29
Feb
2012

La colpa dei bassi salari italiani: Stato ladro, bassa produttività, contratti nazionali

Da Panorama

Molti salti sulla sedia, costernazione e scandalo, alla graduatoria Eurostat sui redditi medi lordi nei diversi Paesi dell’euroarea. I 23.400 euro dei lavoratori italiani dipendenti vedono solo portoghesi, sloveni, maltesi e slovacchi passarsela peggio. I 33.500 euro francesi, i 41mila tedeschi e i 44mila olandesi appaiono come un eldorado inattingibile. Eppure, il Pil procapite degli italiani è molto più su, nella graduatoria, e quanto a patrimonio medio e mediano gli italiani battono tutti gli europei.  L’Istat ha poi corretto Eurostat, poiché i dati italiani erano del 2006. Le retribuzioni lorde per occupato nelle imprese con oltre 10 dipendenti sono pari in Italia a 29.653 euro contro 29.234 euro nell’Ue a 27 e 32.527 euro nella zona euro. Ma la distanza rispetto a Germania e Francia nel comparto industriale come in quello bancario resta assai elevata. E allora, da dove nasce il paradosso? Da almeno tre ragioni. Stato ladro. Bassa produttività. Metodo di contrattazione.

Alle imprese, della retribuzione media lorda importa assai poco, perché a contare è il costo del lavoro complessivo. Da noi imposte e contributi sono assai più alti che nel resto d’Europa, dove lo Stato è meno esoso e meno assetato (oltre che meno inefficiente nell’uso del 52% del Pil che intermedia da noi). Ecco che le aziende non possono che tenere stretti i cordoni della borsa. Dunque la prima considerazione è che uno Stato ladro impoverisce inevitabilmente insieme lavoro e impresa. Costo del lavoro alto per retribuzioni basse è il fio che paghiamo a uno Stato che neanche col governo Monti abbassa le sue pretese. Anzi, annulla anche la promessa restituzione ai contribuenti in regola dei proventi dalla lotta all’evasione. (E nell’indifferenza generale passa dal bollo fisso sul conto titoli oltre i 5 mila euro, alla tassazione proporzionale della giacenza oltre lo stesso importo sui conti vincolati cioè quelli a più alta reminerazione: ve ne eravate resi conto? è nel decreto cosiddetto di ” semplificazione fiscale ” varato venerdì scorso, ma non se n’è accorto quasi nessuno né alcuno ha gridato allo scandalo su questa nuova patrimoniale!).

Ma, dopo lo Stato ladro, sussistono almeno altre due ragioni. Che dipendono dalla bassa produttività del sistema-Italia.

Bassa produttività significa avere più inflazione di Paesi più competitivi, per via dell’inefficienza pubblica che comporta tariffe e  tassazioni più elevate – per esempio sui carburanti, in un Paese a forte dipendenza energetica – nonché prezzi finali più alti per molti beni e servizi esposti a bassa concorrenza sul mercato domestico. I sindacati ottennero a lungo vantaggi sui salari, grazie all’inflazione elevata. Ma dalla fine della scala mobile a metà anni ’80, e poi col patto del ’93 con Ciampi che introdusse a fini di rivalutazione salariale l’inflazione programmata invece di quella reale, i salari anno dopo anno hanno perso diversi punti, rispetto all’inflazione reale. E’ un contrappasso amaro. Più grave, per le qualifiche medie e soprattutto basse. Un paese a bassa produttività equilibra vaste nicchie di prezzo e costo protetti con costi abbassati e prezzi più elevati invece per chi lavora.

La terza ragione è che in un’Italia a bassa produttività e in cui la base salariale si fissa nei contratti nazionali di categoria, il sindacato finisce per livellare le retribuzioni contrattuali base sulle categorie meno produttive, per evitare proteste tra diverse specializzazioni dei propri iscritti. Contando sul fatto che in cambio resti inalterata la rigidità in uscita dal lavoro con l’articolo 18, e la contrattazione decentrata di esuberi economici tramite la Cassa integrazione: i riti di cui vivono le rappresentanze centralizzate di lavoro e impresa.

Delle tre ragioni, la prima vede lo Stato colpevole, lavoratori e imprese vittime. Nella seconda, i lavoratori sono vittime e i sindacati parte responsabile, per gli eccessi inflazionistici precedenti. Della terza, il colpevole è chi pensa che il salario debba essere definito in maniera centralizzata, invece che sui posti di lavoro dove si formano le rispettive curve di costo e dove si deve morderle con produttività aggiuntiva, da cui lavoro e impresa insieme possono avvantaggiarsi. Per salari più elevati vanno cambiate radicalmente queste tre cose, non invocare buste paga tedesche lasciando l’Italia com’è adesso.

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71 Responses

  1. Tra le ragioni, andrebbe citata anche la ridotta dimensione delle imprese: in quelle grandi le retribuzioni sono sensibilmente più alte. Imposte e contributi incidono ovviamente molto, ma la Francia ha un cuneo fiscale ancora più elevato del nostro, e stipendi più alti.

  2. Davide Gionco

    L’analisi non fa una piega.
    Peccato che manchino delle proposte.

    E poi manca uno dei colpevoli: le imprese.
    La bassa produttività dipende anche dalle imprese che non sanno investire in innovazione e che vedono i lavoratori unicamente come un costo da tagliare, mentre dovrebbero essere una risorsa su cui investire.
    E questo è valido sia per i dipendenti, sia per i consulenti esterni.
    Ho lavorato per anni in Italia come consulente di risparmio energetico per aziende.
    L’unico interesse che avevano era di non investire e spesso anche quello di pagare poco o magari non pagare il consulente, senza alcun interesse per la qualità delle consulenze.

    Ora sono felicemente emigrato all’estero ed aiuto le imprese svizzere ad economizzare l’energia.

  3. P. Tisbo

    Che una colpa sia anche delle imprese che non investono è indubbio, ma quando si lotta per la sopravvivenza investire perde il suo fascino. Tornando sui salari, aumentarli senza aumentare la produttività non farebbe altro che riproporre quello che accadde negli anni 70, un aumento smodato dell’inflazione che lascerebbe tutto come prima.

  4. sartori gino

    perche i vari oscar giannino,i mingardi ,i piero ostellino etc. non si mettono in gioco e troveranno noi a sostenerli. saluti gino

  5. giuseppe cerasaro

    Avete mai lavorato in una grande industria?
    Ci starei attento a dire che si lavora poco. Forse male, questo sì.
    In fabbrica, e non c’è molto da fare per cambiare, il lavoro è bello e gratificante per pochi, noioso,ripetitivo e faticoso per i più.
    A volte (parlo delle industrie di una certa dimensione) vengono tollerate sacche di inefficienza dalle stesse dirigenze,perché funzionali ad una certa mal intesa idea di comando. E non è un incoraggiamento a lavorare. Si deve lavorare – a quest’idea ci si può e deve abituare – ma spesso volta subentra anche l’insana voglia di dimostrare chi comanda. E questo rende il lavoro più duro e alienante. Un’abitudine tutta italiana. Per come siamo messi, è un pò difficile cambiare. Cosa si può dare, al momento, in cambio di una più alta produttività? Cinquanta Euro?

  6. andrea

    gentile Giannino,
    la seguo con interesse.
    Mi meraviglio però che faccia un confronto dei lordi. Avendo fiscalità diverse il netto è molto differente tra i vari paesi!
    Saluti,
    Andrea

  7. Bruno

    Affermazione di oggi del Presidente Monti. nella P.A. dobbiamo valorizzare il merito!
    Risultati di una indagine della Scuola Superiore della P.A. : nella P.A. si spende troppo per consulenze esterne! La prima richiama alla mente la riforma Bassanini fatta al grido che “il pubblico deve essere come il privato” con la conseguenza che i dipendenti pubblici furono beneficiati di aumenti retributivi collegati a figure di responsabilità ( equivalenti al merito) con obiettivi teorici, sistemi di valutazione risibili, aumento vertiginoso di tali figure, costi alle stelle, risultati che sarebbe interessante qualcuno illustrasse. Non però la P.A. stessa ovviamente! perchè oggi questa afferma che le spese per consulenza sono troppe e così, con enfasi, ci rende edotti di una questione grossa ma pur infinitamente più piccola di quella della scarsa efficienza e della scarsa produttività di quella macchina cui la stessa Scuola appartiene, la P.A. Quindi non è la P.A. che deve giudicare se stessa, nè i propri meriti o demeriti ma un soggetto esterno di natura privatistica o comunque professionale. Che c’entra questo con i salari bassi, con la scarsa produttività del sistema delle aziende e dei servizi? C’entra perchè nessuna produttività sarà sufficiente a placare la voracità di un sistema senza controlli effettivi e le maggiori risorse non andranno certo sui salari di chi produce o in minori tasse; il fatto che di altro si parli come di valorizzare il merito e non di una riduzione del costo del sistema pubblico che potrebbe essere attuata in tempi rapidi lo sta a dimostrare. E per tornare al merito basta andare a vedere le valutazioni dei dipendenti negli Enti per scoprire ( là dove sono pubblicati come sarebbe doveroso) che stanno assiepati al top della scala di merito con percentuali bulgare: di persone meritevoli nella P.A. ce ne sono tante, tantissme… certamente troppe!

  8. Marco Tizzi

    Togliamo lo Stato ladro confrontando il costo del lavoro (2008):
    Italia = 41.872
    Germania = 48.434
    Francia = 51.321

    Leggo e se fossi un imprenditore direi: be’, si apre a Berlino, signori. Anche perché una tassazione più umana (definire bassa quella tadesca è una bestemmia) e uno stato sociale che RESTITUISCE soldi ai cittadini con le pensioni e i contributi di disoccupazione consente di avere un mercato interno accettabile, anche se in pericoloso deterioramento. Aggiungiamoci servizi degni del terzo millennio e facciamo tombola.

    Sulla produttività, che concordo essere in assoluto il problema maggiore, mi sono già espresso e ribadisco: il problema è innanzitutto della classe dirigente. Gerontocrazia, poco merito, poca valutazione, troppo pochi licenziamenti. State tranquilli che in Ferrero, per nominare un gioiello, non ci saranno mai problemi di produttività.

    Sui contratti non posso che concordare e mi rattrista molto che nell’anno di vostro signore 2012 se ne debba ancora parlare.

    Vedremo la riforma del lavoro: nel giorno bisesto prevedo che la montagna partorirà il topolino. E non andrà da Maomentto.

  9. Marco Tizzi

    @Davide Gionco
    Sono un consulente e di aziende italiane ne ho viste tante, di tutte le dimensioni. Ribadisco che il problema sia la classe dirigente: le aziende sono troppo spesso familiari e il passaggio generazionale è ovviamente in mano al caso. I risultati sono pessimi.

    Ma ci sono anche delle scusanti per i mancati investimenti nelle aziende.
    Il primo è la dimensione: aziende piccole sono un vantaggio in alcuni, specifici settori di nicchia, ma di solito non consentono di fare il grande salto nell’azienda capital-intensive. Si investe poco, troppo poco, in efficienza perché i capitali da immettere nel breve periodo semplicemente non sono disponibili. E si resta labor-intensive, col risultato che il concorrente tedesco diventa competitivo anche nel prezzo perché il lavoro lo paga un pochino di più, ma ne usa molto meno.
    E siamo già al secondo punto: carenza strutturale di soldi. Le banche non sono danno poco credito, ma i criteri sono spesso… discutibili? Trovare un partner finanziario che segua lo sviluppo di un’azienda è una chimera. La situazione tipica è “ti riempio di soldi che non ti servono finché va bene e al primo accenno di crisi ti taglio la gola”. Aggiungiamoci che qui capitalismo di ventura non se ne vede e i fondi son pochi.
    Terzo e non meno importante problema è la tassazione: non solo è un bagno di sangue, ma ogni detassazione è fatta nella direzione sbagliata. La legge Tremonti, per esempio, ha portato a interminabili file di capannoni, ma ben pochi investimenti sui processi. Oggi fare impresa significa troppo spesso andarci in pari e così è dura chiedere investimenti.

  10. Stato ladro, bassa produttività, contratti nazionali, sindacati stupidi, art.18…

    Le imprese invece? Tutti santi?

    Seguendo il tuo ragionamento il pesce puzza dalla coda! E il Minkionne e i 20 mld€ di investimenti nella FIAT? Anche stavolta sono colpa i sindacati e i lavoratori? Mi sembra che i lavoratori avevano firmato anche l’impossibile, ma dei 20 mld€ neanche l’ombra.

    Perché non ci spieghi cos’è la produttività, da cosa dipende?

    Perché non ci spieghi chi sono quelli che finanziano le campagne elettorali dei politici e guidano così l’economia ditro le quinte? Forse i poveri lavoratori? O ricchi industriali!

    Siamo dove siamo e con tutti i problemi che ci trovimo non sicuramente per colpa dello stato, o del povero lavoratore, o del servo sindacato degli industriali, o per l’art. 18: siamo nel fetore per via degli imprenditori che, finanziano la classe dirigente del paese, non investono e non innovano, delocalizzano (profitto!!!), sono frammentati e stupidi (non assumono laureati anche se costano poco e conoscono il loro mestiere, ma si fanno grandi di fronte a amici e conoscenti che non hanno mai studiato)!!!

    Pesno che ho reso l’idea.

    Saluti

    Ps: Oscar, sarebbe meglio che ti metti a studiare seriamente la scienza economica, così, magari dopo un corso di laurea, un dottorato in macroeconomia o economia internazionale, ti riproponi su un blog a dare consigli.

