Svolta? Macchè! Corriere e Repubblica dicono solo “viva lo Stato!”

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (5 voti, media: 4,80 su 5)
Loading...

Da Panorama Economy

C’è qualcosa di molto significativo, nell’atmosfera diffusa nel confronto pubblico dell’Italia guidata dal governo Monti. No, qui non sto parlando della ripresa di considerazione nei confronti del nostro Paese da parte dell’Europa, di Washington e pressoché del mondo intero. Cosa di cui essere sempre e assolutamente grati all’attuale esecutivo e a chi lo guida. Parlo invece del confronto culturale, economico e politico che ferve a casa nostra, sui media, nelle classi dirigenti e nell’accademia italiana mentre il governo assume le sue scelte. In sintesi estrema, la metto giù dura. Caduto Berlusconi e finita l’era politica del suo diciassettennio e di tutto ciò che l’ha contraddistinto, si torna ad apprezzare meglio ciò da cui ha originato una delle sue debolezze di fondo. Ho detto una, perché ce ne sono state numerose altre. Ma questa “una”, in particolare, è tra le più serie.  Perché si tratta dell’assoluta debolezza, del drastico iperminoritarismo, nella società italiana e nelle sue classi dirigenti, di un autentico, sincero e convinto orientamento  davvero favorevole all’economia di mercato, ai suoi princìpi, alle sue regole. Tutti dicono viva lo Stato, il Corriere spiega ogni giorno che Cdp ci salverà, Repubblica che il debito pubblico senza berlusconi da problema numero uno è diventato un non problema.

La lotta a Berlusconi negava che la sua constituency e soprattutto la sua azione concreta fosse liberale e di mercato. Questo spiega perché una parte del mondo che lo ha combattuto, negli anni Novanta e fino alla crisi del 2007, abbia più o meno spericolatamente anche tentato di sostenere  che i veri liberali e il vero mercato stesse solo a sinistra, in Italia. Ma ora che Berlusconi è finito e che la crisi invece resta più che mai, ecco che non c’è più bisogno neanche della finzione. E a dire “mercato” possono finalmente inorridire in tanti –  insieme sulle colonne di Repubblica e del Corriere della sera – come lì fosse la radice obbrobriosa di ogni male.

Un rapido quiz. A chi appartengono queste parole?

“Il regno della libertà comincia soltanto laddove cessa il lavoro determinato dalla necessità… nella società.. in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva, ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi viene voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”.

“Si deve portare a perfezione l’arte stessa della vita, sebbene in modo completamente diverso da quello dei ricchi d’oggi. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano”.

“La condizione migliore per la natura umana è quella in cui, mentre nessuno è povero, nessuno desidera di divenire più ricco. Né deve temere di essere respinto indietro dagli sforzi degli altri per avanzare.. confesso che non mi piace l’ideale di vita sostenuto da coloro che pensano che lo stato normale degli uomini sia quello di una lotta per procedere oltre, che l’urtarsi e lo spingersi gli uni con gli altri, che forma il tipo esistente della vita sociale, sia la sorte meglio desiderabile per il genere umano, e non più uno dei tristi sintomi di una fase del processo produttivo. E’ soltanto nei Paesi arretrati che una maggior produzione è tuttora uno scopo importante”.

Scommetto che ai più piacciono eccome, queste frasi. Forse qualcuno non si stupirà, apprendendo che la prima è dal terzo libro del Capitale di Karl Marx. Uno dei pochi passaggi in cui il filosofo tedesco spiega che cosa avverrà all’avvento del comunismo. Molti magari invece stupiranno eccome, nel sapere che la seconda frase non è dello stesso autore, ma di John Maynard Keynes, nelle sue Prospettive economiche. E che la terza è da questi lodata e chiosata perché di un suo riconosciuto ispiratore, John Stuart Mill.

Sì, sì. Lo so bene che nelle classi dirigenti italiane Keynes e Mill passano per quintessenza del mercato vero. Il piccolo problema è che non è affatto vero. Non è per il mercato chi ha teorizzato e teorizza che esso fosse gravato alla lunga da contraddizione insanabile per via di crescita asintotica del coefficiente naturale utilizzato- da Malthus per la popolazione agli ambientalisti estremi di oggi, vari e diversi. Che sinora hanno avuto torto nei secoli. Non è per il mercato chi sosteneva e sostiene che alla lunga la sua contraddizione venisse dall’aumento del coefficiente di capitale a scapito del lavoro: tutti i ricardiani di sinistra, tra cui Marx et similia. Hanno avuto torto allo stesso modo, perché la scelta di più beni a prezzi decentrati è ciò che si è realizzato nel tempo con sempre minor utilizzo di risorse e con capitale che non è mai prevalso sull’uomo rendendolo disoccupato a centinaia di milioni, visto che le accelerazioni tecnologiche vengono ogni volta dall’uomo e il capitale segue.

Il dilemma finale è rimasto tra chi diffida dell’instabilità del mercato che va avanti per scoperta, e dunque corregge domanda e offerta e relativi prezzi anche attraverso strappi talora decisi verso l’alto e il basso, e diffidandone dunque in nome degli eccessivi costi sociali propone domanda pubblica e Stato invasivo. E chi pensa invece che solo così possa andare, ritenendo che servano sì meccanismi di stabilizzazione ma senza dimenticare che se eccediamo in nome della “crescita giusta” stabilita dal pianificatore pubblico a  fin di presunto bene, in realtà uccidiamo comunque il mercato impedendogli di formare prezzi liberi. E’ quest’ultimo il dilemma tra keynesiani (anche Mill la pensava così), che dicono a parole di volere il mercato giusto ma lo uccidono per eutanasia con troppo Stato, e  la scuola di mercato: austriaca e marginalista, microeconomista e individualista, imperfettista e concorrenzialista. La scuola che in nome della vita del mercato e dei suoi effetti “progressivi” respinge anche l’eutanasia del mercato, come respinge l’assassinio esplicito che volevano farne fisiocratici e marxisti.

Ma di fronte a questo dilemma c’è poco da fare: le classi dirigenti italiane, compresi in primis banchieri e industriali, e figuriamoci poi accademici e media, non riescono proprio a pensare se non che Keynes abbia ragione. Ed è così che fesserie come l’articolo 18 diventano bandiere di civiltà. O che si legga su Repubblica che la Modern Monetary Theory insegna finalmente che il deficit e il debito pubblico sono un bene assoluto perché la banca centrale li può e li deve ricomprare stampando moneta asintoticamente et voilà, ecco sconfitti gli avidi mercatisti con la loro fissazione delirante per meno spesa e meno tasse. E tutti o i più insegnano ai propri figli che l’unico sudore buono è quello dei nobili vittoriani di un tempo, quello dello sport ludico che affascinava sia Marx sia Keynes sia Mill, mica del duro lavoro per necessità e – sacrilego verbo! – per primeggiare.  Come mi ha gridato in faccia un’ospite a Matrix, “io voglio il reddito sociale minimo per poter respingere le offerte di lavoro da schiava che piacciono a Giannino!”.

Berlusconi e la sua banda erano indifendibili. Però mi spiace proprio, con tutte le differenze e cioè senza quelle ridicole cadute di gusto e pacchiane autotutele giudiziarie del rpedecessore e della sua banda, dal punto di vista cultural-statale il governo Monti è però esattamente della stessa pasta di tutti quelli precedenti. Ma c’è una differenza, rispetto a prima: lo statalismo dirigista è ancora più insopportabile oggi, quando tutti i media plaudono in ginocchio.

 

Commenti [71]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *