Liberalaizescions

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Nicolò non ha ancora deciso cosa farà da grande. Sta valutando diverse ipotesi, ed assumerà un orientamento fra un paio di mesi, quando compirà il primo anno di vita. Nel frattempo però gli piace poter pensare che nessuna strada gli sarà preclusa. O almeno che così dovrebbe essere. Ecco perché aveva accolto con vivo compiacimento l’annuncio di un piano di liberalizzazioni. Nel suo linguaggio impreciso, lui le chiama liberalaizescions, forse influenzato dalle recenti apparizioni televisive del molleggiato.

Alla fin dei conti, però Nicolò è abbastanza deluso.

Nel suo radicalismo infantile, Nicolò crede che ciascuno dovrebbe esser libero di svolgere l’attività economica che più gli aggrada, con i soli limiti fissati della legge penale (e anche su molti di quei limiti ci sarebbe da discutere). Starà alla sua capacità, e un po’ anche alla sua fortuna, trovare chi lo compenserà, sia esso un datore di lavoro o direttamente un cliente.

Con qualche fatica Nicolò riesce ad ammettere che per l’esercizio di alcune attività possa essere richiesta una abilitazione: ad esempio,  se vuoi fare il tassista, devi saper guidare l’auto e conoscere le strade. Ma, una volta ottenuta l’abilitazione, ciascuno dovrebbe esser libero di svolgere l’attività per la quale è qualificato.

Quindi Nicolò pensava che le liberalizzazioni dovessero consistere nello smantellamento di quelle bardature che limitano la possibilità di ciascuno di perseguire le proprie scelte di lavoro e di intrapresa. Ma è rimasto deluso. Per poter svolgere molte attività occorrerà ancora rientrare in un numero chiuso di autorizzati. Così continuerà ad essere per i farmacisti, i notai, i tassisti.

Nicolò comprende che è ragionevole una certa gradualità nel passaggio dall’offerta limitata all’offerta libera. Ad esempio, molti tassisti hanno pagato con i propri soldi la licenza; la totale liberalizzazione immediata li metterebbe sul lastrico. Per questo Nicolò trovava ragionevole la proposta dell’Istituto Bruno Leoni di avviare la liberalizzazione concedendo una seconda licenza commerciabile ai tassisti attuali. Ma l’obiettivo dovrebbe esser chiaro: giungere a un sistema nel quale il numero dei tassisti sia governato dalla libera interazione fra domanda e offerta.

Così non era prima delle liberalizzazioni del governo Monti; e così non sarà neanche dopo. Forse aumenterà il numero dei tassisti,, dei notai, dei farmacisti. Ma sarà sempre un numero chiuso.

Si dice: ma se il numero chiuso si fa più largo, non è già qualcosa? Nicolò non ne è così sicuro. Ha sentito dire che esiste una cosa chiamata economie di scala: con l’aumento delle quantità prodotte (del numero di atti stipulati, dei farmaci venduti, delle corse di taxi compiute) il costo medio unitario, entro certi limiti, diminuisce. Ma se aumenterà il numero dei taxi, delle farmacie, dei notai, la quantità prodotta da ciascuno di loro probabilmente si ridurrà, e i costi unitari aumenteranno. Se si resta all’interno di un meccanismo di numero chiuso, sembra a Nicolò probabile che chi fornisce i servizi in condizioni protette riuscirà a rovesciare i maggiori costi unitari sulla clientela. E ciò gli sarà reso possibile dal fatto che sarà comunque precluso l’ingresso sul mercato a nuovi entranti che, accontentandosi di remunerazioni inferiori o introducendo innovazioni tecniche e organizzative, potrebbero prestare il servizio a condizioni migliori per i clienti. Pur con le sue ancore scarse letture, Nicolò ha sentito già dire che la cosa veramente dannosa sono le barriere all’entrata, che interdicono quella concorrenza potenziale capace di spingere chi già opera nel mercato verso la frontiera dell’efficienza. Le liberalaizescions di cui si parla non rimuovono affatto le barriere all’entrata. Speriamo sia per la prossima volta. Nel frattempo, Nicolò è piuttosto scettico sulla possibilità che interventi tanto limitati possano produrre i magnifici e progressivi incrementi del reddito nazionale di cui si è parlato. E intanto ha cominciato a valutare se indirizzarsi verso un’attività protetta dal numero chiuso.

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