Acqua: il comune di Roma fa lo sgambetto ad Acea?

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Se, oggi, si elimina la remunerazione del capitale investito, come si copriranno le spese sostenute ieri? E ancora, come potranno i gestori pianificare i futuri investimenti nella consapevolezza che potrebbero non essere più in grado di ripagarli? La società potenzialmente colpita da un simile provvedimento è Acea di Roma. Si legge infatti:

“Il Consiglio Comunale di Roma ha votato all’unanimità una mozione, promossa da Gemma Azuni del Gruppo Misto e firmata da tutti i capigruppo, che impegna il sindaco a promuovere in sede di Conferenza dei Sindaci di Ato2 l’eliminazione dalla tariffa della quota di “remunerazione del capitale investito”, abrogata dai referendum di giugno”.

Esultano i promotori del referendum nell’attesa della possibile eliminazione di tale quota tariffaria che, poche righe più avanti, essi definiscono “quota di profitto” delle bollette e che considerano “il primo e significativo passo verso la ripubblicizzazione del servizio idrico”. Come già scritto, la remunerazione del capitale investito null’altro è che la copertura del costo del capitale usato per sostenere investimenti e, quindi, non ha niente a che fare con il profitto. Parlare, poi, di ripubblicizzare una società già al 51% di proprietà del comune di Roma, è alquanto ingannevole.

Al di là del contenuto del comunicato, la domanda sorge spontanea: cosa farà Acea se la giunta darà seguito alla richiesta del consiglio comunale e convincerà l’Ato? Perché, quello che non dicono, è che se aboliscono oggi la remunerazione del capitale investito ieri, la società si troverà “scoperta” sugli investimenti già effettuati e/o in corso d’opera. In tal caso, le scelte che le rimarranno saranno limitate: indebitarsi ulteriormente o tagliare gli investimenti programmati, seppur necessari, per mantenere e migliorare tubi e impianti. Oppure, ancora, potrebbe optare per obbligare il comune di Roma a coprire le eventuali perdite di bilancio aumentando ulteriormente la tassazione o riducendo le altre voci, andando così ad impattare su altri settori.

Questa decisione è particolarmente allarmante in un settore, come quello idrico, ad alta intensità di capitale: decidere oggi di intervenire sui prezzi e, quindi, compromettere il finanziamento delle decisioni di ieri, non può che ridurre ulteriormente la visibilità sul futuro. I gestori, infatti, avevano pianificato gli investimenti sulla base della precedente articolazione tariffaria – tale da consentirne la remunerazione – che da domani però potrebbe non essere più in vigore. Di fatto si tratterebbe di un intervento con effetti retroattivi. Senza la sicurezza di norme stabili e, quindi, la certezza di poter remunerare le spese sostenute, gli operatori come potranno pianificare gli investimenti? Questo non vale solo per Acea, ma anche per le altre società, che ovviamente si troveranno a temere la stessa sorte. Diventerà quindi sempre più difficile poter programmare un’espansione della rete fognaria, pianificare un miglioramento delle reti acquedottistiche per ridurre le perdite, realizzare i depuratori, assicurare la continuità del servizio o anche solo mantenere lo standard degli impianti al livello attuale. Poter, poi, affrontare e gestire anche le emergenze con la consapevolezza di avere flessibilità decisionale in materia tariffaria, sarà praticamente un’utopia.

Due sono le principali caratteristiche del settore idrico in Italia: le basse tariffe e l’arretratezza infrastrutturale. Ridurre ulteriormente le prime non può che peggiorare la seconda, in un circolo vizioso di mancanza di certezza che non può che indurre un ulteriore peggioramento degli standard del servizio. Si potrebbe discutere sulla quota della remunerazione, il 7%, che potrebbe essere resa variabile anziché fissa, ma non sul sistema in sé. In caso contrario, saranno proprio i cittadini a rimetterci, sia a livello qualitativo, poiché non riceverebbero un servizio adeguato, quanto a livello quantitativo, perché oggi potrebbero trovarsi a dover pagare multe e sanzioni per i mancanti miglioramenti (come nel caso della depurazione), e domani a dover coprire costi e spese ancora più alti per coprire i debiti e recuperare gli investimenti non sostenuti.

 

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