29
Feb
2012

La maxi asta Bce e l’illusione – meglio: l’errore – di Monti

Ok, ok. Anche oggi la seconda maxi asta di liquidità della BCE, triennale all’1% e a collaterali da rottamare, ha fatto rifiatare i mercati. 530 miliardi, più di quelli assegnati ingennaio, a 800 banche europee di cui 100 italiane, assegnatarie di 139 miliardi con Intesa a quota 24 e Unicredit oltre 12. E’ la BCE di Draghi con la sua LTRO, ad aver dato la spallata per abbassare gli spread. Tuttavia se analizziamo le cifre, dobbiamo concludere che ha ragione il presidente FED Ben Bernanke, che  oggi ha detto “l’Europa non è l’esempio da seguire”. Per l’Italia, dire che abbiamo fatto i compiti a casa e basta proseguire così è un colossale errore di cui pagheremo il prezzo. Nel solo mese di gennaio, le banche italiane hanno acquistato oltre 28 miliardi di euro di titoli sovrani italiani. Non ci lamentiamo poi se gli istituti di credito debbano stringere i cordoni della borsa da altre parti, alle prese come sono col rafforzamento dei requisiti di capitale, con la ripatrimonializzazione coatta imposta dall’EBA, e al contempo col doppio salto mortale – che piace alla politica e piace al regolatore bancario italiano, a me decisamente no  – di dover fare aumenti di capitale senza diluire le periclitanti fondazioni bancarie, oppure assecondando la loro intenzione di diluirsi ma in accordo con soci tali da esser prescelti al fine di non far loro venir meno il controllo delle banche medesime. E’ un aspetto essenziale della bassa crescita italiana, il credit crunch a famiglie e imprese. L’orizzonte di finanza pubblica resterà iper restrittivo – vedi l’ennesima evaporazione della promessa di restituire ai contribuenti almeno parte dei proventi della lotta all’evasione, e vedi il deludentissimo atto d’indirizzo del governo in materia fiscale 2012-2014 uscito oggi, con il quale Monti liquida ogni prospettiva di dismissioni di patrimonio pubblico per abbattere il debito, e si evita accuratamente ogni riferimento ad abbattimento di imposte e spese.  Ma altre alla finanza pubblica assetatat di entrate, anche il credito resterà improntato a forte austerità. Perché è sulle sue spalle, che inevitabilmente grava l’onere prioritario di sostenere il Tesoro nelle sue emissioni pubbliche, che in questo 2012 ammontano a oltre 20 punti di Pil.

Il drenaggio bestiale del sistema del credito a favore del pubblico è l’inevitabile effetto del fiscal compact. Sul quale l’ottimo buon Martin Feldstein ha appena scritto parole di un’esemplare chiarezza. Ma sì, è proprio lui, il 73enne economista con cattedra ad Harvard per 30 anni capo del National Bureau of Economic Research, capo dei consiglieri economici di Ronald Reagan col quale energicamente litigò èper l’eccessiva propensione al deficit pubblico del grande tagliatore di tasse repubblicano. Colui che nel 1997, prima dell’euro, ci aveva inutilmente avvisato del rischio inevitabile di azzardo morale di una moneta e di un tasso d’interesse comune tra mercati che restano separati, col risultato che i più deboli avrebbero approfittato dei più bassi tassi per crescere a debito, andare in bolla o fare entrambe le cose. Come puntualmente è avvenuto.

