I dubbi sui soldi facili BCE-Draghi

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Da Panorama Economy

Ora  che la BCE di Mario Draghi tra gennaio e febbraio con le due maxi aste di liquidità sembra aver placato la domanda a breve dei mercati se l’euro fosse dotato sul serio di un’istituzione capace di esprimere in tempi rapidi la piena e inequivocabile volontà di rendere disponibili strumenti finanziari adeguati a fronteggiare qualsiasi necessità per quanto estrema, pur di impedire il collasso dell’euro, per molti osservatori anche per l’istituto centrale europeo è tempo di interrogarsi sulle politiche non ortodosse che ha intrapreso. Per la FED, il dibattito è aperto da tempo. Per la BCE, ci ha pensato la Bundesbank ha squarciare il velo del consenso. E’ ovvio che ai più sembrino obiezioni  accademiche e lussi da teoreti, rispetto all’esigenza di far scendere gli spread salvando insieme le banche, ed evitare il collasso del credito come degli Stati. Tuttavia è bene non perdere di vista i complessi problemi posti da politiche monetarie “creative”.

In America, di fatto, Ben Bernanke non si è comportato come la sua produzione teorica pre-crisi lasciava intendere. Quando nel 2003 era accademico in cattedra e contemporaneamente governor della FED, in una arcifamosa seduta dell’Open Market Commitee della banca centrale americana illustrò quanto sarebbe stato opportuno e anzi doveroso fare, da parte del banchiere centrale americano, in caso di una crisi tanto severa per affrontare la quale già si fosse scesi a tassi zero e negativi. Below the zero bound è diventata per questo la sigla delle politiche monetarie non ortodosse. Ma in quel giugno 2003 Bernanke arrivò a parlare di tagli alle tasse per stimolare l’offerta finanziati dalla politica monetaria, e di innalzamenti dell’inflation targeting verso il 4% annuo: cose entrambe che non ha messo in opera da presidente FED, praticando invece un’estesissima politica di acquisti di asset illiquidi attraverso il Quantitative Easing 1 e 2. Per chi volesse approfondire, è appena uscito un suggestivo paper di Laurence Ball della Johns Hopkins. Fatto sta che alla prova del nove Helicopter Ben ha preferito sostenere i corsi bancari e azionari, non lo stimolo diretto monetario all’economia reale.

Per la BCE di Draghi, sono passate ancora pochissime settimane per consentire agli studiosi riflessioni approfondite e sistematiche. Finora son riuscito a trovare un solo paper dedicato alla LTRO, puramente descrittivo (è di Robert Dubois del Bard College del Levy Economics Institute). Se cercate sulla piattaforma SSRN  papers con Draghi come parola chiave nel titolo o abstract, escono solo 12 studi tutti inerenti al Testo Unico della Finanza e alla corporate governance.

In sintesi, la comunità accademica è indietro, nell’esaminare la svolta BCE. Ma ci ha energicamente pensato il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ad attaccare duramente con una lettera rivolta direttamente a Draghi, rivelata la settimana scorsa dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Weidmann ha chiesto che la BCE chieda collaterali seri per le esposizioni a favore di eurodeboli nel sistema Target2, che vede in primis Bundesbank esposta per circa 600 miliardi. Fuor di metafora,  la Buba chiede che in cambio di acquisti e scoperti a favore di grecia, Spagna, Portogallo (e, implicitamente, Italia) si mettano sotto ipoteca asset immobiliari e mobiliari pubblici. Nel board di Francoforte la cosa non è piaciuta per niente, un vero colpo basso proprio mentre la BCE guadagnava la stima europea e mondiale col suo trilione di euro fornito alle banche all’un per cento per tre anni, a collaterali da rottamare.

Pensatene quel che volete in termini di oiportunità, ma alcune domande vanno tuttavia poste.  Sono in questo d’accordo con Tyler Cowen, che sul suo stimolante blog  ne ha scritto senza peli sulla lingua. Il trilione di euro fornito alle banche europee è di poco inferiore al totale del senior debt bancario che andava in scadenza nel triennio 2012-13-14, secondo la stima di Goldman Sachs. In parole povere, BCE evita alle banche il ricorso al mercato. Che cosa faranno, gli istituti bancari? Torneranno al mercato solo tra 3 anni? Ma se fosse così,a che prezzo a quel punto? Faranno maturare il loro debito, il cui yield medio è non inferiuore al 3,5% rispetto all’1% chiesto dalla BCE? Oppure assisteremo a nuove nazionalizzazioni bancarie, se l’economia reale degli eurodeboli resterà a segno meno pur in presenza di una frenata dell’euroarea a questo punto meno severa di quanto apparisse fino a 5-6 settimane fa? Sono queste alcune delle domande più gravose poste dalla LTRO della BCE. Domande scomode. I tedeschi, per conto mio, fanno bene a sollevarle.

Anche perché l’effetto della liquidità straordinaria per esempio sul sistema bancario taliano rischia di essere paradossale.  Le banche sono tornate ad acquisti in massa di titoli pubblici, e il governo è giustamente contento poiché lo spread scende.  Ma al contempo grazie alla provvista europea le banche italiane rinviano – con l’accordo pieno di politica e regolatore Bankitalia – le decisioni che dovrebbero assumere su governance, piante organiche gravate da cronico esubero di dipendenti e dirigenti, e diluizione nel loro controllo di quell’ircocervo solo italiano che sono le fondazioni bancarie.  Un farmaco salva tempo è essenziale.  Ma se la patologia può arrivare presto a fasi terminali allora serve una terapia diversa, altrimenti il tempo guadagnato è solo un’illusione.

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