  11. Vincenzo

    Trovo piuttosto interessanti i commenti di Marco Tizzi, Davide Gionco e giuseppe Cerasaro in quanto mettono in discussione anche il ruolo delle imprese.
    In effetti una domanda che vedo raramente posta è: perché a un certo punto, più o meno agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, lo stato italiano ha iniziato ad indebitare così tanto? O, più precisamente, perché il welfare, inteso in senso lato, ha iniziato ad essere così esteso da portare lo stato ad indebitarsi e da permettere a tante persone che operano nel settore pubblico di ritagliarsi i loro personalissimi benefits illeciti?
    Aldilà del fatto che umanissimamente ognuno cerca di lavorare meno per guadagnare di più, quanto la crescita del settore pubblico, di sua natura poco efficiente, è stata dovuta alla scarsa innovazione e allo scarso aumento di produttività delle aziende italiane? Ovvero quanto lo stato ha dovuto, malamente, supplire alla mancata crescita di porduttività del settore privato finendo per portare poi più danni che benefici? Forse un’analisi storica sarebbe opportuna.
    Qui io posso solo portare il contributo della mia personalissima esperienza lavorativa.
    In trent’anni di attività ho lavorato per ventinove per una multinazionale americana; inizialmente una medio/piccola multinazionale indipendente successivamente acquisita da una molto più grande.
    Sono ormai 15 anni che ho poco o nulla a che fare con le grandi aziende italiane, prevalentemente ho contatti con aziende in altre aree geografiche. E ne sono contentissimo perché, quando avevo a che fare con aziende italiane, anche private, ero depresso dalla approssimazione e dalla cattiva gestione che vi imperavano.
    Si potrà dire tutto delle aziende americane, e quando mi capita le mie critiche ai miei manager le faccio, ma non certo che non abbiano le idee chiare su cosa significa gestire un’azienda, sul concetto degli investimenti, su cosa è bene risparmiare e su cosa non bisogna lesinare.

    Per un anno, proprio nel periodo della transizione ho lavorato per una azienda di consulenza di direzione, peraltro internazionale, specializzata nel settore delle PMI.
    Penso che avrò incontrato non meno di 200-300 piccoli imprenditori, i mitici piccoli imprenditori, in quel periodo.
    Credo che le dita delle mani bastino per contare quelli che avevano un minimo di idea di cosa significa fare impresa. Certo, erano (quasi) tutti gran lavoratori, gente che sacrificava la famiglia per il lavoro.
    Ma proprio quest’ultima cosa fornisce la chiara indicazione di quanta scarsa idea avessero sul fare impresa. Se essere imprenditori significa dimenticarsi della famiglia, c’è qualcosa di sbagliato a monte.
    Cito un episodio emblematico ma che da il senso di quanta ignoranza (parola dura, è vero, ma che è lunica appropriata) vi sia nel settore delle PMI.
    Un giorno mi capitò di incontare un imprenditore che realizzava allestimenti per per fiere, congressi, negozi e simili. A un certo punto gli chiesi come si proponesse e si referenziasse agli eventuali futuri clienti e lui mi rispose che gli portava un book fotografico dei lavori fatti. Tirò quindi fuori, orgogliosissimo, questo book che conteneva foto in formato 10×15 e 12×18 delle sue realizzazioni. Strizzai gli occhi, sono parecchio miope, dopodiché tirai fuori dalla borsa il mio laptop e gli mostrai su schermo da 15 pollici una banalissima presentazione in powerpoint con un paio di fotografie. E aggiunsi che portandomi appresso un piccolo proiettore del costo d un paio di migliaio di euro (forse ora anche meno) gli avrei potuto fare vedere quelle foto proiettate sul suo bel muro bianco.
    E a quel punto gli chiesi quale metodo potesse essere più efficace per presentare le sue capacità ai suoi potenziali futuri clienti. Non mi rispose, anzi neanche raggiungemmo un accordo per la fornitura dei servizi di consulenza, ma sono convinto che forse quel giorno imparò una piccola cosa che in futuro gli è stata utile.
    chiediamoci però come può un’azienda guidata in tale modo rimanere competitiva ed aumentare la sua produttività.
    Non cito neanche i figli di papà che pensavano solo al macchinone e alle vacanze in posti esotici (i pessimi risultati del cambio generazionale citati da Marco Tizzi) o quelli che si lamentavano per la mancanza di finanziamenti da parte della banca cui portavano come documentazione a sostegno della richiesta di prestito il (falso) bilancio che presentavano all’ufficio delle tasse e neanche uno straccio di business plan. O quelli che dicevano “io il consulente già ce l’ho, è il commercialista (ragioniere)”. O quelli per i quali i dipendenti erano tutti “ladri e farabutti”.

  12. Marco Tizzi

    @Vincenzo
    Sottoscrivo tutto e rilancio: ieri è stato presentato un telefonino con il videoproiettore incorporato. Questo per dire che la tecnologia avanza a passi da gigante e ci vuole una flessibilità ed una apertura mentale che in questo paese, purtroppo, è una rarità.

    Indipendentemente dal titolo di studio, vedasi il sig. Del Vecchio e Luxottica (mi inchino e mi prostro al solo nominarli) che dovrebbero essere portati in giro per il paese come un esempio di “fare impresa con grandi risultati, anche sociali”.

    Secondo me il grande male delle imprese italiane è stata la svalutazione della lira: purtroppo molte aziende sono abituate a stare in concorrenza solo per il prezzo. Non posso contare quante volte mi sono sentito dire “non possiamo costare quanto i tedeschi”. Finché la mentalità è quella non si va da nessuna parte.
    Infatti le imprese più giovani che hanno successo ribaltano completamente questi paradigmi e si posizionano su mercati completamente diversi, con altri livelli di innovazione e, senza bisogno di richieste sindacali, condividono gli utili con i dipendenti.

  13. rccs

    Nella mia carriera lavorativa, gli unici miseri aumenti che ho visto, sono stati quelli decisi centralmente. Quando ho provato (singolarmente o collettivamente) a richiedere aumenti “locali” la risposta è sempre stata .
    Fatto salvo che quando me ne sono andato mi son sempre sentito piagnucolare

  14. rccs

    Cercate “Picoproiettori” su google. Stanno in una mano e costano neanche una manciata di biglietti da 100.

  15. rccs

    Tizzi e Vincenzo, i vostri aneddoti sembrano acqua fresca se paragonati a quelli che si raccontano dal lato impiegatizio.
    Che dire di un titolare di una PMI ha fatto comprare esattamente 86 viti (10 c. l’una) in ferramenta perchè il progetto ne richiedeva 86 e poi ha messo un’impiegato a contarle per controllare che il negoziante non si fosse sbagliato? Il tutto per assemblare un macchinario poi venduto a più di 100.000 euro?

  16. oscar giannino

    Caro Tony, a quanto pare i miei studi li ho fatti. Se pensi invece che chi nonn sia statalista deve abiurare e convertirsi, non perdere tempo a leggere questo blog. E’ unproblema diffuso in Igtalia, quello di disconoscere titoli a scuole diverse dalla propria, diffusio nell’accademia, nella cultura, nelle classi dirigenti e nei media: nella media, tutti a vastissima maggioranza statalisti, in variante socialista oppure keynesiana. E lo dico con rispetto, ma non senza preoccupazione per il numero di sraffiani a pasinettiani e longhiniani in cattedra, in percentuale che non ha eguali in nessun altro paese avanzato.
    Dopodiché per chi ha equivocato al punto tre cito esplicitamente imprese, come parte che si avvantaggia del livellamento al ribasso dei salari stabiliti in CCNL da un sindacato che altrimenti avrebbe avuto problemi tra gli iscritti alle diverse categorie.
    Minkiopnne c’entra nulla, con la bassa produttività e i bassi salari italiani: arriva quando la Fiat è tecnicamente fallita, mentre bassa produttività e bassi salari hanno le loro radici in questioni di anni e anni pre esistenti.
    In moltissimisimi post su questo blog trovate critiche pesantissime sulle imprese. Bisogna saper distinguere tra le imp’rese che grazie al morso della concoorenza estera riescono malgrado alte tyasse e contesto amministyrativo ostile a esser tornarte a un export medio mensile di oltre 31 miliardi di valore pari a quello precrisi, pur con volumi assai inferiori visto che siamo ancora a meno 21 punti di produizione industriale rispetto al precrisi. a fianco a queste ci sono migliaiai e migliaiai di imprese che invece vivono sul mercato domestico al riparo della bassa produttività cosnentita da prezzi e tariffe “amici” , di aste truccate e per amici degli amici. dalla manifattura ai servizi, l’elenco dei beneficati dall’Italia a discrezionalità pubblica altissima è molto lungo, e le imprese vi sono dentro eccome!
    Dopodiché, per tutti coloro che sono convinti che non sia lo Stato il problema, appuntamento per domani in trasmisisone con michele Boldrin e sandro Brusco: attenti che sono ordinari in cattedra, magari in America il che non guasta, e la pensano proprio come me e come coloro che scrivono su questo blog!

  17. Marco Tizzi

    @oscar giannino
    Lo Stato è il problema. Non come entità, secondo me, ma come declinazione “Stato Italiano”. Per dirla in un altro modo: lo Stato Danese mi andrebbe anche bene, questo non lo sopporto più

    Stante questo e continuando nella lotta, mi piacerebbe che dalla radio di confindustria partisse un appello ad una maggiore meritocrazia dirigenziale nelle imprese, ad un rinnovamento forte e coraggioso, perché non si può chiedere l’abolizione dell’art.18 (cosa su cui sono assolutamente favorevole, sia chiaro) se non si licenziano i dirigenti incapaci.
    Mi piacerebbe tantissimo sentire Giannino che sprona il popolo degli imprenditori ad un miglior management. Che è il primo passo per una maggiore produttività.

  18. maurizio

    concordo con lei sig. Giannino.
    Ho letto che ci si lamenta della dimensione delle imprese…ma se abbiamo l IRAP che tassa la manodopera e gli envestimenti, gli studi di settore che tassano prendendo a base i costi dove vogliamo andare?

  19. maurizio

    a proposito..non sarebbe ora che noi 50 enni ci si impegni per cambiare le cose? però ci serve un catalizzatore…

  20. Lapo

    Si. peccato però che con la riforma del modello contrattuale (che capisco sia passata inosservata perché la CGIL, tirata dalla giacchetta dalla FIOM non l’ha firmata) che sostituisce il protocollo Ciampi del 93, CISL, UIL e Confindustria hanno stabilito esattamente questo: che nei CCNL si recupera l’inflazione, a livello aziendale si danno gli aumenti legati alla produttività. E che in periodi di crisi o per consentire investimenti, si possono derogare i CCNL. Cosa che ci ha fatto accusare di essere dei social-traditori dalla FIOM. L’accordo, del gennaio 2008, è passato sotto silenzio ma è anche grazie a quello che si sono poste le basi per gli accordi di Pomigliano e Mirafiori, che hanno salvato la FIAT andando proprio nella direzione auspicata (anche nella lotta contro i “fannulloni”) sempre con la firma di CISl e UIL e senza CGIL, sempre con gli insulti e gli assalti alle sedi come ai tempi di Mussolini, in nome della democrazia. Ovviamente. In tutto ciò le aziende, un pò per la crisi, un pò per non disturbare la FIOM, un pò perché non gli interessa i Contratti Aziendali non li discutono manco più e quelli che ci sono spesso non li rinnovano. Se poi si parla di produttività occorre dire che è in calo vertiginoso da 15 anni, malgrado il patto con l’Italia (firmato da CISL e UIL e disatteso dal governo Berlusconi), la legge Biagi (che ne fu una conseguenza) e appunto la riforma del modello contrattuale. Forse sarebbe il caso di guardare anche un pò altrove: per esempio all’organizzazione del lavoro (che in Italia compete quasi esclusivamente alle imprese) ed al mercato “drogato” da chi gioca sporco ed è sempre premiato. A cominciare dalle aziende che vincono gli appalti pubblici o parapublici per ragioni clientelari o di corruzione. Insomma se la nave va alla deriva da 10 anni sarà colpa del mozzo, del macchinista, del tempo, del destino cinico e baro, di chi volete voi… Ma forse anche un pochetto del capitano, no?

  21. citizenkane

    Citazione:
    “il colpevole è chi pensa che il salario debba essere definito in maniera centralizzata, invece che sui posti di lavoro dove si formano le rispettive curve di costo e dove si deve morderle con produttività aggiuntiva, da cui lavoro e impresa insieme possono avvantaggiarsi”.

    Io direi che il contratto unico nazionale è da abolire in favore del Contratto Distrettuale. Si divide il territorio nazionale in un certo numero di distretti (coinvolgendo i sindacati) e poi in ogni distretto (potrebbe coincidere con una provincia) si fà un contratto di primo livello (permettendo alle singole imprese di firmare opzionalmente contratti aziendali di secondo livello che premino la produttività). Insomma bisogna reintrodurre le vecchie “gabbie salariali”.

  22. Aldus

    @marco tizzi
    Sono molto d’accordo con te. Sull’eliminazione dei dirigenti incapaci, deve essere SEMPRE, assolutamente cosa acquisita, per tutti, sia nel privato sia nella P.Amm.ne!
    E’ difficile ma si deve fare, insieme ad un’implacabile lotta agli sprechi di ogni genere.
    E sia lodato il nostro sempre grande Giannino!