La tesi di Feldstein è quella di chi qui modestissimamente scrive. Gli eurovirtuosi nel 2011 hanno fatto capire con le buone e con le cattive che sarebbero stati disposti a una Transfer Union – le due paroline che fanno venire il pelo ritto a politici ed elettori tedeschi, fedeli come sono al vincolo contratto all’atto del recepimento del Trattato europeo pe ril quale non c’è aoiuto ad altri euromembri se non espressamente votato dal Bundestag – al solo patto di impossessarsi direttamente del controllo di finanza pubblica degli eurodeboli soggetti di aiuto. In altre parole: aiuti non automatici ma comunque discrezionali e mediati dalla valutazione degli eurovirtuosi, che avrebbero preso le redini di spese pubbliche e imposte degli eurodeboli. I francesi alla fine non hanno tenuto, per effetto della perdita della loro tripla A. Da quel momento, tedeschi, olandesi e finlandesi hanno fatto marcia indietro sull’ipotesi riservata di Transfer Union. Di conseguenza si è andati al fiscal compact: una formula che formalmente stringe molto le maglie del vincolo comune al pareggio di bilancio per tutti i firmatari con tanto di sanzioni automatiche, ma che di fatto lascia inevitabilmente lasca l’interpretazione sugli stabilizzatori automatici per il ciclo – ergo: deficit oltre il 3% di Pil – che verranno adottati da Paesi che continuano ad avere il Pil a picco e disoccupati a doppia cifra. Perché in realtà il fiscal compact è uno strato di belletto, sotto il quale le cose restano esattamente come da due anni a questa parte: è il mercato, cioè, che resta titolare del potere di incentivo e di sanzione, ogni giorno sugli spread, e asta pubblica per asta pubblica di ogni euromembro.

Solo che nel frattempo i compratori esteri del debito pubblico di euromembri si sono ritratti e hanno disintermediato, tranne naturalmente che per i titoli tedeschi e i pochi residui a tripla A, e molto ci vorrà prima che fondi e banche americane si rifacciano vivi in massa alle aste italiane, spagnole e portoghesi. Nel frattempo, il più delle emissioni sarà a carico delle banche di ciascun Paese membro dell’euro, e infatti quelle spagnole hanno acquistato in questi mesi titoli nazionali per un ammontare anche superiore a quelle italiane.

Attualmente, sono le superaste di liquidità della Bce a consentire comunque l’attenuazione della tensione sugli spread. Ma per un’economia come quella italiana, occorrerebbe che la politica capisse che bisogna approfittare della calma solo apparente per un energico abbattimento del debito attraverso massicce dismissioni pubbliche, e per tagli severi alla spesa immediatamente tradotti in alleggerimenti d’imposta senza compromettere l’avanzo primario. Dire invece che i compiti sono stati fatti e basta continuare dritti sulla stretta fiscale ad alta spesa pubblica e senza dismissioni, significa solo chiedere alle banche italiane di negare credito a imprese e famiglie. No, non mi piace per niente la sicumera cion cui Monti ha detto oggi “non preoccupatevi, arriverà presto il firewall europeo”. Il problema italiano è nato ben prima dell’euro, e qui si gioca a far finta di niente, passata la grande paura.

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21 Responses

  1. Giuseppe D'Andrea

    Non ho capito esattamente cosa ne pensa Giannino del secondo round di LTRO di Draghi e se questo modo di annaffiare i mercati anzi gli istituti di credito lo convinca. Bernanke dall’alto (basso) dei suoi due quantitative easing e all’Operazione Twist, non può dare lezioni a nessuno ne sotto il profilo morale e nemmeno sotto quello operativo, sopratutto dopo la sua ultima freddura; ‘La BCE è ben capitalizzata’, dovrebbe spiegare cosa intende con ben capitalizzato Bernanke quando mentre il bilancio della BCE ha raggiunto i 3.000 miliardi di Euro in asset con soli 82 miliardi di Euro in capitali a garanzia, dunque un rapporto di 3.000:82 è un buona capitalizzazione? Andiamo bene…

    Per il resto il parallelo informatico che fa Monti mi mette i brividi, più che il firewall temo che presto l’Europa ‘in nome dell’urgenza’ chiederà poteri speciali a tutti gli stati, poteri che dovrebbero portare alla tanto agognata unione politica da raggiungere a qualsiasi costo e a qualsiasi prezzo. Più che il ‘firewall’ mi sa che sta per arrivare l’hijacker e credo che Monti sia uno degli hacker dietro il progetto.

