su quale fosse poi l’idea etica di Stato da realizzarsi davvero, in maniera fieramente contrapposta . Tanto nella Prima che nella Seconda repubblica, Berlusconi come elemento divisivo ha sostituito l’Occidente corrotto idolo polemico 50ennale del campo filosovietico con l’UOMO corrotto da sottoporre a giudizio penale, da parte del campo virtuistico-progressista (Attenti: è un giudizio storico, Non significa che io sia niente affatto d’accordo su come Berlusconi si è concretamente comportato: anzi il suo pessimo bilancio svilisce e impedisce cittadinanza intellettuale a quelli che la pensano come me).

C’è poi una terza reazione possibile. Assolutamente minoritaria tra le classi dirigenti e nei media del nostro Paese. Si ispira alla teoria del pubblico amministratore dimostrata ed elaborata da Ludwig von Mises, James Buchanan, Northcote Parkinson, William Niskanen, Jean-Luc Migué,  Gerard Bélanger, Ronald Wintrobe. E’ la moderna teoria discrezionale del politico-amministratore pubblico. Essa ne studia il comportamento in quanto soggetto economico che agisce fuori dal mercato, senza cioè concorrenza altrui nell’esercizio delle proprie funzioni e nella formazione dei propri costi intermedi e finali. Per questo massimizza per sé l’utile monopolistico come e meglio di ogni cartello oligopolista privato. E lavora per estendere nella discrezionalità il recinto delle risorse intermediate, il numero dei propri dipendenti, la complessità autorigenerante delle procedure da amministrare.

Questa terza reazione porta alla conclusione che il vero rimedio agli scandali politico-amministrativi non è l’uomo nuovo in Terra predicato dai savonaroliani, e non è nemmeno la garanzia ex ante costituzionale d’imparzialità della PA e lo smascheramento del suo dirazzare ex post ad opera di zelanti magistrati. E’ invece la riduzione della macchina pubblico-amministrativa alle sue funzioni più essenziali e con minimo ricorso a personale e procedure internalizzate, e con massimo impiego invece di risorse esternalizzate e sussidiarie.

Naturalmente, in Italia a dire cose simili si passa per lunatici. Ma tutte le grandi riforme pubbliche di Paesi avanzati divenuti iperstatalisti e inefficienti sono passate attraverso l’adozione di tale terzo criterio: si trattasse della Svezia o della Polonia o della Germania. I privilegi della Casta , da noi  confusi con cattive prove date esclusivamente da un pessimo ceto politico, si devono invece al vecchio eterno paradosso dei pubblici guardadighe olandesi. Allorché esse ancora di legno erano fatte, le Sette province Unite disposero che pubblici funzionari fossero premiati per l’abbattimento di ogni singolo ratto muschiato, allora nemico numero uno delle tenuta  delle dighe. Rapidamente, i guardadighe capirono che era meglio consentire in primavera ai ratti l’accoppiamento, invece di abbatterli in autunno. Così, per ogni coppia abbattuta ne sarebbero sopravvisssuti 15, l’impiego sarebbe rimasto in eterno, e l’onere per il contribuente sarebbe salito insieme al premio ai pubblici dipendenti.

La risposta al problema dell’inerfrficienza e degli scandali pubblici non sta in una presunta virtù dei “tecnici” sui vecchi “politici”. Sta nello Stato magro, l’unica maniera per non farlo abusare è tenerlo a stecca come un bulimico patologico irreversibile.

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