Milionari di Stato, no al mercato

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La pubblicazione delle retribuzioni dei vertici della tecnocrazia di Stato – sono solo le remunerazioni per l’incarico principale che ricoprono, non i redditi, dunque mancano tutti i proventi da incarichi cumulati – può essere guardata con occhi diversi. L’approccio moralistico. Quello comparativo. E quello economico. Il primo va per la maggiore. Al secondo, molti si grattano ancor più la testa. Ma è il terzo a contare di più, e purtroppo non lo propone quasi nessuno. Se ne deduce una considerazione sullo stato dell’Italia.

L’approccio moralistico è quello classico di chi guarda alle retribuzioni impugnando regolo e squadra della redistribuzione. Naturalmente, a seconda delle diverse scuole di giustizia redistributiva, cambiano i multipli di riferimento. C”è l’egualitario socialista, per il quale chi sta al vertice di qualsivoglia scala gerarchica può arrivare a multipli a una cifra ma mai superiori a 4 o 5, rispetto a chi sta al gradino più in basso. C’è l’egualitario rawlsiano liberal-socialista, per il quale si può giungere anche addirittura a multipli di due cifre, nel caso però in cui l’ascesa non avvenga violando l’eguaglianza delle opportunità e cioè per mera cooptazione.  Questo, guardando alla teoria. In pratica, e senza star troppo a sottilizzare su scuole e teorie, l’approccio moralistico è quello largamente prevalente. Perché apprendere che capi dipartimento ministeriali superino i 400mila euro l’anno, i capi delle Autorità sfiorino il mezzo milione, lo superino i capi di stato maggiore delle forze armate come il capo di gabinetto del ministro dell’Economia, e il capo della Polizia sia ben oltre i 600mila euro, sembra ai più uno schiaffo alla miseria assolutamente insopportabile, come e anzi peggio rispetto ai denari che vanno in tasca ai parlamentari e consiglieri regionali. L’approccio moralistico porta tendenzialmente al consenso verso lo stabilire dei “tetti” fissi. E’ sbagliato, perché – l’esempio è apposta per provocare – se Marchionne accettasse di fare per due anni il direttore al Tesoro io lo farei pagare come in Fiat. Ma i “tetti” piacciono. I governi li hanno annunciati mille volte, tra gli applausi. Tanto poi sono gli stessi tecnocrati a scrivere i complessi articolati di leggi, decreti e circolari. E rimediano aggirandoli, i tetti, in silenzio.

L’approccio comparativo è quello tentato dal precedente governo appunto sulle retribuzioni parlamentari, incaricando il presidente dell’Istat di stilare un raffronto tra denari del contribuente in tasca a deputati e senatori nostrani, rispetto ai loro omologhi europei.  Ricordate tutti certamente come il metodo sia miseramente fallito. L’Istat ha dovuto far presente che i dati forniti sia dal parlamento italiano sia quelli ufficialmente reperibili delle altre assemblee parlamentari erano non solo – e fin qui è ovvio – disomogenei, ma soprattutto che non si riusciva a ottenere il consenso dei parlamentari italiani ad allinearli in maniera coerente. Tradotto: deputati e senatori nostrani pretendevano il raffronto separato dalla loro retribuizione del compenso a collaboratori, anche se nel caso italiano viene versato ai parlamentari mentre in altre assemblee è sì a carico pubblico ma corrisposto direttamente ai collaboratori, non mediato dalle appicicaticce e opache mani del parlamentare stesso. In ogni caso, anche la mera comparazione tra grandezze non perfettamente omogenee  crea reazioni di inalberamento ancor più aspre del criterio redistributivo. Perché è scontato chiedersi quale mai possa essere l’accettabile ragione, per la quale il capo della Polizia italiana guadagna quattro volte più del capo dell’FBI, e il governatore della banca d’Italia più di quello della FED e della Banca del Giappone sommati, e via proseguendo.

In realtà, l’unico e vero criterio che andrebbe adottato è quello economico. Quali sono i criteri con cui ha economicamente senso parametrare retribuzioni e MBO per chi ricopre funzioni apicali  amministrative? Una parte si deve al progresso di carriera, ma la mera anzianità non dovrebbe mai da solaandare oltre il 50 o 60% di compensi multipli per più di un  fattore dieci la retribuzione media. Dopodiché devono intervenire criteri noti ex ante di assegnazione obiettivi, ed ex post di valutazione del risultato.  In teoria, la linea seguita nel settore privato. E dico in toria perché nelle grandi quotate e nelle banche in realtà i comitati remunerazione – regolarmente previsti nella corporate governance come indipendenti dal management e ion modo da rappresentare azionisti di minoranza per evitare conflitti d’agenzia – nel tempo hanno finito per assumere a propria volta linee improntate a comprensi troppo stellari, al di là della creazioen di valore che in quelle aziende si misura in termini di utili per azione, Ebit, Ebitda e via proseguendo.

Quel che voglio dire è che se esistessero criteri di risultato assegnato ex ante e valutazioni dell’ioperatio ex post, sarebbe perfettamente accettabile anche che ai vertici della tecnocrazia pubblica italiana guadagnassero quattro e cinque e anche dieci volte il loro parigrado americano: un capo della Polizia che fosse pagato per abbattimento tipologie dei più gravi reati, in ragione della presenza radicata in Italia di mafia e camorra, in caso di successi sistemici e di svolte storiche meriterebbe eccome più dello stesso capo dell’FBI.

Quel che invece non è accettabile è che in realtà ai compensi stellari di cui abbiamo letto stamane i signori tecnocrati pubblici arrivano solo per tre ragioni: anzianità cumulata nei gradini preapicali della loro carriera,  aggianciammento automatico ad altri trattamenti apicali del settore pubblico, classicamente quelli della magistratura che prevedono aumenti per anzianità fino al massimo dell corrispettivo di presidente di sezione di Cassazione a prescindere dall’incarico effettivamente ricoperto, e infine decisioni ad personam assunte per decreto ministeriale o – più raramente – nella piega d qualche provvedimento normativo (vedi conferma prerogative previdenziali al direttore generale del Tesoro poi divenuto viceministro dell’Economia, nel decreto salva-Italia), per venire incontro alle aspettative significate al ministro o al premier da questo o quel tecnocrate pubblico.

Nessun obiettivo ex ante, nessun esame ex post, nessuna creazione di valore attesa, nessun merito, nessuna produttività aggiuntiva, misurabile e misurata.

E’ solo in un Paese dove non c’è mercato, nessun amore per il mercato, nessuna condivisione diffusa tra le classi dirigenti che il mercato produca esso i risultati di crescita di cui l’Italia ha tanto bisogno, è solo in un Paese così che possono esserci i milionari di Stato. Milionari per decreto. Come diceva Totò: a prescindere.

 

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