  2. Stiamo andando tutti felici (be’ quasi tutti) verso il crack up boom.
    Lo stato, pur di continuare a vivere e prosperare un giorno in più senza tagliare le spese su cui vivono i parassiti, ha deciso di confiscare tutta la ricchezza possibile nelle mani dei privati. Ed il metodo semplice è quello di inflazionare monetizzando il debito.
    Stanno semplicemente confiscando la ricchezza privata della gente che lavora per vivere. Non hanno risolto nessun problema, solo rimandato la soluzione rendendola più costosa e dolorosa. Le liberalizzazioni sono uno scherzo mentre le tasse e la volontà di far cassa sono serie.

    Tra meno di un anno saremo dove la Grecia è adesso.

  3. Marco Tizzi

    Mi gioco una nuova teoria complottistica: i Mario bros si erano messi d’accordo, con quello che sembra buono che doveva far passare “misure impopolari” mentre il secondo innondava di soldini freschi freschi la banche per far finta che il primo avesse ottenuto risultati straordinari.

    Il piano in se era anche buono. Non degno di Hannibal del A-Team, ma buono.

    Piccolo problema: il Mario che sembra buono ha fallito miseramente. L’intervento si è limitato ad una finanziaria alla Padoa Schioppa, pace all’anima sua. E quindi noi adesso ci troviamo nel bel mezzo di una recessione, senza aver fatto riforme, con famiglie e imprese con la testa dentro il cappio.
    Bella situazione.
    Come se ne esce?
    Mi tocca rispolverare un tema di gioventù: è finito il tempo delle riforme, è il tempo della rivoluzione.

  4. Rodolfo

    Egregio Giannino, alcune riflessioni sull’asta di oggi della BCE. Hanno partecipato all’asta anche alcune banche che NON APPARTENGONO alla zona euro.Mi riferisco al gigante inglese HSBC, la banca che ultimamanete ha avuto il profitto record nella sua storia e uno dei piu’ alti della banche occidentali, il suo profitto e’ stato il doppio della JP Morgan, anche l’inglese LLoydsTsb ha partecipato all’asta ma, quest’ultima e’ in brutte acque, ha registrato una perdita ultimamente.Mi chiedo come mai banche che non hanno problemi hanno partecipato all’asta?Chi e’ il folle che rifiuta prestiti al tasso del solo 1%?
    Riguardo agli eurobond per risolvere il problema del debito, come evidenziato
    da economisti americani sui giornali tedeschi, dare attuazione agli eurobond senza
    un’unione politica e’ un suicidio, la Germania dovrebbe seguire la politica economica francese, fra pochi mesi ci saranno le elzioni presidenziali in Francia, hai letto il programma di F. Hollande?Inizio a spiegartelo: tassazione del 75% sui redditi piu’ alti, anche quando ha presentato il programma qui in UK, i labour inglesi sono rimasti inorriditi. La Francia ha eletto negli anni scorsi L. Jospin, quello delle 35 ore settimanali, ora la Francia ha uno dei tassi di disoccupazione piu’ alti dell’eurozona.
    La Germania teme la Francia e non Monti, Monti non sarebbe mai cosi’ folle da attuare una tassazione del 75%.
    Distinti saluti

  5. ugo

    sono d’accordo con Mirco Rovanato: non c’è nessuna speranza. Non ho elementi razionali, ma l’intuizione mi dice che i tedeschi stanno pilotando manovre per mettersi in sicurezza.
    La bufera (di che la Germania contribuisce anche lei ha creare) sta arrivando. Presto si abbatterà sull’Europa. Simbolicamente i tedeschi stanno costruendo rifugi e ammassano fieno in cascina. Noi facciamo chiacchiere e quando la tempesta arriverà, saremo alla guazza e senza il becco di un quattrino perché saremo stati definitivamente derubati dagli sceriffi di questa casta che ci opprime. Allora si che saranno cavoli. Altro che Grecia, altro che Argentina.
    C’è chi dice che gli italiani sono ricchi perché hanno la casa di proprietà. Le pietre non si mangiano.