  23. @ oscar giannino

    Non sono statalista, non sono marxista, non sono keynesiano: sono semplicemente un economista. Io sono per l’autogestione delle imprese: no stato, no privato; non perché ideologicamente guidato, ma perché è l’unica risposta concreta di uscita.

    Sai benissimo che il ruolo degli industriali nella politica economica è CENTRALE. Lo stato SONO gli industriali: finanziano le campagne elettorali e cosi guidano le mosse dei politici dietro le quinte. Questo è un fatto.

    Prendersela con lo stato significa necessariamente prendersela soprattutto ed esclusivamente con gli industriali, e non per assurdo con i lavoratori.

    @ Marco Tizzi

    I dirigenti non sono tutelati dall’art.18: esso è riservato unicamente per operai, impiegati e quadri.

    Anche io sono per l’abolizione dell’art.18, dei sindacati, ma anche e soprattutto della confindustria: autogestione delle imprese e della società nel suo insieme dai cittadini (dal basso, non dall’alto e non dai privati singoli).

    ***

    @ tutti

    Trovo assurdo concentrarsi su una teoria economica (liberismo e marginalismo) che non funziona neanche in teoria e che in pratica portò e porta danni notevoli, dall’ambiente, alla cultura, alla povertà.

    Certo, non funziona neanche in teoria.

    Se si produce 100, i lavoratori si pagano 80 e per riacquistare la merce prodotta i lavoratori DEVONO indebitarsi per il restante 20, allora il giochino funziona fintanto che c’è la crescita, appunto, ci si indebita e si produce sempre più.

    Raggiunto il massimo di indebitamento, dati i bisogni da soddisfare, poi, che si fa?

    Incomincia ad avvitarsi tutto su se stesso: 80, poi 60, poi 40… Poi??? Poi, non resteranno che i monopoli. LA NATURALE TENDENZA DELL’ECONOMIA DI MERCATO E’ IL MONOPOLIO (quando va male, l’oligopolio quando va bene). Il monopolio: il minimo di benessere sociale contro il mercato concorrenziale (profitto zero) a massimo benessere sociale.

    Quale miglior concorrenza se non un economia socialista dove il capitale si fonda con il lavoro e preclude di fatto il rischio di monopoli: tutti i lavoratori saranno in concorrenza, ma nessuno di loro potrà mai colludere con altri e nessuno può generare profitti; così messa, l’economia raggiunge il massimo di benessere sociale. E’ il benessere sociale che si persegue o l’interesse di qualche privato per essere d’accordo con l’ideologia liberista???

    In un economia liberista l’imposizione fiscale ottimale è IMPOSSIBILE: le imposte dirette a campana per favorire gli investimenti devono essere accompagnate da imposte indirette (risparmio, beni di lusso, iva…) esponenziali per massimizzare il benessere sociale; è solo che il capitalista, se gli aumenti le imposte indirette esponenzialmente, egli chiude baracca e va in “Serbia”; il benessere sociale perso è notevole e tenderà alla pari di quello di un monopolio.

    Per me, queste sono cose ovvie, come è ovvio che per impedire all’impresa di espatriare, essa deve essere controllata: non dallo Stato (approccio inefficiente), ma dai lavoratori (efficiente e efficace, vedi la Germania in parte)

    Ecco, quando dico che le cose vanno studiate, intendo proprio questo: non Marx (anche se non vi farebbe male farlo), intendo Sraffa, Stiglitz, Sen…

    Poi, iniziamo da capo, magari secondo la teoria “distruttrice creatrice”? Magari l’economia troverà un equilibrio nel lunghissimo periodo “quando saremo tutti morti”? E nel frattempo, quanti suicidi (lavoratori, ma anche imprenditori), quante NO-TAV, quanti operai disoccupati sulle gru, quanti laureati dovranno lasciare il paese?

    E guardate che l’autogestione, almeno in parte, in Germania esiste (Mitbestimmung, art. 153 del trattato di Lisbona). Ecco perché le grandi imprese non lasciano il paese: esiste un controllo dei lavoratori. La Germania è statalista? La Germania è comunista?

    L’autogestione esiste anche in Svizzera: hanno perfino una moneta parallela e autogestita al servizio dell’economia locale. Certo, non è il massimo, ma FUNZIONA.

    In Argentina, il 9% delle imprese è autogestito: laddove il liberismo è fallito, il socialismo resiste alla grande.

    Un giorno saremo tutti socialisti. Leggetevi i ragionamenti di Schumpeter (un conservatore). E’ solo una questione di tempo. E’ solo che meglio prima che dopo. Magari dopo una rivoluzione per la fame, i suicidi, le NO-TAV…

    saluti

  24. Mirko

    Sul commento precedente delle grandi aziende – si, per anni le grandi aziende (quasi per definizione molto sindacalizzate) hanno tollerato larghe sacche di inefficienza. Da queste siamo passati direttamente alla delocalizzazione. Per la serie meglio chiudere che ridiscutere. Grazie ai sindacati.

  25. Oscar Giannino

    caro Tony, ok sei socialista ma sai meglio di me perché Schumpeter aggiunse nel 1942 l’ultimo capitolo alla sua arcifamosa – e giustamente – opera fondamentale: anch’egli disse, proprio in quel capitolo, che un giorno saremmo stati tutti socialisti, dopo aver scritto della distruzione creatrice che va fatta fare alle imprese per accrescere produttività. ma Schumpi aveva allora un’attenuante forte, anzi fortissima: in quell’anno BISOGNAVA tifare Armata Rossa, per vincere nazismo e fascismo….. ora se Dio vuole l’emergenza è un’altra. Dopodiché ripeto: credere di dire a chi non la pensa come te che deve studiare, attiene alla teologia delle verità rivelate – dogmi tipo la caduta inevitabile del saggio di profitto marxiana, l’inevitabile collasso del mercato per eccesso di coefficiente-natura predicato da malthusiani ieri e da sartori oggi, o la sraffiana produzione di merci attraverso le merci- non alla diverse scuole economiche!

  26. Lo Stato è ladro perché, per decenni, ogni italiano si è portato a casa la sua bella fettina di formaggio. Anche i giovani che oggi si lamentano continuamente delle cambiali che gli toccherà pagare ne hanno goduto alla grande: chi oggi ha trent’anni è praticamente cresciuto a pane e debito pubblico. Il folle sistema di welfare che oggi schiaccia i singoli e le imprese è stato impiantato con la complicità della stragrande maggioranza della popolazione, più o meno ingannata da centurie di politicanti bugiardi. Di cosa ci lamentiamo allora? I debiti sono debiti e vanno pagati. L’unica cosa che possiamo pretendere adesso è che il Governo e la politica si tolgano dalle scatole e consentano al sistema di mercato di riequilibrarsi da solo, ripulendosi lentamente dalle proprie scorie. L’enorme sforzo di riconversione culturale che ciò richiederà alla Nazione è la vera sfida che il nostro Paese ha davanti.

  27. domenico

    Come al solito neppure Oscar mi spiega cos’è la produttività! E sopratutto da cosa dipende.
    Se il mio datore di lavoro da 10 anni non mi cambia il computer e per inviare una e-mail e aprire un file ci metto 10 minuti ogni volta, la mia produttività è bassa, ma non è forse colpa di imprenditori che da anni (almeno 15-20 anni) spremono il sistema produttivo magari lasciato dal padre, senza investirci un centesimo?

  28. Giuseppe D'Andrea

    Intanto il tuo parallelismo è ridicolo; gli industriali sono importanti e alcuni industriali sono coinvolti con la politica e le istituzione, questo cosa significa? Che gli industriali sono il governo? Quale mente ha partorito un simil aggregato?

    L’Autogestione delle imprese cosa sarebbe? Una terza ipotetica via fra ‘capitalismo’ e ‘pianificazione’, diciamo un ‘laburismo dirigenziale’. Data la tua totale mancanza di concezione del imprenditore, nel ‘laburismo dirigenziale’ chi porterebbe avanti la funzione imprenditoriale? E ancora spieghi meglio quale sarebbe la tua teoria del capitale, e come ha fatto il lavoro a escludere gli altri due fattori produttivi? Ovviamente questa impostazione mi sa di ‘teoria del capitale quantità di lavoro’. E avendo eliminato i profitti e di conseguenza le perdite, quale sarebbe il metro di giudizio dell’attività imprenditoriale, a parte il generico ‘benessere sociale’ i cui contorni sono molto sfumati e che qualcuno dovrebbe in ultima analisi definire e programmare, se si tratta di un obbiettivo collettivo.

    Mentre insegui l’idea di un mercato di concorrenza ‘perfetta’ (che non è mai esistito) ci spieghi come si fa ad entrare in questo stato di circolarità che annulla il saggio di profitto e crea il fatidico ‘punto di equilibrio statico’. Temo che il benessere che la tua ideologia segue è quello dell’appiattimento sociale dove tutti lavorano e nessuno si distingue per le proprie capacità, un mondo dove tutti hanno ‘secondo il bisogno e secondo capacità’.

    I monopoli sono una tendenza del libero mercato giusto, ma ci sarebbe qualcosa di più da dire in materia, in primis sui prezzi e in secundis sulla sopravvivenza dei cartelli stessi e sulla rarità dei monopoli naturali. Un economia socialista ‘preclude i monopoli?’ da quando? Da che mondo e mondo un economia socialista per comodità i monopoli li crea e da loro un’ancora normativa per tutelarli.

    Quale sarebbe l’imposizione ‘ottimale’ ? Ottimale secondo chi? Secondo te? Secondo l’agenzia delle entrate, secondo il governo? Dire che lasciare il denaro nelle mani degli attori economici non soddisfa le necessità degli stessi è un’affermazione illogica priva di ogni fondamento.

    Aspetta a glorificare il neo-mercantilismo argentino prima che l’inflazione al 30% lo porti via, e non mi pare che questo ‘auto-controllo’ tedesco sia nemmeno lontanamente simile a quello che tu e i tuoi maestri ‘teologi’ auspicate. Sul tempo, concetto che voi socialisti avete usate solo quando si parla delle vostre supposte ‘leggi universali’ che si basano sulla pura speculazione teologica, dato che hai studiato Marx così a fondo, ti ricordo che il tuo maestro suggerisce che il capitalismo debba diffondersi ovunque sul pianeta prima che l’avvento del comunismo si compia, dunque se è solo una questione di tempo, perchè opporsi all’inevitabile? Se hai studiato Schumpeter cosa rispondi alla sua osservazione sulla contraddizione della logica di Marx ? Nulla temo, quella parte non piace e dunque si può saltare.

    Esci dalla contraddizione Marxista di volere creare il socialista senza uno stato Onnipotente. Gli unici che sono andati vicini alla realizzazione di una società ‘socialista’ perfetta sono stati i nazionalsocialisti che con la loro Zwangswirtschaft e la brutalità che li contraddistingueva avevano creato l’economia vampira e sfruttatrice che voi oggi ipotizzate.

    tze.

  29. marco

    Abbastanza vero e abbastanza strumentale. La bassa produttività dipende si dall’ambiente esterno e dalle sue inefficienze, ma, diciamo pure che dipende anche dall’ambiente aziendale
    -bassi investimenti
    -per le PMI una certa incompetenza su innovazione tecnologica dei processi di produzione così come della loro organizzazione efficiente
    -scarsa propensione all’outsurcing di processi “riservati” es. amministrazione, personale, acquisti che sovente sono non ottimizzati e nemmeno gestiti da risorse di buon livello e certamente poco aggiornate professionalmente
    -ingombrante interferenza della “famiglia” non solo il vecchio fondatore, ma i suoi vecchi compagni fino ai nipoti stupidi e sovente arroganti
    -la legittima soddisfazione per il benessere raggiunto dal fondatore colla cafonaggine dei neocapitalisti avidi di leve finanziarie ad alto rischio
    -dipendenti insoddisfatti mai sfidati da una classe dirigente preparata (politicizzata e burocratica nelle grandi aziende e scadente o irresponsabile al di fuori della competenza specifica- classicamente tecnica e commerciale- nelle PMI dove i rapporti HR sono gestiti coi piedi)
    SCUSATE I PIEDI NEL PIATTO MA DI FAVOLE STIAMO MORENDO

  30. Giuseppe D'Andrea

    @marco

    La bassa produttività è un ‘mix’ di cose.

    Quello che mi fa dannare è che qualcuno pensi che si possa fare impresa ‘senza capitali’ e che si possa prescindere dai questi, puntando a vario titolo su innovazione, ricerca, competenza, il tutto senza spiegare ‘dove e come’ si possono perseguire tali obbiettivi senza il becco di un quattrino, quando queste attività necessitano proprio che ci sia un’accumulazione di capitali ‘prima’, e come si possa pensare di scoraggiare contemporaneamente il risparmio e la formazione del capitale mentre si incentiva l’investimento, è come dire guardare a destra e a sinistra nello stesso momento.

    – Gli investimenti sono bassi ma la possibilità di investire è sempre stata molto ridotta.
    – Le PMI rimangono acerbe a vita perché la politica del ‘piccolo è bello’ ha disincentivato la crescita invece che incoraggiarla
    – Una dimensione ‘ristretta’ difficilmente concepisce l’outsourcing di tali funzioni con conseguente danno all’attività stessa.
    – Vero, il familismo aziendale è una cosa orrenda, tutti comandanti di una barca che non conoscono
    – Molto variabile, ci sono alcuni che valgono tutto lo stipendio e anche qualcosa in più, altri che si meriterebbero la catapulta già il secondo giorno, dipende tutto da come si percepisce il proprio ruolo e il meccanismo dei diritti/doveri, spesso si crede di avere solo diritti. Sulle classi dirigenti, incompetenti e quasi baronali stendiamo un velo pietoso.

