Professional day, vittoria della conservazione

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Si tiene oggi il professional day, la giornata di mobilitazione di tutte le professioni tecniche e che, un tempo, si sarebbero dette “liberali”. E’ stata convocata quando il decreto legge governativo sulle liberalizzazioni si annunciava come un morso profondo contro le troppe esclusive e privative di cui ancora godono, le tante norme  che ostacolano l’ingresso di nuovi concorrenti e iper tutelano categorie di atti e fasce di servizio e prodotto che esse sole possono offrire. Ma la giornata odierna avrà un senso molto diverso, rispetto alla protesta iniziale di quando è stata convocata. Sarà la giornata della vittoria. Perché in parlamento le forze politiche che sostengono il governo hanno innestato la retromarcia rispetto a norme che già di fatto erano assai più modeste di quelle attese. In buona sostanza, sono state accolte il più delle richieste avanzate da avvocati, ingegneri, architetti e via proseguendo. Di conseguenza, come su moltissimi altri capitoli di un decreto troppo enfaticamente battezzato cresci-Italia, le buone intenzioni si sono perse per strada. E resta praticamente solo la riuscitissima operazione mediatica, sulla scena italiana e sui quella europea mondiale, che comunque all’immagine dell’Italia male non fa. Ma rende assolutamente lunari le stime di crescita aggiuntiva di un punto di Pil ogni anno per dieci anni, che campeggiavano nella prima pagina della relazione di accompagnamento del decreto.
E’ caduto l’obbligo di preventivo al cliente. La norma che prevedeva l’abolizione delle tariffe minime viene aggirata dal fatto – vedi decisione del Tribunale di Roma, proprio ieri – di tenerle comunque saldamente in esistenza per il contenzioso e le decisioni giudiziali. Persino la norma  che prevedeva il tirocinio pagato con incentivi di Stato mentre si frequenta ancora ancora l’Università perde l’obbligo retributivo della versione originale. E di conseguenza  moltissimi giovani continueranno a svolgere pratica di studio pagati meno delle segretarie, e senza alcuna certezza per anni di poter un giorno diventare associati. La possibilità di studi professionali con ingresso di società di capitali è stata fortemente ristretta, in nome del no ai grandi studi iperspecializzati, innervati in forme giuridiche e dotazioni patrimoniali  più coerenti all’odierno mercato.
Criticare, come qui si sta facendo, espone a controcritiche durissime da parte di chi esercita la rappresentanza di ordini e professioni. Lo so bene da anni. E da liberista impenitente ho imparato a distinguere la qualità e l’apertura di chi esercita la rappresentanza. Perché c’è chi negli anni si ha molto più aperto a queste innovazioni, come i commercialisti, e chi invece nel mondo forense continua a ripetere che non c’è barriera alla concorrenza per il solo fatto di avere un esercito di 250 mila avvocati: metà dei quali o quasi concentrati ad alimentare per campare l’iperlitigiosità che dell’Italia è problema, e con altre decine di migliaia in fila a svolgere il loro stesso mestiere in condizioni di sfruttamento molte volte assolutamente indegne.
Tuttavia vorrei che fosse chiaro. Le critiche alla chiusura che ancora una volta ha finito per prevalere non significa affatto disconoscere il patrimonio di impegno, dedizione e professionalità che queste figure essenziali rappresentano nella nostra Italia. Il punto è tutt’altro. Pensiamo per un secondo ai notai. Quando nell’ordinamento italiano fu loro affidato il compito di una validazione di legalità ex ante, alla stesura stessa di molti atti e nei confronti dei loro stipulanti, reciprocamente tra loro e nei confronti dello Stato, eravamo nell’Italia pre repubblicana, una nazione ancora agro-pastorale. Ora non ha più senso, tenere in vigore la stessa lista di esclusive affidata loro decenni fa: moltissimi atti di esclusiva pertinenza notarile possono essere aperti, a seconda delle diverse tipologie, alla concorrenza di avvocati, commercialisti e persino geometri e periti tecnici.
Oppure, pensiamo ai farmacisti. Anche nel loro caso, l’errore è quello di tenere come esclusiva delle farmacie l’attuale classificazione dei farmaci loro riservati. A cominciare da quelli di fascia C. Invece il governo ha deciso di tenere notai e farmacisti esattamente al riparo delle loro privative, come prima, decidendo solo di aumentare il loro numero.
Ma aumentare l’offerta di monopolisti pianificata centralmente dallo Stato non ha nulla a che vedere con una liberalizzazione. Estende solo il numero dei privilegiati.
Noi povere mosche bianche liberiste, noi dell’Istituto Bruno Leoni che da tempo elaboriamo  quel rapporto annuale sulla perdurante bassa concorrenza nei più diversi settori dell’economia italiana con il quale moltissimi media hanno illustrato nei primi giorni la necessità del decreto annunciato da Monti, continueremo a dire e ripetere che occorre tutt’altra chiarezza e coraggio, nel recuperare i tanti ritardi accumulati. Anche nel mondo delle professioni. Senza mancare di rispetto a nessuna di esse. Con la piena consapevolezza che un Paese avanzato ha bisogno delle loro preparazione. E che in molti Paesi europei le cose vanno in questa materia come in Italia e peggio che in Italia.
Ma a ispirarci non è il desiderio di un ipotetico darwinismo professionale, come vorrebbe la replica che ci viene rivolta. Al contrario, è proprio per gli ostacoli alla concorrenza oggi persistenti, che alla fine i figli degli avvocati sono avvantaggiati a fare gli avocati, e via proseguendo per ogni libera professione.
Il professional day di oggi è la rivincita del vecchio adagio italiano che non si cambia senza codecisione, e che la codecisione guarda all’indietro invece che in avanti. E’ la conferma che se il goevrno è stato troppo prudente, io partiti restano troppo porosi a interessi elettorali conservativi  (anche qui distinguendo, c’è stato chi in Parlamento ha presentato emendamenti migliorativi, dalle banche all’energia, assai meno sulle professioni). Peccato, noi avremmo preferito una politica che dicesse a tutti: “dobbiamo riservare a ciascuno e a voi tutti la stessa giusta decisione con cui abbiamo imposto a centinaia di migliaia di italiani, da un giorno all’altro, di lavorare anni in più prima della pensione che avevano a portata di mano”. Invece, niente. Una Repubblica che continua a trattare alcuni da figli e altri da deboli figliocci, assomiglia purtroppo alla fattoria degli animali di George Orwell.

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