  6. Davide Gionco

    @ugo
    Concordo con Ugo e Rovanato, anche se probabilmente facendo anche altre analisi della situazione.
    Andando avanti in questo modo non c’è nessuna speranza.
    Andremo al tracollo, prima noi, e poi anche i tedeschi.
    Le pietre non si mangiano.
    Ma neanche gli euro si mangiano.

    Bisogna uscire da questa isteria dei parametri finanziari, di cui non si colgono più né il capo né la coda.
    Il tutto è in mano al sistema delle banche e della finanza, con pochi che si arricchiscono distruggendo l’economia reale di tutti gli altri.

    La chiave del problema è la privatizzazione della moneta, la cui creazione e distribuzione segue unicamente gli interessi dell’economia finanziaria, e non dell’economia reale.
    Gli strumenti ordinari delle banche centrali non sono più sufficienti a gestire la situazione, perchè da tempo si è perso ogni legame fra produzione di beni e servizi reali e la moneta.

    E’ necessario un ripensamento del sistema euro, o con una coraggiosa centralizzazione delle politiche fiscali e di sviluppo economico a Bruxelles o con un ritorno alle monete nazionali, mantenendo l’euro per le transazioni a livello europeo.
    E’ necessario modificare gli strumenti finanziari in modo che siano al servizio innanzitutto delle economie interne, prima nazionali e poi europea.

    Il ruolo delle banche deve essere ridimensionato.
    Non ha senso che siano loro a creare il 95% della moneta circolante, lasciando ai popoli, molto lontanamente rappresentati dalla BCE, un potere limitato al 5%.

  7. Massimo74

    Queste manovre porteranno solo nuove bolle finanziarie e la perdita di sempre maggiore potere di acquisto da parte delle categorie a reddito fisso.Tanto poi come sempre accade si darà la colpa ai cattivi speculatori o ai commercianti disonesti che aumentano indiscriminatamente i prezzi.E sarà l’ennesima occasione per la classe politica di aumentare ulteriormente la propria sfera di influenza nella vita dei cittadini aumentando spesa pubblica,tasse e regolamentazioni varie.
    E’ ora che il popolo si svegli e cominci a realizzare che, come diceva l’ex presidente americano Ronald Reagan (che pure non’è stato un liberista ed ha aumentato la spesa pubblica) “lo stato non’è la soluzione dei problemi, lo stato è il problema”.

  8. adriano

    A me viene da ridere.Le soluzioni come variabili indipendenti rispetto all’aggravarsi dei problemi.E’ divertente la baldanzosa sicurezza dei nuovi fenomeni.”Lo spread non salirà più.”Infatti il debito pubblico si è ridotto da 1.900 miliardi a 1.900 miliardi e quindi possiamo stare tranquilli.Potenza dell’informazione.Una volta la si chiamava in modo diverso.La propaganda insegna che ,se non se ne parla,un fatto non sussiste e la crisi scompare ,come per magia.Cosa succederà.Prego tradurre dal nuovo politichese del vecchio Berlusconi:”Tutto quello che sta facendo Monti è in continuità con quello che stavamo facendo noi.”Potenza della coerenza.Infatti,come è noto,al centro del programma del PDL c’era l’aumento esponenziale delle tasse.La fine ufficiale della politica ammette e prefigura il peggioramento prevedibile della crisi.Saranno pertanto necessari ulteriori improponibili interventi che per essere attuati dovranno vantare l’avvallo di tutti.Non si avvieranno nuovi percorsi ma si proseguirà la vecchia comoda strada della valutazione recessiva.Se non ci sarà opposizione.Ma chi la farà?

  9. staf48

    I problemi sono tanti e complessi, ognuno ne approfitta per tirare l’acqua al proprio mulino mettendo in luce solo la parte che gli fa comodo.
    A me personalmente interessano fatti, dati – per questo apprezzo enormemente l’informazione fatta da Giannino.
    Gli autorevoli commenti che ho sentito sulla LTRO e il pensiero che ci troveremo presto di fronte ad un altra bolla finanziaria fanno accapponare la pelle.