    Però devo anche dire che ci sono persone straordinarie, innovatori e precursori che nelle aziende hanno speso tutto, dalla giovinezza all’ipoteca sulla casa, hanno iniziato con nulla oggi non avranno imperi, ma motivano il personale al quale danno anche più di quanto dovrebbero e che al netto dei limiti danno il massimo. Esiste anche questa gente, non solo i ‘bifolchi arricchiti’ o il capitalista di ‘marxiana memoria’ con lo scudiscio in mano e il portafoglio chiuso, certo magari questi fanno meno sensazione e sono meno presenti nell’immaginario popolare, ma queste persone in un ecosistema come il nostro non solo non emergono facilmente, vengono pure schiacciate e derise se tentano la ‘scalata’ verso il successo.

    Anche questa è una realtà spesso ‘ignorata’ ; ci sono tante capre, ma anche ottimi imprenditori che potrebbero fare grandi cose, se la si smettesse di fare filosofia e li si lasciasse lavorare, invece di concentrarsi sempre sui ‘soliti noti’.

  31. Vincenzo

    @Tony
    “Se si produce 100, i lavoratori si pagano 80 e per riacquistare la merce prodotta i lavoratori DEVONO indebitarsi per il restante 20, allora il giochino funziona fintanto che c’è la crescita, appunto, ci si indebita e si produce sempre più.”

    Mi sembra un ragionamento sballato. Si produce 100, i lavoratori prendono 80 e l’imprenditore 20. Si può discutere se sia giusta o sbagliata tale ripartizione, ma i lavoratori non hanno bisogno affatto di indebitarsi. Perché mai dovrebbero ricomprarsi tutto il prodotto? Una parte andrà pure all’imprenditore, o no? Ripeto, poi possiamo discutere fino a domani mattina su quale debba essere la ripartizione tra lavoratori e imprenditore.

    A tale proposito io ho una mia idea che voglio qui esporre.

    Supponiamo che Tizio abbia voglia di aprire un’impresa per produrre sarchiaponi (merce notoriamente rara e molto richiesta sul mercato).
    Tizio ci mette 100 del suo per comprare i macchinari adatti e assume 10 lavoratori. Anche lui lavora nell’azienda.
    Ammettiamo che l’impresa abbia successo subito e mettiamo anche che non ci sia lo Stato sanguisuga ad esigere tasse, così semplifichiamo la cosa.
    Allora l’azienda incassa spende 1000 ogni anno per acquistare le materie prime e vende i sarchiaponi a 3000, quindi con un gross margin di 2000.
    Mettiamo che la produttività marginale dei lavoratori sia 100 e che quindi questa sia la paga che essi ricevono. 10 lavoratori moltiplicato 100 fa 1000 quindi restano altri 1000.
    Deduciamo diciamo 200 che servono per mantenere gli impianti e ammodernarli, restano 800 che vanno a finire in tasca all’imprenditore. E’ giusto? Secondo me no e ora spiego il perché.
    L’imprenditore ci mette il suo lavoro, e quindi per questo va retribuito. Quanto vale il suo lavoro? Diciamo 300.
    Ci ha messo il capitale iniziale e questo capitale va retribuito, considerando anche il rischio. Diciamo che il 10 % annuo di retribuzione del capitale che l’imprenditore ha messo di tasca propria sia un numero corretto (ma potrebbe essere 15, 20 o 50, la sostanza non cambia). Questo fa altri 10 che vanno all’imprenditore e quindi un totale di 310. Teniamo conto che il capitale, a meno che l’azienda bruci o fallisca, sta fisicamente ancora lì e viene sempre mantenuto e ammordenato. Ma per questi rischi l’imprenditore riceve il 10 % sul capitale investito e non il 5-6 % dei BTP all’attuale tasso forsennatamente alto.
    A questo punto il profitto vero dell’impresa, dedotto stipendio dell’imprenditore e remunerazione del capitale – totale 310 – è 490. Questo profitto appartiene sia all’imprenditore, come fornitore di capitale, che ai lavoratori incluso l’imprenditore che ci lavora, e tra loro va diviso. Non può essere di competenza solo dell’imprenditore perché è l’unione delle due cosa, capitale e lavoro, che genera il profitto. Non è solo l’una e non è solo l’altra. Non si può pretendere di lasciare l’imprenditore senza profitto, non si può pensare che una quota del profitto non debba andare anche al lavoratore. Attenzione non parlo di retribuzione per il lavoro svolto, quello è il pagamento per un servizio reso, d’altra parte anche l’imprenditore riceverà, come lavoratore, una paga.
    Come dividere? 50-50, 80-20, 20-80? Tutto può essere è una questione di leggi, di contrattazione tra le parti, di usi e costumi. Ma è un principio che secondo me dovrebbe essere sacrosanto.
    Così come dovrebbe essere un sacrosanto principio che, poiché un’impresa esiste e funziona in quanto coesistono capitale e lavoro, altrimenti semplicemente non vi è impresa, il CdA di un’azienda comprenda rappresentanti di entrambi perché il buon funzionamento è nell’interesse di entrambi, non di una sola parte. Ed entrambi assumendosi le proprie responsabilità in caso di fallimento. Quanti, eletti come, etc etc. è di nuovo questione da rimandare a leggi e contrattazione, ma il principio deve essere quello.
    Penso che se operassimo secondo questi principi forse non ci sarebbe neanche bisogno dello Stato con il suo welfare che poi è welfare solo per i pubblici dipendenti, politici e via discorrendo.

  32. Caro Oscar

    Questo vuol dire che Schumpeter non era intellettualmente onesto? Poco m’importa. M’importa quello che scrive, della la sua logica. La logica c’è tutta. Non è vero forse che le grandi imprese stanno mangiando quelle piccole? Non è vero forse che le imprese si stanno svuotando dai padroni? Penso all’azionariato diffuso. Non è vero forse che la rendita da capitale provoca conflitti con la rendita da lavoro? Ecco, Schumpeter, almeno nella sua prima parte di analisi ci aveva azzeccato perfettamente e in tempi non sospetti. Poi, se l’abbia scritta con un secondo fine, sono fatti suoi, morti e sepolti con lui.

    Io non credo in niente, io penso soltanto. Vista la situazione attuale Schumpeter ci ha azzeccato alla grande.

    Non sono un teologo, dico soltanto che la moderna scienza economica offre soluzioni, logiche e vere. Il dogma è la “vecchia verità” ormai superata dalle nuove scoperte scientifiche, in altre parole, dalla nuova verità. La caduta tendenziale del saggio di profitto non è stata ancora smentita scientificamente, perciò non è un dogma, ma è una verità ancora attuale. Se vuoi, parliamo anche delle critiche infondate a Marx: regressione a infinitum e la teoria della circolarità (Marx va visto in un’ottica dinamica, poi, se vi piace vederlo staticamente e abolire il tempo per trovar una qualche ragione…).

    Sraffa dimostra che la teoria neoclassica presenta un vizio di circolarità e che un aumento dei salari non produce automaticamente una sostituzione con il capitale (che può anche crescere). Questa è una verità ancora attuale perché non è stata ancora scientificamente smentita. Ci hanno provato Samuelson e il suo allievo Levhari, ma smentiti da Pasinetti. Ormai è risaputo e riconosciuto dagli stessi neoclassici che la loro teoria è SOLTANTO utile come prima approssimazione. Per questo motivo PRINCIPALE la verità non sta nella teoria neoclassica: ritenerla ancora vera ci riporta di sopra, diventa un dogma per i credenti ideologi.

    Oscar, io ragiono in modo scientifico. Le ideologie le lascio ai credenti.

    Saluti e buona notte

    Ps: Visto che ti ha dato tanto fastidio il mio invito a studiare di più e meglio, lasciare i dogmi e le ideologie alla chiesa, RITIRO l’invito allo studio e mi scuso per averti ferito. Insieme a “Sraffa” restano anche tutte le critiche sull’impossibilità della politica fiscale in un regime (neo)liberista ed altre nei miei commenti precedenti. E scusa se è poco!

  33. Marco Tizzi

    @Tony
    Ovviamente io dicevo: prima di togliere l’art.18, licenziate chi si merita il licenziamento e che non è coperto dall’art.18.

    Ora, io non sono un economista e penso, anzi sono assolutamente sicuro, che l’economia non sia una scienza. Ho pochissime certezze nella vita, questa è una.

    Stanti così le cose, nonostante tutto, mi diletto a godermi qualche parola sull’economia e, sinceramente, non ho capito bene cosa tu proponga. Capita qualche volta che chi sa molto più degli altri faccia fatica a spiegarsi. A naso mi sembra di capire che tu voglia una società autogestita, che non capisco cosa significhi: è anarchia o no?
    La tua visione aziendale è di tipo cooperativo, mi pare di aver capito. Che mi piace, mi piace molto. Ma poi mi dici che non vuoi il profitto e mi confondi… In questo sistema c’è la moneta o no?

    Nel consigliarti “Maledetti economisti, le idiozie di una scienza inesistente” di Sergio Ricossa, ti auguro la buonanotte con un consiglio: quando credi di sapere più di qualcun altro significa che stai perdendo il fine ultimo del sapere, che si chiama “dubbio”.
    “…l’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un incessante “non so”.

    Di persone così non ce ne sono molte. La maggioranza degli abitanti di questa terra lavora per procurasi da vivere, lavora perché deve. Non sono essi a scegliersi il lavoro per passione, sono le circostanze della vita che scelgono per loro. Un lavoro non amato, un lavoro che annoia, apprezzato solo perché comunque non a tutti accessibile, è una delle più grandi sventure umane. E nulla lascia presagire che i prossimi secoli apporteranno in questo campo un qualche felice cambiamento.

    Posso dire pertanto che se è vero che tolgo ai poeti il monopolio dell’ispirazione, li colloco comunque nel ristretto gruppo degli eletti dalla sorte.

    A questo punto possono sorgere dei dubbi in chi mi ascolta. Allora anche carnefici, dittatori, fanatici, demagoghi in lotta per il potere con l’aiuto di qualche slogan, purché gridato forte, amano il proprio lavoro e lo svolgono altresì con zelante inventiva. D’accordo, loro “sanno”. Sanno, e ciò che sanno gli basta una volta per tutte. Non provano curiosità per nient’altro, perché ciò potrebbe indebolire la forza dei loro argomenti. E ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società.

    Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so” sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.”

    (W. Szymborska, discorso alla consegna del premio Nobel)

  34. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea
    Caro Giuseppe, concordo con te sul fatto che ci siano grandi imprenditori: io ne ho conosciuti e ho anche avuto la fortuna di lavorare per uno di loro. Era tedesco, ma ce ne sono tanti anche in Italietta.
    Dico solo che le aziende italiane devono cominciare a defenestrare i manager incompetenti prima di chiedere la libertà di licenziare, cosa che, ripeto, mi trova completamente favorevole.

    Mi tocca però bacchettarti sulla questione del capitale: per fare impresa bastiamo io e te e due tovaglioli di carta. Io scrivo 10 000 000 su uno, tu sull’altro. Andiamo da un notaio e tu vendi il tuo a me, io il mio a te. I debiti si pareggiano, quindi siamo pari, ma abbiamo due asset che valgono 10 000 000. Allora andiamo da una banca e ci facciamo prestare 5 000 000, ben coperti dai nostri asset. La banca prenderà i nostri debiti e li darà in garanzia a Draghi che darà loro il denaro necessario per fare un po’ di speculazione spicciola e campare, che hanno figli anche loro.
    Ora noi possiamo fare impresa.
    Oppure andiamo a goderceli ai Caraibi… 🙂

  35. Marco Tizzi

    @Vincenzo
    Mi lascia un po’ perplesso il tuo discorso nel mondo odierno perché il mondo “macchine” è un multiplo pesantissimo del mondo “lavoratori”.
    In Korea è stata inaugurata una fabbrica di automobili senza luce: non ci sono persone, la luce non serve.
    Quindi, piaccia o meno, oggi l’impresa è sempre più spostata verso il capitale.

    Ma il capitale è un fazzoletto di carta (vd. post precedente), quindi… che problema c’è? 🙂

  36. @ Giuseppe D’Andrea

    La funzione imprenditoriale la portano avanti i lavoratori: vedi il modello argentino.

    Il benessere sociale non è un concetto generico: è massimo in un mercato (economia) che non genera profitti; tutti i profitti sono reinvestiti o ridistribuiti.

    Il mercato perfettamente concorrenziale lo si può raggiungere quando il prezzo è uguale al costo medio: se tutti gli utili sono reinvestiti o ridistribuiti (all’interno dell’impresa o per via di politica fiscale).

    Nessun equilibrio statico: il profitto nel caso accademico sarebbe uguale a zero; nel caso reale tenderebbe velocemente a zero per via della ridistribuzione tra i lavoratori o per via della politica fiscale.

    I lavoratori si distinguono e come per le loro capacità. Non capisco perché mettermi in bocca le cose che non ho detto. Curioso!

    Un economia socialista non preclude i monopoli, ma non li crea neanche. Anche qui, restano curiose le tue conclusioni. Sarebbe meglio un ragionamento ex ante, prima trarre delle conclusioni affrettate. Se un’impresa produce un bene che nessuno vuole, CHIUDE. Se tutti vogliono un bene soltanto, in quel settore ci sarà un monopolista: gli insider guadagneranno molto nei primi periodi (aumento di tassazione), poi arriveranno altri lavoratori ed entreranno nell’azienda a produrre quel bene cosi il guadagno per lavoratore diminuisce (concorrenza tra lavoratori in un economia socialista) e l’imposizione fiscale diminuisce.

