L’odore dei soldi e il male oscuro dei partiti – di Pier Luigi Petrillo

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Pier Luigi Petrillo.

Siamo alle solite: scoppia lo scandalo (Lusi in questo caso) e tutti urlano, prendono le distanze, si vergognano e, soprattutto, sembrano finalmente accorgersi – stupiti come un bimbo che vede la prima neve – che manca trasparenza nei bilanci dei partiti. Oibò, che sorpresa! Così, per fare fronte a questa nuova ondata di moralismo, fioccano le idee geniali (tradotte in disegni di legge) come quella di permettere alla Corte dei Conti di controllare i finanziamenti alla politica.

Peccato che la Corte dei Conti già lo faccia. E proprio leggendo il “Referto ai Presidenti delle Camere sui consuntivi delle spese e sui relativi finanziamenti riguardanti le formazioni politiche che hanno sostenuto la campagna per le elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica del 13 e 14 aprile 2008” licenziato dal Collegio di controllo sulle spese elettorali della Corte dei Conti il 4 novembre 2009, si scoprono tante cose interessanti.

Tale “Referto” è, infatti, la relazione conclusiva dell’indagine svolta dalla Corte dei Conti ai sensi dell’art. 12 della legge 10 dicembre 1993 n. 515, secondo cui, appunto, un apposito Collegio della Corte controlla i consuntivi delle spese sostenute dai partiti in campagna elettorale e i finanziamenti da questi raccolti; consuntivi che devono essere trasmessi alla Corte entro 45 giorni dall’insediamento delle nuove Camere. Ebbene, da questa relazione emerge chiaramente come tutte le formazioni politiche abbiano ricevuto contributi da soggetti privati ma non si capisce da chi, né tanto meno per quale valore: così, per limitarci ai principali partiti rappresentati in Parlamento, si apprende che il Popolo delle Libertà ha dichiarato fonti di finanziamento per euro 53.673.186,58, costituite da libere contribuzioni in denaro, servizi e debiti verso fornitori; la Lega Nord per euro complessivi 334.150,00 di cui sovvenzioni da persone fisiche per euro 12.800,00 e sovvenzioni da persone giuridiche per euro 321.350,00; l’Unione di Centro per euro 20.864.206,44 relative interamente a fondi associativi del Partito; il Partito democratico per euro 19.787.787,06 costituite da contributi da persone fisiche e persone giuridiche, servizi resi dai Democratici di sinistra e dalla Margherita, mezzi propri e debiti verso fornitori; l’Italia dei Valori per euro 3.424.073,64 costituite da a) libere contribuzioni da persone fisiche euro 60.000,00; b) libere contribuzioni da persone giuridiche euro 50.000,00; c) risorse proprie euro 2.314.073,64; d) aperture credito c/c euro 1.000.000,00.

Ma chi si nasconde dietro la voce “mezzi propri” o “risorse proprie”? Da dove provengono? Quali “mezzi”? Non è dato sapere ed è spesso dietro a questa voce che si nasconde il male oscuro dei partiti. Infatti, indicando in bilancio che il finanziamento delle campagne è avvenuto “con mezzi propri”, cioè attingendo a fondi del proprio bilancio o impegnando importi della futura erogazione del contributo elettorale, si impedisce alla Corte dei Conti di verificare l’effettiva origine del finanziamento poiché tale indicazione è sufficiente a dare prova liberatoria di esaustiva copertura della quale il referente della formazione politica si assume la responsabilità (come osservato dalla Stessa Corte). Infatti, secondo l’orientamento della Corte di Cassazione (cfr. sentenza n. 1352 del 1999), il controllo di legittimità e regolarità della Corte dei Conti non può estendersi alle risorse proprie tratte dai bilanci dei singoli partiti e, di conseguenza, è sufficiente il richiamo a quella formula per rendere oscure le fonti di finanziamento dei partiti.

A ciò si aggiunga che in Italia non è obbligatorio dichiarare il nominativo di chi finanzia i partiti per meno di 50.000 euro a singolo contributo: in Gran Bretagna la soglia oltre cui è obbligatorio indicare chi paga è di 500 sterline; negli Stati Uniti d’America di 50 euro.

Un tempo si diceva che i soldi non hanno odore. Ora, pensando ai bilanci dei partiti, si deve dire che i soldi non hanno nome. E puzzano, eccome. E adesso facciamo finta di stupirci anche di questo….

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