    Alla luce di tutto questo, vorrei rivolgere un invito all’ottimo Giannino: che ne dice di dedicare una trasmissione al tema “Che cosa é successo all’Islanda?”
    E’ stato il primo paese a fare bancarotta, ma non appartenendo all’area EURO (ed essendo piccolissimo) se ne é parlato poco. Ora non mi é chiaro se ne stia venendo fuori o no.
    So che il popolo ha rifiutato di accollarsi l’enorme debito verso i risparmiatori esteri mandando in crisi l’intero sistema politico. Le banche sono state (ri)nazionalizzate (erano state privatizzate non molti anni prima, alcuni sostengono che alla base della crisi ci sia stato il modo in cui questa privatizzazione é stata condotta).
    Ora si dà la caccia ai “banksters” che sono tutti scappati altrove.
    Le cause e gli sviluppi di quella crisi sono un’interessante prova del fatto che i “furbetti del quartierino” esistono a tutte le latitudini.
    Un video su YouTube racconta un pezzo della storia, per condannare il sistema liberal-finanziario ed esaltare la nazionalizzazione delle banche e la costituzione scritta “con l’intervento del popolo su Internet” come fulgido esempio di come si debbano risolvere (?) i problemi causati dal capitalismo selvaggio.
    Un po’ troppo comodo…
    mi piacerebbe molto sentire l’opinione di Giannino su quei fatti, sul modo in cui limitare gli eccessi di un sistema in cui il potere economico/politico/finanziario é detenuto da una cerchia troppo ristretta di persone.
    Lo studio dell’Islanda di ieri e della Grecia di oggi potrebbero aiutarci a capire l’Italia di domani.

  10. Giuseppe D'Andrea

    @staf48

    Ti prego non usare i termini della stampa, non è un rimprovero o una presa in giro, solo che quando leggo ‘furbetto del quartierino’ mi viene voglia di sparare al giornalista che ha partorito tale epiteto idiota.

    Premesso ciò (che non c’entra nulla), non serviva una prova per dimostrare che uomini onesti/disonesti, sono fra tutti i popoli del mondo magari può risultare nuovo per chi crede esistano ‘razze superiori’ ma non credo che questo si il caso in questione.

    La vicenda islandese è sintomatica; il paese ha adottato una politica “suicida” quando ha deciso di creare un enorme boom basato sulla finanza, l’idea di guadagnare sul rapporto fra debiti a breve termine e investimenti a lungo termine, con la Banca Centrale Islandese che irrorava di krone le banche era lucrativa e facile.

    Il caso volle che la banca centrale islandese fosse anche l’autorità garante dei depositi, dunque poteva monetizzare le proprie assicurazioni sui depositi, in modo da fornire tutte le krone che le banche avessero richiesto (qualcuno la chiamerebbe sovranità monetaria). Purtroppo la Banca Centrale Islandese garantiva anche depositi in valute straniere, qui nasce l’inghippo. Arrivata la bufera ed il conto, le banche andarono dal “creditore di ultima istanza” la banca centrale islandese, presentandogli il 1.100% del PIL, si il milleecentopercento. La BCI poteva inflazionare le krone ma non le valute estere, così il settore bancario fallì e la banca centrale appresso a lui. Fallito il creditore di ultima istanza, fallito tutto lo stato. Il ripudio del debito era l’unica soluzione possibile.

    Le minacce dei paesi esteri sono sterili, cosa possono fare i paesi stranieri ( a parte dichiarare guerra e conquistare il paese cosa che non avviene mai)? Non prestare più soldi all’Islanda e non accettare le krone islandesi al massimo. Lo stato islandese con le sue banche nazionalizzate potrà continuare a inflazionare la krona ma non potrà più sostenere il boom che aveva reso l’Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo, però liquidando tutti gli eccessi della fase ‘di follia frazionaria’ il paese si potrà riprendere tranquillamente, d’altronde gli imprenditori anche esteri non si fanno problemi se ci saranno affari da trattare.