    L’imposizione ottimale è quella che garantisce i servizi VOLUTI dai cittadini lavoratori e consumatori e che non preclude gli investimenti (basse imposte dirette, addiritturaa nulle “a campana”) e altissime imposte indirette sui profitti, beni di lusso, patrimonio, risparmio, iva (tutte imposte indirette) per garantire la tendenza veloce del profitto e del risparmio allo zero. E guarda che sono i tuoi amici liberisti ad aver formulato la teoria della tassazione ottimale, con la quale io concordo. Anche Monti oggi aveva dichiarato di voler spostare la tassazione diretta a quella indiretta. E fa bene.

    Per il resto, ti ripeto: io non sono marxista, non sono statalista, non sono un teologo; ragiono con i “numeri” e basta.

    @ Vincenzo
    Il profitto non è il reddito dell’imprenditore, è un extra: in quei 80 c’è anche il reddito dell’imprenditore. Queste sono cose basilari, parliamo dell’OVVIO!

    Per tutto il resto, avevo già risposto in precedenza: come si spartisce, quando il sistema è sostenibile, quando non lo è, cosa bisogna fare…

    Adesso ti faccio io un esempio.
    Alzo un mutuo di 100 e apro un impresa; assumo 10 lavoratori. Io ti chiedo, chi paga i 100 iniziali? Lo pagano i 10 lavoratori insieme all’mprenditore, ma chi decide la vita e la morte è l’imprenditore. Curioso! Che curioso non è, semplicemente la legge glielo permette. Ma è lui che finanzia con i soldi dei lavoratori (e in parte piccolissima anche con i suoi) gli stessi politici e indirizza la politica economica del governo e il legiferare a suo favore per permettergli di rubare la proprietà tutta per sé.

    Non ti sembra un giochino perverso. Certo, può durare e reggere fino a quando i lavoratori non si svegliano. Se è per questo, sonni tranquilli: i poveretti continueranno (per vostra fortuna) a dormire.

    Oltre a ripagare il debito, i lavoratori producono anche un profitto (non il reddito dell’imprenditore): chiamiamo PLUSVALORE questa somma; una teoria (vedi sopra nel mio ultimo commento) MAI SMENTITA DA NESSUN, DICO NESSUN ECONOMISTA!!! Per questo motivo è VERA. Una verità scientificamente esatta.

    Se volete smentire la teoria della creazione del valore fate un esposto scientifico (i conservatori non aspettano altro!) per controbatterla, la pubblicate, e se non risulterà ulteriormente criticabile, la vostra diventerà una NUOVA VERITA’.

    Io per primo, essendo fatto di “numeri”, abbandonerò la verità precedente e prendero la vostra. E’ così che funziona la SCIENZA.

    un saluto ad entrambi

  37. Giuseppe D'Andrea

    @Marco Tizzi

    Scusa che sto scrivendo sul mio tovagliolo… 😀

    Caro Marco a parte i deliri precedenti e l’alta teoria che pondera di ‘alterare’ la cognizione del genere umano, sai come la penso ; io sono per il merito e la responsabilità, come contrappeso alla tanto agognata Libertà che mi è cara.
    Ora i manager non li considero dei ‘totem’ inamovibili, conosco torme di supposti ‘capitani di industria’ che potrebbero cadere se solo ci fosse la possibilità di una concorrenza un po più fluida, purtroppo questi idioti sono a capo di società che godono di credito ‘quasi inesauribile’ da parte di istituzioni, istituti di credito, politici e via discorrendo, mentre chi è piccolo e dinamico viene non solo snobbato (che è comprensibile) ma anche osteggiato (che è deleterio) dal sistema circostante. Questa tendenza a bloccare qualsiasi sviluppo delle piccole imprese ha reso il nostro capitalismo quello che è un enorme guazzabuglio.

    In quanto al ‘prima o dopo’ credo che il miglior tempo sarebbe il ‘mentre’. Non tutte le aziende hanno gli stessi problemi o possono ascrivere tutte le loro difficoltà solo all’incompetenza dell’uno o dell’altro.

    Ps; è vero che è tutta cartaccia, ma si ostinano a non volermene consegnare in quantità importanti…

  38. alberto

    Giannino dice che le cause del basso salario lordo in Italia, sono nell’ ordine:
    1)Stato ladro;
    2)Bassa produttività;
    3)Salari rigidi e non dipendenti dall’ andamento particolare dell’ impresa;
    Allora io dico che andrebbe riscritta quella classifica indicando altri responsabili in modo maggiormente preciso e spiego perchè, nelle seguenti riflessioni.
    Se si guarda al lavoro del centro studi confindustria, l’ Italia è al 4° posto nel mondo come produzione manufatturiera pro/capite, al 1° posto c’ è la Germania. Siamo poi invece al 1° posto come costo per unità di lavoro (CUL) mentre siamo al 5° posto in europa per costo del lavoro per addetto, CLO; questi due elementi hanno avuto andamenti crescenti per il CUL e decrescenti per il CLO. Cosa significano i dati esposti, significano che nonostante abbiamo un ottimo tessuto produttivo ed industriale, secondo solo a quello della Germania, nel Mondo, il costo del lavoro sia diminuito, nel decennio Euro, siamo peggiorati come competitività e la nostra bilancia commerciale, ovviamente ha subito una contrazione di circa 4 punti (ricordate l’ analisi BBC), mentre quella della Germania, nello stesso periodo è cresciuta di 6 punti. Quindi al 1° posto della graduatoria dei motivi che rendono inferiori i salari Italiani rispetto agli altri, io pongo il fatto che i meccanismi di compensazione all’ interno dell’ area euro sono assenti e quindi non tanto finanze pubbliche fuori controllo ma piuttosto un problema di indebitamento complessivo, sia pubblico che privato, e in particolare a uno squilibrio nei rapporti di debito e credito tra i paesi membri dell’Unione. Più precisamente la crisi delle economie deboli, a cui è associato il problema dei salari, credo sia alimentata da una profonda asimmetria tra economie forti ed economie deboli dell’area, che determina surplus crescenti soprattutto per la Germania a fronte di deficit commerciali sistematici per i paesi “periferici” dell’Unione.
    Parliamo dello Stato ladro, e del significato che ne da Giannino, lui credo che si riferisca alla pressione fiscale legata alla spesa pubblica sociale; ma osserviamo i seguenti dati:

    (DATI OCSE 2007, ultimi agg.ti disponibili)

    SPESA PENSIONISTICA IN % PIL(VAL. 2007)( in Italia comprende anche la spesa assistenziale e la cassa integrazione)

    Austria: 12,3 ; Belgio: 8,9 ; Francia: 12,5 ; Germania : 10,7 ; Grecia 11,9 ; Italia: 14,1 ; Giappone : 8,8 ; Spagna: 7,2 ; U K: 5,4 ; USA 6,0 ;

    SPESA PER LA SANITA’ PUBBLICA(val. 2007)

    Austria: 6,8; Belgio: 7,3; Francia: 7,5 ; Germania: 7,8 ; Grecia: 5,9; Italia: 6,6 ; Giappone: 6,3 ; Spagna: 6,1; UK: 6,8 ; USA: 7,2 ;

    La somma delle due spese pubbliche è pari(val.2007):

    Austria: 19,1; Belgio: 16,2; Francia : 20,0; Germania: 18,5; Grecia: 17,8; Italia: 20,7; Giappone: 15,1; Spagna: 13,3; UK: 12,2; USA: 13,2;

    Poi abbiamo

    Spesa per famiglie(val.2007):
    Austria: 2,6; Belgio: 3,1; Francia: 3,7; Germania: 2,7; Grecia: 1,05; Italia: 1,4; Giappone: 1,3; Spagna: 1,5; UK: 3,5; USA: 1,2;

    Il totale delle tre spese precedenti ammonta:

    Austria: 21,7; Belgio: 19,3; Francia: 23,7; Germania: 21,2; Grecia: 18,8; Italia. 22,1; Giappone: 16,3; Spagna: 14,8; UK: 15,7; USA: 14,4;

    Ma la spesa sociale generale ammonta a(val.2007):
    Austria: 26,4; Belgio: 26,3; Francia: 28,4; Germania: 25,2; GRECIA: 21,3; Italia: 24,9; Giappone: 18,7; Spagna: 21,6; UK: 20,5; USA: 16,2;

    cioè mediamente 22,3% sul PIL e con differenze di +6,1 per la Francia e -6,1 per USA;

    Le differenze:
    Austria: 4,7; Belgio: 7; Francia: 4,7; Germania: 4; Grecia: 2,5; Italia: 2,8; Giappone: 2,4; Spagna: 6,8; UK: 4,8; USA: 1,8;

    Rappresentano altre politiche di sussidio, quali disoccupazione, incentivi ed immigrazione.

    Allora se la nostra spesa è assolutamente in linea con la media OCSE, addirittura inferiore a quella della Germania, della Francia del Belgio etc. e se invece la nostra pressione fiscale è quella maggiore di tutti gli altri paesi, ciò vuol dire che qualcuno fa il furbo, e quindi ribalto la questione a Giannino, ci dica lui perchè. Io lo so, ma Giannino fa finta di non saperlo.
    Quindi ricapitolando, la Graduatoria diventa:
    1)Europa che non funziona;
    2)Qualcuno che fa il furbo;
    3)Questa ce la metto d’ arbitrio, Stupidità italiana, non furbizia italiana (Burocrazia, Politica squallida ed incompetente, lobbies che fanno il loro porco comodo, corruzione impossibilità di fare alcunchè nei settori dell’ energia, delle infrastrutture, della ricerca, aree geografiche sottosviluppate e criminalizzate etc); guardate che queste cose, incidono sui salari. Ma le abbiamo sempre avute e per questo le pongo comunque all’ ultimo posto.

  39. @ Marco

    Non sei un economista, ma credi che l’economia non sia una scienza. Curioso!

    Scusa, ma prima si studia (non me ne voglia Oscar un’altra volta) e poi si giudica. Non ti pare?

    “Maledetti economisti” Concordo. Come anche i medici che si preoccupano più della propria busta paga che della salute del singolo, come ogni altro professionista falso, sia esso altamente specializza, sia esso un semplice pulitore di scale del condominio.

    “Non so”, molto saggio. Meglio non parlare di cose che non si conoscono: io non parlerei MAI di medicina se non fossi un medico. Sì, così, giusto un po’, qualche domanda, ma vedere gente come anche qui (non solo qui) parlare di cose così complesse senza alcuna preparazione specifica,mi lascia alquanto perplesso.

    A me, oltre il normale corso di laurea specialistica (mi sono laureato in tempo, ma non sono un genio e gli studi me li sono finanziati da me), mi ci sono voluti altri 4 anni per approfondire i vari temi toccando anche la filosofia, scienze politiche, l’esistenzialismo, la sociologia, storia…, perché non tutto si studia all’università (si buttano soltanto le basi). Vedere gente che s’improvvisano economisti in una notte…. Non dico altro.

    L’ora è tarda, vi leggo domani.

    buona notte

  40. Marco Tizzi

    @Tony
    Continuo a mantenere la ferma certezza che l’economia non sia una scienza.

    Perché non vi si può applicare il metodo scientifico.
    Facile.

    Idem “scienze politiche” (aaaargggghhhhhh), idem sociologia, non voglio nemmeno parlare della storia, quella materia in cui vogliono farmi credere che gli uomini primitivi lavoravano un masso di granito di 8 000 tonnellate con la selce e lo spostavano con i tronchi degli alberi. Ci sarà un motivo se il Nobel per l’economia è finto e di sessant’anni postumo, no?

    Si avvicina, certo, alla filosofia. Forse ne fa parte. Ma proprio per questo dovrebbe aberrare la parola “verità”.

    Sul “non so”, purtroppo, non hai capito una fava, ma prova a rileggere quelle paroline che son davvero magiche.
    E già che hai dedicato così tanto tempo agli studi economici (come suona meglio rispetto a “scienza economica”, non credi?) puoi investirne ancora un po’ sul testo del buon Ricossa: ti divertirai e magari riesci a capire anche la buona Wyslawa, che non fa male.
    Anche perché è dura riuscire a spiegare Marx se non si riesce a capire la Szymborska, non credi?

  41. Marco Tizzi

    Giuseppe D’Andrea :
    Ps; è vero che è tutta cartaccia, ma si ostinano a non volermene consegnare in quantità importanti…

    Giusé, il tovagliuolo!!!!
    Se non sfrutti il tovagliuolo non t’arriva mai denaro abbastanza… 😉
    Pardon, “capitale” 😛

  42. valby

    nelle economie di mercato, il canale primario attraverso cui i soggetti economici ottengono un reddito è la cessione sul mercato dei fattori di produzione. La minoranza dei individui deriva buona parte del suo reddito dal possesso di azioni, obbligazioni e altri strumenti finanziari, ma la maggioranza degli individui vive principalmente con quello che ricava dal proprio lavoro. Il sistema di distribuizione del reddito in maniera centralizzata (secondo il mio punto di vista) non è tanto perfetto anche se ammetto che ne abbia alcunni proprietà positive per la parte più povera degli individui. Ma è giusto che il salario venga basato sulla produttività marginale di ogni lavoratore. Tanto più un individuo lavora ed è efficace, tanto più è giusto rettribuirlo. Ma il problema a questo punto è quale sarà il livello di diseguaglianza? Perchè gli obbietivi di equità e di efficienza non vano molto daccordo. Per lo Stato Ok, via l’articolo 18, meno controllo dai sindacalisti. Ma l’allocazione Pareto efficente puo essere ottenuta come l’equilibrio concorrenziale, allora considerando l’efficienza bisogna anche spiegare come le conseguenze distribuitive possano essere modificate?

