TAV, Brindisi etc: la natura mistico-identitaria della scelta altero-civiltaria

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Stamane a radio24 puntata dedicata all’addio all’Italia di British Gas, dopo 11 anni attesi invano per far partire il rigassificatore di Brindisi su cui si era impegnata. Nel Galles un impianto analogo, di cui nello stesso 2001 è iniziata la procedura autorizzativa, è attivo da 5 anni. Puntuali, da coloro che hanno obiettatato all’impianto tra VIA, impugnative e inchieste amministrartive e giudiziarie, le osservazioni di non capire che il problema era “ben altro” di quello da me sollevato. Cioè dell’impossibilità per un Paese serio di poter continuare a decidere con un complesso di norme tanto scassate, senza tempi certi, con la tutela dei terzi aperta a qualunque grado del procedimento. E’ un argionamento che vale anche per la TAV, come pert tutte le diverse 331 opere pubbliche di ogni tipo a cui nelle diverse regioni italiane si dice no no e poi no da anni e anni. Sono tra coloro che negli anni hanno indicato la necessità di una procedura diversa per l’ascolto pubblico preventivo alla realizzazione di opere infrastrutturali. Con la Fondazione Res Publica, insieme ad Astrid guidata da Franco Bassanini e a Italia Decide da Luciano Violante, tutte e tre associazioni bipartisan volte a offrire soluzioni ai colli di bottiglia italiani, partendo dalle migliori pratiche straniere. Il governo Monti e Corrado Passera hanno fatto proprie le indicazioni del débat public francese, che prevede tempi certi e inderogabili – sei mesi – per il coinvolgimento dei cittadini, e poi limiti precisi alle impugnative amministrative, alle varianti di costo e progetto, agli oneri compensativi. Senza tempi certi di realizzazione e senza ritorni precisi sul capitale e sulle modalità di copertura degli oneri – tra tariffe amministrate, prezzi di mercato e apporti pubblici a ritorno differito – l’Italia non è in grado né di attirare i capitali privati necessari a sanare il suo gap infrastrutturale, né di placare – a finanza pubblica commissariata – la fame di opere aggiuntive che ogni comunità tenta di incardinare su un progetto nazionale.

Ma sulla TAV in Val di Susa non sarà il débat public a risolvere il problema. Significherebbe ricominciare ancora una volta da capo. Dopo 15 anni. Dopo 3 progetti diversi. Dopo il cambio di marcia effettuato proprio per l’ascolto territoriale, con l’osservatorio guidato dall’architetto Mario Virano: 6 anni fa. La questione NO TAV da anni non ha più a che vedere coi costi-benefici dell’opera – su quello, abbiamo dubbi anche noi liberisti dell’Istituto Bruno Leoni, come vedete dai post in questi giorni di Arrigo come in tutti quelli accumulati sul tema.

La TAV è divenuta tanti anni fa strategica – e come tale considerata da tutti i successivi governi in carica, anche dall’attuale – perché altrimenti il corridoio 5 Lisbona-Kiev della rete TEN europea passa sopra le Alpi. L’impegno pubblico iniziale italiano nel primo decennio è sceso a 2,7 miliardi. Comunque non pochi. Ma da tempo non è più su questo, il confronto.

Il movimento NO TAV non è omogeneo, è sempre un errore generalizzare. Ma nel più delle figure di riferimento del movimento, in valle come fuori, da anni ha il sopravvento una piega ormai mistico-identitaria. Il no all’opera sfidando i limiti posti dalla legge, ogni elementare preservazione del diritto ad aprire i cantieri previsti, a effettuare le prospezioni in ritardo di anni, a svolgere il proprio onesto mestiere senza essere scambiati per odiate giacche blu che espropriano i nativi americani dei loro monti sacri. C’è del calcolo, nella mistica identitaria. Contro la logica capitalista, l’unica regola è non avere regola. Il che non significa essere terroristi. Anche se frange insurrezionaliste ci sono, è miele per loro ogni scontro “altero-civiltario”. Significa che a un “pubblico” che si fa garante del mercato va opposta l’imprevedibilità di tempi e azioni. Ciò che fa saltare ogni  logica di mercato, visto che lo sconto di risorse e tempo è il modo in cui il mercato funziona, l’unico per allocare risorse certe a scopi che devono essere realizzati entro limiti ragionevoli di prevedibilità. L’irragionevolezza è programmatica. E’ la vera alternativa al mercato. La via dei sentimenti e del cuore. L’eterna presa altero-civiltaria, per chi pensa che l’uomo debba restare fermo alle sue radici, non farsi manipolare da ciò che ne snatura l’essenza. Auguri al governo Monti. Spero di sbagliare, ma come tutti i governi precedenti da 10 anni, finirà prima dell’irragionevolezza mistico-identitaria dei NO TAV.

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