    Lo stato però in tale ‘vicenda’ non ha salvato niente, ha coperto solo i suoi inganni come fa di solito, pagare quei debiti era impossibile anche volendo, la clausola di salvataggio che gli Islandesi si erano inventati ‘a garanzia’ era folle, dietro la scusa che ‘il popolo si ribella’ e che il capitalismo rapace è la colpa di tutto, il governo ha scaricato il peso delle proprie azioni ed è uscito ‘candido come un giglio’ almeno agli occhi della sua opinione pubblica. Credo che prima o poi seguiremo tutti questa strada, non sarà ne la prima e (con l’attuale sistema di finanza e moneta creativa) l’ultima volta.

  11. Staf48

    @ Giuseppe D’Andrea

    Ti ringrazio per la spiegazione.
    La mia domanda peró é, se vuoi, molto terra-terra: come si fa ad evitare che gi interessi di pochi possano mandare in malora uno Stato?
    perché dalla ricostruzione degli eventi che ho letto su Wikipedia, e mi pare anche dalla tua, di questo si é trattato: la BC Islandese ha innalzato i tassi di interesse in un momento in cui semmai si doveva fare il contrario, innestando un circolo vizioso. Anche un bambino capirebbe (oggi) che é una corsa verso il precipizio, non posso credere si sia trattato di pura incompetenza.
    Dici che il governo ne é uscito “candido come un giglio”, a me risulta che sia caduto.
    E hanno riscritto la Costituzione, presumibilmente con l’intento che i fatti non si ripetano in futuro.
    Tutto sommato sembrebbe la sana reazione di un sistema democratico, se non fosse per il fatto che hanno lasciato il conto da pagare ai creditori esteri.
    Siamo proprio sicuri che potrebbe succedere anche da noi?
    Se l’Islanda non paga i suoi debiti, le banche centrali di Inghilterra e Danimarca mandano giú il boccone amaro.
    Se dovesse succede lo stesso all’Italia o all’intera UE a seguito di politiche troppo lasche della BCE, mi sa che qualcuno la guerra prima o poi la dichiarerebbe davvero.

  12. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea,Staf48
    Giuseppe, a ‘sto giro sbagli: il primo ministro islandese è finito alla sbarra per il casino che ha combinato.
    Sul resto dell’analisi sono d’accordo, ma sulla conclusione questa volta no. Il giorno che vedrò i Presidenti del Consiglio italiani degli ultimi 30 anni di fronte a una pubblica giuria potremmo smettere di inchinarci di fronte agli islandesi.
    Poi adesso vedremo se questo microesperimento di politica dal basso funzionerà o meno.
    Comunque vada vediamo di non farne un esempio esportabile nel mondo perché l’Islanda è un Paese benedetto dalle divinità dato che ha praticamente tutto, inclusa energia naturale in quantità spropositate. E son quattro gatti.

  13. staf48

    Lascio l’Islanda per una domanda su un articolo del citato M. Feldstein: in “How to Create a Depression” (basta seguire il link nel testo di Giannino, é l’articolo precedente) scrive testualmente:

    “Italy, Spain, and France all have deficits that exceed 3% of GDP. But these are not structural deficits”

    perché il deficit italiano non sarebbe strutturale? Feldstein non lo spiega.
    forse in base ai conti forniti dalla ragioneria dello Stato, ma la crescita ininterrotta del debito pubblico non dovrebbe essere un indizio rivelatore di un deficit strutturale cammuffato?
    Se ho scritto una bestialità, vi prego di correggermi e vi ringrazio in anticipo.

  14. Ecate

    @Tony
    Ho letto il, suppongo tuo, post.

    “La via maestra risulta essere, dunque, un aumento della produttività e dei consumi, prodotta da una redistribuzione dei redditi mediante una generale efficientizzazione dell’apparato burocratico dello Stato e particolarmente tra i vari micro settori produttivi come fonte primaria di rientro dal deficit di bilancio e della bilancia commerciale”

    Di ragionamenti se ne possono fare tanti, ciascuno avvallato da propri dati a sostegno della propria argomentazione. Ma alla base di tutto c’è un ragionamento banale che sfugge. L’economia tra le tante soluzioni che può adottare non può trovare il modo per moltiplicare i pani e pesci dal nulla.

    L’italia non ha ingenti risorse energetiche o di materia prima e quelle che abbiamo vengono sfruttate con miopia (cultura e turismo) . L’economia italiana e la società, negli ultimi 60 anni, si è sviluppata agendo su ciò che poteva sfruttare. Masse di contadini che sono state convertite alla produzione operaia, fasi in cui operai volenterosi creano senza risparmiare tempo e fatica la “fabbrichetta”, politiche di svalutazione della lira a sostegno del prodotto “made in italy” basato su prodotti tipicamente privi di elevato contenuto tecnologico, elargizione di aiuti di stato a grandi imprese, basso costo della mano d’opera per rendere i prodotti competitivi. Finché la cosa fu possibile, un manipolo di “scrocconi” (ci metto sprechi e ruberie statali, assunzioni ingiustificate per tornaconto del “cettolaqualunque”, professionisti – che sbrogliano matasse giuridiche e fiscali create quasi ad hoc – che spuntano come funghi ecc…) sottraeva energia vitale ad una locomotiva che trainava con forza.

    Ora le condizioni sono cambiate. Come fai a chiedere un aumento della produttività se produci beni che possono essere replicati in India o Cina con prezzi di salario di meno di un ventesimo ed essere competitivo? Non siamo più in epoche in cui il modo occidentale ha tecnologia evoluta e l’asia è rimasta al medioevo. Per essere competitivo dovi avere situazioni omogenee, non puoi correre i 100 mt se tu hai le gambe legate e indossi gli scarponi da sci e l’altro non ha questi limiti e da noi il fisco ti rallenta pure.

    L’aumento dei consumi ? E’ quello che è stato fatto negli ultimi decenni. Tutto il nostro sistema sociale è stato persuaso a questo, ma in un sistema di economia aperta il lavoro va dove costa meno e i prodotti acquistati dove costano meno. Le masse hanno di tutto e di più, sono indebitate ma gli si chiede l’aumento dei consumi. Le retribuzioni di operi non aumentano per non diminuire la competitività, se gira meno denaro ce ne sarà meno per tutti. Se aumenta l’inflazione e le tasse ci saranno anche meno risorse disponibili e quindi anche minori consumi.

    Sull’efficienza dello stato e la sua ottusità stendo un velo pietoso, perché una cosa è pensare che lo stato debba fornire dei servizi efficienti e necessari, un’altra è mantenere persone con mansioni e compiti auto referenziati, tanto per giustificare il loro lavoro privo di utilità e per questo retribuirli.

  15. Ho scelto alcuni passaggi chiave (a mio avviso) del tuo discorso. Adesso, inutile ripetere che sono proprio queste cose che ho cercato (penso di averlo fatto) di dimostrare: un aumento dei salari e delle tasse non farà fuggire le imprese; un aumento dei salari e delle tasse non renderà il nostro paese meno competitivo;

    Anzi, facendolo in modo efficiente ed efficace (come nel post) produrrà il viceversa di quello che dici.

    “Di ragionamenti se ne possono fare tanti, ciascuno avvallato da propri dati a sostegno della propria argomentazione.”

    Questo non è vero. Le variabili sulle quale basarsi sono quelle, note a tutti gli economisti e si basano (dovrebbero!) proprio su quelle.

    “Ora le condizioni sono cambiate. Come fai a chiedere un aumento della produttività se produci beni che possono essere replicati in India o Cina con prezzi di salario di meno di un ventesimo ed essere competitivo?”

    Allora devi rileggerti bene il post. Sembra che non l’hai capito. Ho dimostrato proprio il contrario.

    “in un sistema di economia aperta il lavoro va dove costa meno”

    Non è sempre vero! E l’ho dimostrato anche. Per il resto dei settori dove è vero ci penserà l’imposizione fiscale di efficienza a scoraggiare la concorrenza sleale e ho anche indicato la via per farlo.

    “Se aumenta l’inflazione e le tasse ci saranno anche meno risorse disponibili e quindi anche minori consumi.”