  43. alberto

    Questa analisi molto ben corredata da statistiche e tabelle del Corsera, in un articolo di Enrico Marro, riportata da un giornale locale, risale a dicembre 2011.
    L’ analisi è ottima sotto il profilo tecnico, le esponsabilità esposte, ricalcano in qualche modo quelle di oggi di Giannino su cui io non concordo; è paradossale infatti che venga citato Carlo Dell’ Aringa che dice ad un certo punto:

    “negli ultimi 10-15 anni la posizione relativa dell’Italia è peggiorata”

    io dico soprattutto negli ultimi 10 anni. Non si dice nella analisi, che la particolare struttura dell’ Euro, come cercavo di spiegare sopra, ci ha fatto molto male, a noi più che altrove e da noi l’ Euro ha avuto tra l’ altro effetti molto peggiori, in termini di potere d’ acquisto e di inflazione, rispetto agli altri partner.

  44. Robespierre

    @Tony
    Caro Tony caro Marco e divino Oscar,
    Sono una persona istruita e di buone letture ma non posso permettermi di competere con le vostre competenze accademiche anche perchè quando avrei dovuto laurearmi mi dedicavo principalmente al surf.
    Seguo affascinato le vostre elucubrazioni e cerco sinceramente di capire le vostre spiegazioni delle dinamiche economiche. Ma siamo in Italietta.
    Non so se qualcuno qui sul blog conosce la differenza tra la creazione di ricchezza teorizzata da qualche “scienziato” e quella reale che fornisce denaro da spendere.
    Vi faccio il mio caso: La mattina esco alle 7,30 di casa perchè con la metropolitana da terzo mondo della nostra capitale, il traffico è paralizzato fino alle 10 e se voglio visitare un cliente entro le 9, non ho scelta. Così tutto il giorno nel traffico, chiama tizio, recupera soldi da caio, prova a vendere questo a quello, prendi un vaffa dall’altro e via cosi tutti i giorni. A volte la giornata ha prodotto qualcosa a volte ho regalato allo stato 40/50 euro di gasolio. Lo scorso trimestre ho versato oltre 4000 euro d’iva cioè: Il mio lavoro ha fatto vendere merci per xx migliaia di euro, sulle quali la mia azienda guadagna soldi (prima ricchezza) e poi paga le miee provvigioni più iva (altra ricchezza!?) ovvero quei 4000 euro che a Settembre non esistevano ed ora sono a disposizione dello stato ladro per qualche prebenda. Ora andiamo al sodo, io mi faccio un mazzo tanto dalla mattina alla sera per creare ricchezza per me e la mia famiglia, perchè perchè dovrei dare il 57% del mio lavoro allo stato perchè? Non mi conviene trovare un bel posto statale con malattia e ferie pagate? Avrei anche 100.000 euro per avviare un attività lo faccio in Italia? Vogliamo parlare di cosa accade alla vita di un cittadino della classe media visitato dall’agenzia dell’entrate? Non parlo di Unicredit o Valentino Rossi che risolvono con il 5% ma uno che può evadere 7/8000 euro all’anno.

    1)6.500.000 partite iva.
    2)Industriali italiani, Marchionne che come dice Crozza: è più facile fare una macchina senza difetti o tagliare la pausa pranzo?
    Volkswagen +14% stesso costo del personale.
    Oscar lo so che sei una persona positiva ma questo paese è morto. La storia ha ciclicamente bisogno di una rivoluzione, questo è l’arcano di ogni filosofo. Giacobinismo, Indipendentismo, Socialismo, Nazionalismo, Patriottismo, Fascismo come ci insegna Sorel, sono solo una scusa da dare alle masse per la Revolution!
    QUANDO UNO STATO ENTRA CON QUESTA VIOLENZA NELLA VITA DELLE PERSONE IL TEMPO DELLE PAROLE E’ FINITO!

  45. Marco Tizzi

    @Robespierre
    “Che cosa porta alla fame il popolo? Le tasse imposte dai governanti. Che cosa rende ribelle il popolo? Le continue interferenze dei governanti.”
    “Quando abbondano furbizia ed intellettualismo, il popolo non sta bene. Un capo che governa con astuzia, inganna il popolo. Un capo che governa con semplicità benifica il popolo.”
    “…più proibizioni ci sono, più il popolo diventa povero. Più armi ci sono, più le cose vanno male. Più astuzie e furberie ci sono, più si fanno follie. Più leggi ci sono, più si moltiplicano i furfanti. Quindi il saggio dice: io pratico la non-azione e il popolo si trasforma da sé. Io mi mantengo tranquillo e il popolo fa naturalmente ciò che è giusto. Io non interferisco e il popolo prospera spontaneamente. Io non nutro desideri a il popolo torna alla semplicità”

    (Lao Tzu, “Tao te ching”, VI secolo avanti Cristo)

  46. alberto

    Ritorno sull’ argomento relativo alle responsabilità dell’ Euro nella questione specifica dei salari e della produttività.
    Questo documento OCSE, relativo alla produttività del lavoro dal 1984 al 2013, ma con update al 7 dic. 2011, attesta quanto segue:
    Produttività lavoro Italia:(1984-1994) +2,0% annua; (1995-2000) +1,56% annua; (2001-2010) -0,32 % annua.
    Produttività lavoro Germania:(1984-1994) +1,8% annua; (1995-2000) +1,3% annua; (2001-2010) + 0,65 % annua.
    Produttivita lavoro Francia; (1984-1994) +1,9% annua; (1995-2000) +1,78% annua; (2001-2010) + 0,62% annua.
    Allora mi chiedo, confutando come prima dicevo le parole di Dell’ Aringa, la produttività Italica rispetto a Germania e Francia, e di conseguenza i salari, è diminuita nel decennio Euro, mentre nel quinquennio precedente stavamo meglio della Germania e solo un po’ peggio della Francia.
    Ricapitolando, nel decennio Euro abbiamo avuto i seguenti dati negativi:
    -Debito aumentato di circa 20 punti come % PIL;
    -Riduzione di competitività riflessasi sulla bilancia commerciale di 4 punti percentuali rispetto al nostro PIL, mentre la Germania è aumentata di 6 punti sul suo PIL;
    -Riduzione della produttività del lavoro totale, nel decennio, di 3,2 punti contro un parallelo aumento del 6,2 per la Francia e del 6,5 per la Germania; in pratica abbiamo perso 10 punti di produttività, e questa come tutti diciamo, è la causa del problema in oggetto.
    Ora io dichiaro e ribadisco che le cause della nostra regressione sono soprattutto nelle modalità con cui la comunità europea è in essere e noi faremmo bene ad uscire da questa situazione che ingabbia le nostre qualità e le nostre peculiarità. Noi non potremo mai diventare come la Germania e nemmeno come la Francia, perchè come vediamo anche in questi giorni per la questione TAV, siamo un Paese cialtrone nell’ energia, nelle infrastrutture, nella politica post-Borbonica, ma contestualmente ed indubitabilmente un Paese in grado di competere se potremo mettere a frutto la nostra capacità di adattamento, preclusaci da questa gabbia e dai marpioni Francia e Germania.

  47. lionello ruggieri

    E’ il solito confuso coacervo di pressappochista sciocchezzaio contenuto neglli interventi di Giannino. Ad esempio sostenere che i salari non crescono perché l’elevata tassazione toglir disponiblità alle imprese significa pensare che, a fronte di un minor prelievo fiscale, esse darebbero generosi aumenti senza difendere i propri maggiori utili disponibili. E questo, oltre a fare a pugni con ogni realtà nota, è in feroce contrasto con il principio base del libersmo che prevede per ognuno la ricerca del proprio massimo tornaconto. Ho fatto per 40 anni risanamenti aziendali con un certo successo e nulla di quanto asserito nello sccritto di Giannino trova il minimo riscontro nella vita reale….. come rilevato inuna strana forma di approvazione anche da alcuni dei commennti presenti. O nei dati statistici noti-

  48. Giuseppe D'Andrea

    Chicago e’ sparito un intero commento pubblicato ora! Come è possibile?

    @lionello ruggieri

    Non conosco la sua carriera, ma per quanto riguarda la mia realtà e la mia logica l’ostacolo alla formazione del capitale da parte dell’autorità pubblica inibisce la produttività e la crescita delle aziende, l’inflazione monetaria alleggerisce i salari reali che senza contra bilanciamento della aumentata produttività soffrono per primi degli effetti dell’inflazione, i risparmi diminuiscono allo stesso modo, gli investimenti vengono intaccati, i tassi di interesse manipolati mandano segnali ‘ingannevoli’ agli imprenditori. In questa logica circolare imprese e lavoratori escono più deboli che mai. Certo se quello che ci interessa sono solo gli aumenti ‘nominali’ allora la faccenda è diversa, qualche famoso economista, anzi un famosissimo economista intuì che si poteva avere buon gioco con la differenza fra salari reali e nominali, perché a suo dire sindacati e lavoratori si sarebbero subito fiondato sugli aumenti incuranti della perdita di potere d’acquisto…

    Io questo lo chiamo ‘inganno’, spregevole inganno aggiungerei, ma a quanto pare il suddetto luminare è adorato dai sindacati e dai neo-socialisti.

  49. Giuseppe D'Andrea

    Ma dai… per una volta che non ‘salvo’ un commento quello sparisce nel nulla… non è nemmeno in moderazione qualcuno potrebbe dare un occhiata se non è troppo disturbo?

  50. Giuseppe D'Andrea

    @Robespierre

    Concordo,

    Capisco bene cosa vuol dire avere a che fare con le fiamme gialle (che saluto, ci vediamo prossimamente), i controlli, i tribunali, le banche che ti chiamano perchè un assegno in prima presentazione era insoluto. Il punto è che per qualcuno sono semplicemente ‘cavoli tuoi’ che hai deciso di diventare capitalista, perché secondo la mentalità diffusa e l’anti-capitalismo totale di alcuni individui vedi il preparatissimo Tony, tu sei uno sfruttatore che profitta sulle carni altrui e sul lavoro del lavoratore, quello che fai è irrilevante o semplicemente di poco conto, dunque se ti tartassano, se vai in miseria o se ti perseguitano è come se fosse una sorta di giustizia karmica. Questa è la mentalità che pervade l’Italia da più di cinquant’anni, con le sue generalizzazioni e le sue esasperazioni, non tutto e non tutti sono ‘socialisti’ neri o rossi, però la maggioranza che lavora, investe, risparmia, inventa e profitta è silente mentre i suddetti ‘socialisti’ strillano nelle piazze, ai cancelli delle fabbriche, in parlamento, in TV e nelle associazioni, dunque pur essendo gli italiani una maggioranza di individui lontani da queste discussioni perniciose, l’apparenza è l’esatto opposto ecco perchè lo scoramento prende te e tanti altri.

    Bisogna avere, per quanto difficile un po di fede e poi cercare di fare qualcosa.

    @Marco Tizzi

    Occhio che rischi di diventare liberista. Lo sai che quando riporti queste frasi Stalin piange di lassù

    😀

  51. Marco Tizzi

    @lionello ruggieri
    Probabilmente io ho avuto la fortuna di lavorare in qualche (poche) aziende sane e queste distribuivano utili ai dipendenti in cifre molto importanti. E almeno il reinvestimento dovrebbe essere detassato in qualche modo.
    Poi magari lei si è occupato di risanamenti talmente disperati che non aveva nemmeno modo di occuparsi di investimenti, no?
    Per il resto direi che abbassare anche la tassazione sul lavoro dipendente è una mossa più che auspicabile, direi ormai necessaria.

    Ma il problema serio è cosa lo Stato restituisce a fronte di una tassazione così imponente: purtroppo al momento la risposta è tristemente “burocrazia inutile e rigonfiamento di tasche di pochi”.

  52. Giuseppe D'Andrea

    @Marco Tizzi

    Non l’ho copiato, francamente mi rompo a riscriverlo, non mi sento più ispirato e forse faccio bene a non scriverlo… (forse era un po lungo) un giorno telefonerò a Giannino che mi ignora e gli chiederò come funziona il sistema di inserimento dei post

    Ps; bella citazione, sappi che rischi di diventare liberista. Non vorrai fare piangere Lenin ? 😀

  53. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea
    Il mio obiettivo finale è un mondo senza moneta, per me questa è solo un’epoca di transizione :).
    Quindi osservo in maniera distaccata cercando di capire quale possa essere la soluzione meno dannosa.
    Sinceramente è una bella lotta.

    In questo percorso sono fondamentali le filosofie orientali perché un mondo senza moneta è possibile solo se ognuno conquista il controllo totale dei propri desideri.

    MA riconosco il FONDAMENTALE concetto liberista che vede l’individuo come unico essere pensante che non si piega ai regolamenti e, soprattutto, non si piega a diventare un numerino in una formula matematica in mano ad un magico economista che tira fuori la formula della felicità.

    Anche perché al compagno Lenin ho sempre semmai preferito il compagno Bakunin 🙂

  54. Giuseppe D'Andrea

    @Marco Tizzi

    Beh, sei giovane hai tempo per rinsavire, mi gioco un ducato! 😀

    In merito alle filosofie orientali, che la dialettica hegeliana e il materialismo storico marxista, considerava ‘paleozoiche e antistoriche’, amo molto il detto;

    ‘ Il valore non è nell’oggetto in se ma nel desiderio connesso ad esso’

    E’ molto marginalista e molto austriaco. Suona anche meglio di;

    “Il valore è dell’oggetto esiste di per se, sei tu che non lo vedi”

    oppure

    “Il valore dell’oggetto dipende da chi l’ha fatto, sei tu che non lo sai”

    Non trovi?

