Aggiungi un posto a tavola: se lo Stato s’invita da solo, no grazie.

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Agricoltori vs industria. Frutta e verdura vs snack. Magro vs grasso. Ormai il dibattito sul junk food sembra tutto incentrato sulla dicotomia tra quanto è sano e magro e quanto, all’opposto, è nocivo e grasso, come se fosse sempre possibile definire in modo chiaro e univoco la collocazione di ogni cibo all’interno di questa o quella categoria. Nonostante ciò, è comunemente accettato credere e dire che grasso è sinonimo di colpa e, quindi, va punito. Ovviamente tramite una tassa, come se non bastassero quelle già esistenti su ombre, gradini, ceneri e patriottismo, oltre alle più note che, tutte insieme, contribuiscono a quel 43% di pressione fiscale, tra le più alte in Europa, e già protagonista indiscussa del decreto salva Italia.

Ovviamente gli agricoltori sono d’accordo, mentre si oppone l’industria che, invece, propone corsi di educazione alimentare. Non sono mancati i sondaggi di opinione che però non trovano risultati unanimi: se, infatti, secondo la Coldiretti l’81% degli italiani è favorevole alla tassa purchè il gettito sia usato per sostenere i cibi genuini, l’indagine Ipsos di Federalimentare mostra che l’85% è contrario e l’81,5% ritiene che l’obiettivo sia far cassa più che a orientare i consumi. Al di là degli esiti discordanti, sono opportune delle riflessioni sulle motivazioni legate ai pareri espressi: nel primo caso, infatti, non ha senso pretendere di sostenere i cibi genuini. Se la maggior parte degli intervistati ritiene così importante un’alimentazione sana, allora i loro consumi si sposteranno automaticamente e spontaneamente verso gli alimenti salubri, senza bisogno che siano orientati, cioè – se si interviene con una tassa – senza bisogno che siano dirottati verso scelte ritenute migliori dallo Stato. Non servirebbe quindi alcun supporto o incentivo alla produzione di questi prodotti. Relativamente al secondo sondaggio, il punto da chiarire è cosa si voglia fare del gettito raccolto: sulla scelta di usarlo per incentivare consumo e produzione di alcuni cibi, si è appena scritto. D’altra parte possono essere utilizzati per sostenere la spesa sanitaria regionale che, però, è di per sé già piuttosto elevata: tutte le regioni italiane, esclusa la sola Lombardia, finanziano la sanità in deficit. Questo suggerisce che le risorse sono investite in modo non efficiente, ma non è incrementando le entrate che si razionalizza la spesa. Anzi, il rischio è che si incentivino ulteriori sprechi. Tra l’altro, a richiedere più risorse sono i malati cronici, che raramente sono tali per motivi perlopiù alimentari, e gli anziani oltre i 75 anni che, escluse le solite eccezioni, è difficile immaginare mentre mangiano a un fast food.  Quindi si richiederebbe soprattutto il contributo di coloro che usufruiscono meno del servizio sanitario, creando ulteriori distorsioni. Se, invece, si volesse utilizzare il gettito per sostenere campagne di educazione alimentare – probabilmente più efficaci e utili ad orientare i consumi in quanto basate sulla consapevolezza più che su obblighi e divieti – non sono le risorse economiche il problema: sia perché le lezioni potrebbero essere tenute da volontari, sia perché potrebbero essere finanziate da quegli agricoltori e produttori di cibo sano che si battono e sono tanto interessati alla pubblica salute. È quindi lecito dubitare che tale balzello sia usato più come pretesto per fare “genericamente” cassa che per l’effettivo interesse dei cittadini, soprattutto se si considera che nel loro interesse non rientra certo l’ennesimo tributo.

Tra l’altro, prima di decidere di fissare un’altra imposta, bisognerebbe almeno trovare un accordo sulla definizione di junk food, il cibo spazzatura, termine per altro fraintendibile (min. 21:32): se, infatti, si guarda al contenuto di grasso o calorie, molti dei cibi italiani, che fanno parte della tradizione e sono sulle nostre tavole ogni giorno, subirebbero il balzello, colpendo così ancora più pesantemente le già tartassate famiglie. Si può poi chiamare “cibo spazzatura” il parmigiano, o l’olio, o la farina bianca? Non sarebbe invece più corretto parlare di quantità adeguate, abbinate alla giusta attività fisica? Si rischia così anche di creare grande confusione su quali siano i nutrimenti necessari per una corretta abitudine alimentare, oltre ad incentivare l’uso di prodotti di qualità ancora peggiore: se, infatti, si arriverà a tassare l’olio di oliva, il prezzo potrebbe arrivare a livelli tali che molti consumatori si troverebbero spinti ad acquistarne uno di peggiore qualità, purchè meno costoso. Essendo poi, quello del prezzo, soprattutto un problema per le famiglie meno abbienti, la tassa avrebbe anche un effetto regressivo: gli stili e le abitudini di vita dei più agiati cambierebbero poco, mentre i più colpiti sarebbero i poveri, che finirebbero per comprare prodotti più scadenti.

Una buona cultura alimentare passa tramite le scuole e famiglie, che devono saper educare i ragazzi a fare le giuste scelte con consapevolezza, non attraverso le tasse, che orientano i consumi verso standard e cibi scelti dallo Stato e imposti a tutti a caro prezzo.

 

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