    L’inflazione dovuta agli investimenti non la devi contare: se vuoi un inflazione uguale a zero, scordati gli investimenti; ci si deve concentrare sull’inflazione che sopperisce all’imposizione fiscale di efficienza quando si stampa nuova moneta e non dovuta agli investimenti.

    saluti

  16. staf48

    @Tony

    dimostrato?
    Le dimostrazioni esistono solo in matematica e geometria.
    Nelle scienze sperimentali si formula una teoria, poi si fanno verifiche per comprovarla.
    Ci vogliono circa 1000 misurazioni prima di dare un valore anche ad un solo parametro.
    L’economia é una disciplina che studia i comportamenti sociali e non può permettersi studi di laboratorio:
    per questo é facile preda delle ideologie.
    Tu hai preso un paio di tabelle da studi fatti da altri e ne hai tirato le conclusioni che volevi.

    Senza pretendere di dare una “controdimostrazione”, sottopongo un banale ragionamento.
    Lo Stato preleva risorse dal settore privato. In Italia il settore manifatturiero é tra quelli che danno principalmente lavoro. Il settore manifatturiero italiano é per la gran parte composto da piccole e medie imprese. Fin qui penso che possiamo essere d’accordo, questi sono fatti.

    Conosco diversi imprenditori e tutti, nessuno escluso, stanno pensando di investire (quando già non l’avessero fatto) non più in Italia ma all’estero. E non parlo di Cina o India, ma di Austria, Svizzera e Germania.

    Nel settore metalmeccanico, un operatore qualificato costa all’impresa italiana tanto quanto ad una svizzera. Con la differenza che gli resta in tasca circa il 25% in meno, soldi che si prende lo Stato italiano a vario titolo.

    Aumentare ulteriormente le tasse ed i salari?
    Se gli imprenditori ora considerano di andarsene, di fronte a questa ricetta fuggiranno in massa, e tanti auguri per coloro che rimarranno a “efficientare” lo Stato e la pubblica amministrazione, che a quel punto sarà l’unica a dare impiego… pagandoli con chissà quali soldi, visto che il settore privato non potrà più sostenerla.

    So che gli imprenditori sono una minoranza nel paese, quindi aumentare salari e tasse alle imprese sarà certamente una tesi popolare tra la maggioranza, ma per favore non dire che hai “dimostrato” che funziona.

  17. “Senza pretendere di dare una “controdimostrazione”, sottopongo un banale ragionamento.
    Lo Stato preleva risorse dal settore privato. In Italia il settore manifatturiero é tra quelli che danno principalmente lavoro. Il settore manifatturiero italiano é per la gran parte composto da piccole e medie imprese. Fin qui penso che possiamo essere d’accordo, questi sono fatti.”

    La controdimostrazione spetterebbe a te e a tutti quelli che hanno voglia di intervenire al dibattito. Non credi? La mia esposizione non voleva essere una verità assoluta, ma un inizio, uno spunto di riflessione, esattamente come si fa in certi casi.

    In Italia non è il settore manifatturiero che da principalmente lavoro. Ti manca la fonte! Vedrai che sono i servizi e non la manifattura. Idem sul settore manifatturiero. Trova i dati e analizzali, potresti trovare qualche sorpresa. Ti manca sempre la fonte dei tuoi ragionamenti. Non è poco! Direi proprio che non siamo d’accordo.

    Idem per gli investimenti, ti manca sempre la fonte sul costo del lavoro: potresti trovare qualche sorpresa.

    “Aumentare ulteriormente le tasse ed i salari?”

    Le mie osservazioni si basano su dei dati e su procedimenti teorici che precedono la tecnica. Il che è OVVIO! Almeno per gli economisti lo è. Nel tuo ragionamento non fornisci nuovi dati, non fornisci nuove teorie di analisi e vuoi pretendere di aver ragione? mah… Hai ragione.

    saluti

  18. Alessandro

    Cosa dire dei mutui di cui possono usufruire senatori e loro parenti, al tasso del 1,78% ?
    Notizia del 8 marzo, su “piazza pulita” della LA7.

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