    In quanto al controverso ex-compagno Bakunin sotto certi versi mi era più simpatico sopratutto quando disse;

    I Marxisti dicono, la minoranza (che vi governerà), è composta da lavoratori. Si, senza dubbio… ex-lavoratori, che, quando diventeranno governanti o rappresentanti del popolo, cesseranno di essere lavoratore e inizieranno a guardare le masse dall’alto dell’autorità statale, così che essi rappresenteranno non più le persone ma loro stessi e il loro diritto di governare gli altri. Chi mette in dubbio questo, non conosce nulla della natura umana… Il termine “socialismo scientifico” e “socialista scientifico”, che incontriamo costantemente nei discorsi dei Marxisti, è prova sufficiente che il cosidetto stato della gente, non è altro che un dispotismo sulle masse, esercitato da una nuova e minuscala aristocrazia di scienziati, veri o presunti che siano… Loro [i Marxisti], sostengono che solo la dittatura, la loro ovviamente, può portare la libertà della gente; noi rispondiamo che la dittatura non può portare altro che la replicazione di se stessa, e che non può propugnare altro che la schiavitù della gente ad essa soggetta. La libertà può essere creata solo dalla libertà…

    Molto vero, singolare che sia venuto da uno che era un pazzo scriteriato come quasi tutti i suoi seguaci, il suo anarco-comunismo è ancor più irrealizzabile dell’anarco-capitalismo, almeno l’ultimo di cui dubito fortemente la realizzazione almeno prevede un qualche accordo sociale e la divisione del lavoro. Lo avrei voluto vedere provare a ‘assaltare’ le proprietà altrui… e beccarsi un palla in fronte.

  55. giancarlo

    ma in germania e francia non esistono i CCNL? ma che stiamo dicendo? semmai i CCNL dovrebbero consentire la ripartizione di utili e premi di produzione più pesanti per i lavoratori. come avviene in altri paesi euro. invece da noi gli incrementi reddituali variabili da noi sono riservati solo al top management.alla gran massa di dipendenti non rimane niente. e così si continua a divaricare la forbice fra stipendio medio dei dipendenti e redditi della fascia manageriale-dirigenziale.

  56. Robespierre

    @lionello ruggieri
    La vedo un pò astioso, tuttavia sono d’accordo con lei perchè la barzelletta dell’industriale italiano generoso e illuminato fa il paio con quella raccontata da chi dice che se le tasse le pagassero tutti sarebbero più basse. Scusi la volgarità ma mentre scrivo mi piscio sotto dalle risate pensando ai 62000 impiegati di Roma che per magia diventerebbero 100000.

  57. gian carlo

    il sistema italia si deve a noi italiani, se guadagniamo meno dei nostri amici europei è solo colpa nostra. il nostro non è un sistema libero e non ha coscienza civica. da un lato, se i servizi fossero liberalizzati (ora non lo sono, guardiamo al tentativo del decreto liberalizzazioni dove tutti urlano a difendere privilegi, cioè privatae leges, raccontando la favola che l’eliminazione di tali privilegi comprometterebbe la qualità del servizio ai fruitori) sicuramente i costi, e, quindi, i prezzi, scenderebbero; sicuramente se il pubblico la smettesse di fare l’imprenditore su tutto e lasciasse opportunità al privato sicuramente i costi, e quindi i prezzi, scenderebbero, ma anche in questo caso si urla che il privato licenzierebbe la metà dei dipendenti che lo stato utilizza a parità di prestazione rispetto ad un imprenditore che intenda non fallire. veniamo alla coscienza civica: siamo sicuri che al privato convenga che lo stato abdichi radicalmente? lo sarebbe se si pensasse che la ricchezza comune (comune non in senso del pubblico, ma collettiva) è un beneficio per tutti, che è un dovere civico non sprecare risorsa, privata o pubblica; invece è più comodo, almeno per alcuni, partecipare in maniera parassitaria ai benefici indotti da un diseconomico sistema pubblico, dove qualche beneficio non si nega a nessuno, basta l’amico giusto; esempio: non è forse più comoda la rendita di posizione che il ruolo fornitore fiduciario (cioè amico) comporta (al fornitore e al beneficiario) che partecipare a gare dove dovrebbe vincere il migliore rapporto qualità/prezzo, per definizione in mutazione perpetua (lavoro e rischio per il fornitore e il beneficiario)? ma chi ce lo fa fare a lavorare il doppio per ottenere nulla? in altre parole, dire che il pubblico è meglio, magari con campagne che vedono l’attacco al pubblico come un attacco al diritto all’esistenza (ma ci ricordiamo il referendum sull’acqua che in realtà ha significato un colpo di spugna su una norma che liberalizzava i servizi pubblici locali solo perchè incombeva la minaccia di assetare i poveri????) conviene sicuramente non a tutti, ma certamente a molti, e per ragioni non di interesse pubblico, ma di interesse privato. Peccato che questi esempi, a volo di uccello, delineino una situazione di blocco, inefficiente, costosa, asfissiante: se i soldi li sprechiamo perchè ci lamentiamo di guadagnare meno dei nostri colleghi europei?

  58. Giuseppe D'Andrea

    @gian carlo

    Ottime osservazioni, fin quando ci saranno degli ‘agi’ da prendere e delle posizioni di preminenza garantite per legge, ci saranno soggetti che ci marceranno sopra, molto spesso anche cose ideate con fini nobili sono state ‘ingegnerizzate e deviate’ per assistere non solo i più deboli o i bisognosi, anche gli amici e intere categorie che avrebbero potuto provvedere da sole, la base del clientelismo in fondo è uguale a quella della guerra; serve una ricchezza infinita, ricchezza che noi nonostante i proclami di alcuni non abbiamo.
    Forse l’abitudine renderà duro alle generazioni intermedie il cambiamento magari le prossime che ancora non si sono affacciate a questi argomenti, saranno più ‘toste’ e ricostruiranno questo paese, anche se la demografia non è il forte di questa nazione sempre più vecchia.

  59. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea
    Chiaro che ad un certo punto gli estremi si congiungano, ma la lotta per la libertà è un comune obbiettivo perseguito per diverse vie. Sarebbe da riunirsi per discuterne i limiti, ma discutere di libertà è, ohimè, oggi un argomento troppo alto: a chi interessa, oggi, la libertà? Ai pochi, purtroppo, perché alla maggioranza interessa il soddisfare desideri indotti e null’altro.
    La questione della proprietà privata è un problema finché la si contrappone alla proprietà dei pochi. Io capisco tutti voi perché il socialismo è una oligarchia e a me, tanto quanto a voi, poco interessa cambiare una oligarchia con un’altra.
    Ma già nel 2000 Jeremy Rifkin parlava di età dell’accesso e mi ha illuminato da questo punto di vista. Davvero ci servirebbe possedere se potessimo usare tutto ciò che desideriamo?
    Prova a vedere la proprietà privata come uno spreco di risorse, nel senso che il singolo proprietario non la sfrutta a pieno, e ti renderai conto che l’accesso è molto più sensato. Poi da lì a farci una società ce ne passa: Rifkin pensava fossimo ad un passo 12 anni fa, così non è.
    Però finchè se ne parla senza dogmi al di fuori di un clima da stadio si fanno passi avanti. Perché, davvero, il controllo, che non vuol dire la cancellazione, dei propri desideri è fondamentale.

    Le filosofie orientali aiutano, soprattutto se le hai vissute in loco. Sempre da Lao Tzu:
    “Riempire troppo non è bene come fermarsi al momento giusto. Affilare troppo una lama le fa perdere il filo. Riempi la tua casa di tesori e non potrai difenderla.
    Ammassa beni, occupa posizioni, mostra arroganza e presto sarai colpito da perdite”

  60. Giuseppe D'Andrea

    @Marco Tizzi

    Il discorso dell’accesso è da analizzare con la giusta attenzione. Tu dici che in fondo il possesso è finalizzato alla realizzazione dei desideri, dunque se potessi scegliere di ‘accedere’ a ciò che ti serve più che possederlo direttamente, sarebbe meglio l’accesso.

    Attenzione, avere l’accesso alle cose senza curarsi della proprietà è un principio non nuovo, dal punto di vista strettamente umano può essere preferibile, perchè elimina i lati negativi della proprieta; la manutenzione, la tutela e la propagazione, di cui presumibilmente si dovrà occupare ‘qualcunaltro’. Però mi sorge un dubbio, è troppo facile dire ‘la proprietà non esiste’ per supporre che questa de facto non esista, se qualcuno ha un ‘diritto di accesso’ o meglio un ‘comodato d’uso’ su un qualcosa non intendo in senso giuridico, ma in senso generico, da qualche parte ci deve essere qualcun’altro che ha ‘il possesso’ di questo qualcosa e in una società dove questo diviene pratica diffusa, chi è il preposto a cui toccano i doveri di proprietà? E in ultima analisi visto che i desideri dell’uomo sono tutt’altro che limitati, come potrebbe una società ruotare ‘in scioltezza’ intorno a dei beni comuni a cui si ha libero accesso? Di certo sia il problema logico che quello tecnico impongono che ci sia un ‘arbitro’ che valuta se il tuo accesso è consono e per quanto questo ti è concesso il godimento, questo regolatore dovrebbe anche occuparsi di coordinare i vari aspetti di concatenazione fra beni all’interno della società, alla fine temo che tale organismo sarebbe uno stato o una sorta di comitato che non si chiama stato ma ‘comitato economico di accesso’ o come in “ufficio di statistica e demografia” che deve racchiudere in se i poteri di coercizione senza i quali gli individui farebbero di testa loro. Autocontrollo si, ma cum grano salis, avere accesso a ‘tutto quello che vorremmo’ senza aver dovuto ingegnarsi per procurarselo non da automaticamente la soddisfazione e nemmeno la pienezza, anzi può indurre un uomo in uno stato di insoddisfazione cronico e inoltre non credo che basterebbero 100 terre per dare ad ogni uomo quello che desidera. Volere, fortemente Volere è il pungolo del genere umano verso l’infinito, lavorare ed essere costanti il limite che ci tiene ben saldi a terra e nella realtà.

    Io non credo alle parole di Rifkin bada bene non per preconcetto, bensì per logica, avendo combattuto il Marxismo e le sue supposte leggi storiche, con la visione di fasi di passaggio ‘ineluttabili’, fatico a comprendere il ‘post-mercatismo’ e la base sul quale questo dovrebbe formarsi e come questo si possa mai distinguere dal socialismo scientifico nella realtà, più che nella teoria, l’idea di arrivare ad uno ‘stato di quiete’ dove la storia finisce e l’uomo gode in eterno della sua gloria non penso si addica alla natura variegata del genere umano.
    Il fondamento della mia riflessione è che fin quando esisteranno le azioni razionali, esisterà un mercato e fin quando esisterà un mercato esisteranno sempre quei processi economici che sono il capitalismo, su questo fondamento si cerca di fare il meglio possibile per se e a catena per gli altri, questo non vuol dire essere perfetti, ma cosa è perfetto in questo piano di esistenza che noi chiamiamo vita?

    Su Lao Tzu;

    La cupidigia è un difetto, la parsimonia una virtù.

  61. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea
    Il problema del socialismo/comunismo è che nel tentativo di vincere una (supposta) lotta di classe non fa altro che sostituire una classe dominante con un’altra classe dominante. Finché ci sarà un gruppo di pochi che prende decisioni per i tanti non può funzionare perché questi si porranno come dominanti e soverchianti. E i pochi si ribelleranno o comunque saranno infelici.

    L’unico modo per gestire gli accessi è tramite software. Io vedo tutti i giorni questo problema, essendo il mio lavoro: se l’azienda si fida dei risultati del software e non li tocca, le cose funzionano; quando ci mettono troppo le mani i risultati sono pessimi. Ovviamente la sto facendo breve, ma la sostanza è che le macchine sono brave a fare i conti e alla fine far combaciare la produzione con la domanda è un problema matematico e le macchine lo risolvono meglio degli uomini.
    Rifkin c’è arrivato adesso, ma solo per quanto riguarda l’energia: il suo ultimo libro è sulle smart cities che alla fine si occupano di distribuire energie diverse a seconda della domanda.

    Capisco che tutto questo sembra fantascienza, ma 100 anni fa nessuno credeva che saremmo andati sulla luna.

    E dobbiamo renderci conto che l’attuale “”””capitalismo””””” consumistico è drammaticamente inefficiente a livello macroscopico: la maggior parte dei lavori, ormai, sono inutili se si considera lo scopo finale di far incontrare una domanda con un’offerta. A cosa serve la burocrazia? Il marketing? La finanza? La contabilità nelle aziende?
    Sono lavori che nulla hanno a che fare con il semplice fatto che alcune persone vogliono un prodotto e alcune altre lo producono e lo consegnano.
    Però tutto questo cinema è messo in piedi solo per avere un “profitto” in termini di “denaro-aria”, che è semplicemente un gioco, è come il monopoli.

    Poi è ovvio che un sw non può risolvere il problema delle scarsezza delle risorse, ma sicuramente aiuta a gestirle meglio. Per il resto bisogna intervenire sui desideri.
    Insomma: io posso anche inventare un sistema che consenta a tutti di avere una Ferrari o almeno di usarla, ma se ad un certo punto manca il ferro per farla qualcuno ci deve rinunciare e quel qualcuno non si deve incazzare.
    Per contro, in un sistema del genere ci sarebbe una mole enorme di persone che, invece che fare lavori inutili, possono studiare nuove tecnologie per superare la scarsità di una specifica risorsa.

  62. Giuseppe D'Andrea

    @Marco Tizzi

    Marco, il SW non è un entità autonoma, è un prodotto della mente che fa quello che noi gli abbiamo detto di fare, la sua funzionalità è limitata così come la sua ottica, in fondo viene creato da altri esseri umani secondo il loro gusto e il loro arbitrio, una volta messi ‘a capo’ non a controllo, delle esigenze umane, staremmo praticamente imponendo un idea a tutto il globo, anche quello è un gruppo di pochi benchè ‘spersonalizzato’ a meno che il software non sia un prodotto ‘divino’ allora il problema non si porrebbe, colui che è onniscente e onnipotente potrebbe calcolare tutto per tutto.

    Non concordo assolutamente sul fatto che domanda e offerta siano una questione di matematica o che siano assimiliabili alle scienze positive come Samuelson amava dire e non sono nemmeno d’accordo che ci sia ‘efficienza’ nel razionamento che i modelli scientifico-sociali, l’idea di creare ‘consumi medi’ ‘produzioni medie’ ‘soddisfazione medie’ non mi sembra realizzabile senza appiattire il genere umano, con la forza ovviamente, ad un ‘uomo medio’ che non esiste.

    Scusa marco, ma non intendo il senso, chi dice che i lavori elencanti sono inutili sotto quale ottica? Il marketing è fondamentale per migliorare l’allocazione dei prodotti nello spazio e nel tempo ed è una funzione che viene portata avanti forse dall’inizio dei tempi, la finanza serve per fare incontrare domanda ed offerta di capitali e gestisce il credito, la contabilità è la ‘storia genetica’ dell’azienda serve all’impresa per capire dove si è andati e serve all’investitore per ipotizzare dove si potrebbe andare, non è tutto ma fa tanto. Purtroppo molto queste materie hanno a che fare con il fatto che qualcuno vuole un prodotto qualcun altro deve capire cosa produrre, come piazzarlo, dover reperire le risorse e come convincere chi le risorse le ha, dire che tutto questo è inutile presume che il mercato sia una sorte di legge ‘termodinamica’ indipendente da ciò che gli uomini fanno e pensano, e non è così.

    Il fatto che il denaro sia il motivo dello scambio non è corretto; il processo produttivo e la funzione imprenditoriale sono nate prima del denaro e sono state proprio loro a creare il denaro non vice-versa, poi un fattore esterno come la politica impersonata dallo stato ha ‘dirottato’ il denaro, lo ha svilito e lo ha reso ‘fiat’ ma questo per realizzare intenti politici come l’efficienza, la correzione dell’azione individuale, l’abbattimento della scarsità, imponendo ‘l’obbligo’ di accettare come unica moneta ciò che il doverno dice essere moneta, ecco che la violenza della politica cerca di cambiare ciò che era stato stabilito gradualmente nel tempo dall’azione coordinata di milioni se non miliardi di esseri umani. Essendo noi immersi in questo sistema per quanto mefitico siamo costretti a muoverci in base a quello che abbiamo (denaro-fiat) questo però impone un sacrificio per tutti (inflazione e ciclo economico instabile), fino a quando una condizione migliore non verrà ripristinata.

    Intervenire sui desideri è la parola esatta, un software non può captare lo scibile umano, ma un software spalleggiato da un potere coercitivo può ‘piegare’ i desideri umani. Se l’idea è quella di piegare le menti altrui, non vedo cosa differenzia questo socialismo da un altro socialismo, il comunismo, Marco è spesso ‘osannato e criticato’ a sproposito, l’obbiettivo finale del comunismo di Marx non era ‘mettere i proletari sopra i capitalisti’, il comunismo alto aveva il fine di liberare l’uomo dall’alienazione, abbattere la divisione del lavoro ed eliminare il lavoro come necessità fondamentale, in questa realtà finale immutabile, dove la storia sarebbe finita in pratica Marx voleva ‘formattare’ l’uomo che sarebbe diventato un qualcosa di superiore rispetto a ciò che è oggi. Questo obiettivo alcuni uomini lo hanno riscritto e ‘modificato’ eliminando alcune delle ‘stramberie’ del filosofo Tedesco, ma il piano finale resta quello, abbattere la storia, riscrivere l’uomo, eliminare la scarsità, limitare il lavoro, questo è il socialismo di per se, indipendentemente dal nome che assume e dalle forme esteriori. Non c’èntra niente la libertà individuale, perché il singolo è insignificante per queste concezioni che occupano dell’uomo ‘come insieme’ non come persona, il piano è destinato a fallire ciclicamente, perchè non è possibile ‘fermare la storia’ e abbattere l’incertezza, così come non credo sia possibile che tutti gli esseri umani si consegnino volontariamente alla ‘prigionia ipnotica’ del vivere impersonale, perché questo è un bene secondo alcuni.

    Purtroppo non concordiamo su questo, nessun lavoro è inutile di per se e nessuno è più desiderabile di altri, il camionista è utile quanto il fisico quando svolge una funzione utile che è riconosciuta come tale dal fatto che qualcuno paga per averne i servigi e dunque ‘vota’ per la continuazione di una attività. Il discorso ‘anti-mercato’ su cosa è più o meno desiderabile ‘in assoluto’ ci spingerà a fuorvianti interpretazioni personali estese alla globalità, tu reputi che servano più ingegneri informatici, io credo che servano più agricoltori, chi ha ragione? chi è più alto nel ragionamento? Tu che vuoi raggiungere nuove frontiere della telematica o io che voglio centuplicare le rese agricole? Impossibile a dirlo, forse entrambi forse nessuno dei due.

    Tu vuoi un mondo senza moneta, io voglio un mondo di persone libere.

  63. Marco Tizzi

    @Giuseppe D’Andrea
    No, Giuseppe, un sw di gestione delle risorse è neutrale per definizione. Al sig. Microsoft, piuttosto che al sig. Sap o al sig. Cybertec non gliene frega assolutamente niente di quale materiale deve essere prodotto prima di quale altro in un impianto produttivo o un altro. Il sw non fa altro che gestire la domanda sulla capacità produttiva, nient’altro.
    Si occupa di gestire tre fattori: materie prime, capacità produttiva, domanda. Tradizionalmente, a livello aziendale, l’unica risorsa scarsa è il tempo ed eventualmente i soldi. Portato ad un livello superiore ovviamente diventa tutto scarso tranne la domanda: questo è un problema tecnico, ma è risolvibile, pur mantenendo la neutralità.
    È ovvio che io stia comunque parlando di fantascienza, ma non è assolutamente impossibile.
    Marketing, finanza, contabilità non sono inutili oggi, ovviamente, sono inutili in questo mondo ipotetico in cui semplicemente i desideri materiali vengono esauditi dalla produzione e finisce lì. Si tratta di creare un sistema in cui le macchine si occupino di gestire le risorse al posto dell’essere umano. Immaginalo come una specie di lampada di Aladino del bene materiale, senza limiti di desideri. Non si tratta di riportare tutti ad un “uomo medio”, si tratta semmai di riportare tutti ad un “uomo superiore”: il limite deve essere in alto, non in basso e nemmeno in mezzo.
    Che cosa farebbero le persone? Tu pensi a tutti ingegneri che progettano e fanno, ma non è assolutamente così. Ci sarebbero agricoltori, medici, studiosi, artisti… fondamentalmente ognuno fa quel che vuole. Anche nullafacenti, sì, perché no? Ricordati Fuller…
    Ovviamente si tratterebbe di un sistema fondato sulla cooperazione invece che sulla competizione: in questi termini puoi vederlo anche come “socialista” in termini Marxisti (ovviamente prima mi riferivo a Stalin/Lenin/Mao, non certo a Marx), ma questa cosa sta già succedendo oggi, basta pensare a sistemi di cooperazione come il software open source, piuttosto che a sistemi di condivisione delle risorse come couch surfing o condivisione del sapere come oilproject o wikipedia. Guarda a caso tutti questi sistemi non fanno uso di moneta.
    E veniamo al concetto di libertà. Siamo liberi oggi? Personalmente direi proprio di no. Siamo molto lontani dalla libertà. Sia per il potere coercitivo degli Stati, sia perché il mondo in cui siamo immersi ci induce desideri che non avremmo spontaneamente. È libertà? Non mi pare. Tu dici che il marketing serve ad allocare meglio i prodotti nello spazio e nel tempo… suvvia! Se vuoi ti porto a vedere come si scelgono gli spot televisivi dei prodotti per bambini, cambieresti subito idea. Oggi il marketing serve soprattutto a indurre desideri che di tuo non avresti. E questo, sia chiaro, non è un male nel sistema odierno. Anzi, mi sembra ovvio e giusto, ma è difficile dire che sia un dito della mano invisibile. Magari si potrebbe dire che se un prodotto costa per il 30% oneri finanziari, un altro 30% marketing è un po’ sbilanciato, ma di sicuro non si può dire che, nel mondo di oggi, ci sia qualcosa di sbagliato.
    Come si può convincere la gente a far parte di questo mondo? Ovvio che la tua risposta sia “li costringerete con la forza”. Ti dico: ma perché mai? Possiamo cominciare da una singola città, che diverrebbe una specie di gigantesca comunità-hippie senza denaro e poi allargarsi se funziona. Tu ne starai fuori se non sei convinto. Personalmente sono certo che dopo un po’ di tempo si aggiungerebbero tutti, ma lungi da me voler costringere qualcuno, altrimenti si ricomincia tutto da capo.
    D’altra parte, Giuseppe, che facciamo? Continuiamo ad inventarci lavori? O far fare lavori manuali che potrebbero essere fatti dalle macchine? O a far finta che questo problema non esista, nonostante il fatto che in tutto il mondo occidentale lavorano sempre meno persone?

  64. Claudio Di Croce

    La principale condizione affinchè la ricchezza possa aumentare è la mancanza di ostacoli o di impedimenti posti dallo Stato a questo sviluppo e a questa incremento . In Italia lo Stato è uno dei più efficaci strumenti per comprimere lo slancio dell’iniziativa individuale sotto il peso di imposte irrazionali e vessatorie e per divergere gli scarsi capitali dalle industrie che sarebbero naturalmente feconde , per avviarli alle industrie che diventano produttive grazie soltanto ai premi.
    Luigi Einaudi , La Stampa , 12 ottobre 1889
    Mi sembrano parole scritte adesso .

  65. Bruno

    Una piccola riflessione. 1978 : il sindacato nel suo insieme ma soprattutto quello dei metalmeccanici allora molto forte segue il leader Luciano Lama che chiede di abbandonare la tesi che aveva caratterizzato il decennio precedente del salario come “variabile indipendente”. Quindi per far fronte alla crisi e per salvaguardare il più possibile l’occupazione il settore produttivo rinunciò a mantenere alta la conflittualità in difesa del salario e accettò che questo si ridimensionasse di fatto (anche se non nominalmente) in funzione della produttività delle imprese e dei bilanci. 2012: il sindacato non si accorge, andando in questo a braccetto con la classe politica da chi sta al Ggoverno al più piccolo amministratore di ente, che è rimasto un settore dove il salario rimane assolutamente, più che mai, una “variabile indipendente” , tutto il Settore Pubblico! Con gli occhi di allora si direbbe che il sindacato si è imborghesito, con quelli di adesso che non gliene frega nulla di difendere il settore produttivo, ormai fa un altro mestiere!

  66. giuseppe cerasaro

    @Bruno
    Ottima e puntuale riflessione. Il rinnovo dei contratti pubblici non può che essere ancorato al Pil (anche quando decresce?) Ma le colpe non sono solo del Sindacato. Il più sostanzioso aumento fu sponsorizzato da Fini, con un Berlusconi inizialmente un pò riluttante. Poi ci sono sempre intere fasce di pubblico il cui aumento salariale è sempre, per legge, escluso dai vincoli di bilancio. Non sono solo i Sindacati. Che dovrebbero fare il loro mestiere di rappresentanti di categoria, a costo di essere indicati come rivendicazionisti. La fine del Sindacato è stata l’intercategorialità. Hanno mandato in piazza i poveri metalmeccanici a protestare, ed altri hanno raccolto i frutti.

  67. Lorenzo

    Cocordo. Lo stato ladro è il primo problema.
    Come fare per risolvero? Prima cosa informare i derubati. Le buste paga sono diventate meno leggibili delle bollette del gas. Si guada solo il netto.
    L’ideale sarebbe dare in tasca ai lavoratori dipendenti il netto ed abolire le ritenute, in modo che abbiano tutti la sensazione netta di quanto pesi lostato.
    Poichè non si può fare, volontariamente le aziende dovrebbe aggiugnere sempre due righe accanto al netto:
    – Questo mese lei ci è costato X Euro. Y li abbiamo dovuti dare allo Stato. A Lei ne rimangono perciò Y.
    Non è come pagare un F24 ma sarebbe già qualcoasa di più evidente.
    E’ importante la consapevolezza, perchè in questo sistema che ormai è oppressione fiscale lo Stato è molto abile a mettere contro i vari polli con argomenti come quelli del’avasione fiscale. Intanto che i plli litigano fra onesti ed evasori, lo stato li spenna entrambi per mantenere la sua numerosa corte.

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