11
Feb
2012

Addio a Zuccoli, campione della causa sbagliata

Oggi è scomparso Giuliano Zuccoli, stroncato da una lunga e dolorosa malattia. La morte arriva appena tre giorni dopo le dimissioni, “per motivi personali“, dalla presidenza del consiglio di gestione di A2a. Sarebbe facile ricondurre all’indebolimento fisico l’abbandono della trincea dove Zuccoli è rimasto asserragliato dal 1997, anno in cui ha assunto la guida della municipalizzata milanese dell’energia, Aem. Sarebbe facile e c’è ovviamente una importante quota della verità, ma sarebbe ingiusto dipingere la sua sconfitta – perché di sconfitta si tratta – come la mera vittoria della natura o dell’età. Le dimissioni e poi la morte sono il punto di caduta della parabola di un uomo che ha rappresentato, nella sua onestà e caparbietà ma anche nella sua spregiudicatezza e, in fondo, inadeguatezza culturale il meglio della prima repubblica.

Intendiamoci: Zuccoli non è un politico o ex politico trombato che si è rifatto la vita e il portafoglio nei consigli d’amministrazione parastatali. La sua vita professionale nasce e si sviluppa nel privato, e che privato: la sua palestra si chiama Falck. Zuccoli è manager duro negli anni in cui coi sindacati non si “concerta”, ma si combatte e non si fanno prigionieri. Zuccoli, ingegnere di scuola Politecnico, é uomo d’industria e d’impianto: l’anedottica che lo circonda é sterminata, e racconta di un individuo che i colleghi, non importa quanto mattinieri, trovano già in ufficio al loro arrivo in azienda, e lo trovano che ha ormai esaminato tutti i diagrammi d’impianto per verificare regolarità e irregolarità. Zuccoli è figlio dell’acciaio e della turbina.

Questo lo rende insofferente e sprezzante verso chi non parla la sua lingua pragmatica: non capirà mai, e probabilmente disprezzava, i movimenti ambientalisti e la loro fissazione per le fonti rinnovabili. L’incomprensione non è dettata dal suo “interesse aziendale” o da qualche forma di scetticismo climatico o che altro. Per lui che veniva dal mondo del fossile e dei fattori di carico e della programmabilità della produzione e delle reti robuste e magliate e delle centrali che si chiamano centrali perché devono essere poche e grandi, la logica dell’energia distribuit e intermittente è semplicemente incomprensibile, se non come moda per fricchettoni metropolitani che non hanno mai assaporato la forza della caldaia o la potenza della grande diga.

Questa è la sua forza e il suo limite. La sua forza perché egli ha piena consapevolezza della realtà fisica dell’impresa che guida. Limite perché il suo approccio puramente tecnico-ingegneristico gli impedisce di capire e seguire i cambiamenti profondi che la finanziarizzazione delle attività produttive da un lato, i processi di privatizzazione e liberalizzazione dall’altro hanno determinato. La vita recente di Zuccoli è in fondo tutta segnata da questa tensione tra il mondo da cui viene e quello in cui vive, nuotando contro una corrente irresistibile con la forza di un gigante.

Il suo capolavoro (politico più che industriale) è la fusione tra Aem Milano e Asm Brescia, da cui nasce A2a, e attraverso la quale egli diventa l’uomo forte del risiko comunale, avendo “espulso dal branco” l’altro “maschio alfa” del capitalismo municipale, Renzo Capra. Per lui, come ha ricordato Walter Ganapini, il “sogno” era quello di una “Rwe italiana”, cioè una grande utility nata dalla fusione tra società municipali. Nella realtà, quello che abbiamo di fronte è un colossino troppo grande per essere piccolo e troppo piccolo per essere grande, ingessato da una governance barocca, paralizzato dal debito e ostaggio di azionisti esosi di dividendi che hanno spolpato ogni possibilità di investimento.

I suoi scontri dentro Edison e su Edison, la sua alterità anche umana e caratteriale con Umberto Quadrino (sofisticato uomo Fiat che, agli occhi del “milanese di Sondrio” Zuccoli, è la quinta colonna del francese invasore) sono la manifestazione concreta e sanguigna di questo ancoramento al passato. Un passato dove ogni decisione era politica: un passato, dunque, dove gli assetti proprietari delle imprese e settori “strategici” sono una faccenda, se non di sicurezza, almeno di orgoglio nazionale. Un passato dove ogni mezzo è lecito se si tratta di salvare l’interesse nazionale, incluse le incursioni a gamba tesa come quelle che non si è risparmiato il suo vero interlocutore, Giulio Tremonti, anch’egli di Sondrio. Potete chiamarla moral suasion, se volete, ma nella sostanza Tremonti-Zuccoli hanno tentato di decidere le sorti di Edison contro gli equilibri azionari, contro i mercati finanziari, contro le logiche industriali, contro il mercato e, alla fine, contro la nemesi politica della vittoria di Giuliano Pisapia e, soprattutto, di Bruno Tabacci (altro “pezzo” della prima repubblica che, però, si muove – adesso – in sincronia, e non in antitesi, col cambiamento). In questo senso, Tabacci è davvero l’anti Zuccoli: la prima repubblica che si ripensa ed é disposta a cambiare pur di resistere, contro quella che continua a pensare come allora ed è pronta a resistere pur di non cambiare. Ora che Zuccoli non c’è più, si è pure rotto l’anello che lega i comuni azionisti al vecchio mondo: i comuni di Milano e Brescia dovrebbero prenderne atto e chiudere un’epoca in modo tangibile, per esempio, in vista dell’assemblea di aprile, riducendo il numero di consiglieri di loro nomina a una quota compatibile col pacchetto azionario in loro possesso, e soprattutto cercando un capoazienda sul mercato, e non all’interno delle loro strutture e dei loro giri. Un zuccolismo senza Zuccoli non renderebbe merito a colui che ha tentato, in ogni modo, di impedire un decorso che oggi appare fisiologico e inevitabile.

Salutare oggi Zuccoli significa dire addio a un grande sconfitto. Sconfitto dal cancro, certamente, che tuttavia non gli ha impedito di rimanere in prima linea fino all’ultimo, sempre più solo e, alla fine, solo del tutto e costretto ad andarsene. Stava male ma la sua sconfitta se l’è guadagnata sul campo, non è arrivata in un lettino d’ospedale. Zuccoli ha perso la sua battaglia sul suo terreno. Non si può non esprimere stima e ammirazione per questo grande campione della causa sbagliata.

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3 Responses

  1. Maurizio

    Non condivido questa analisi. Zuccoli era sicuramente un uomo all’antica per alcuni aspetti, certamente per uno in particolare: era una persona concreta e determinata. Con questa concretezza ha affrontato anche le sfide del futuro. Due esempi: Milano è la città più cablata in fibra ottica d’Europa anche grazie al suo impegno e in questi anni A2A sta realizzando la rete di teleriscaldamento della città di Milano nell’ottica delle energie rinnovabili. Zuccoli era un uomo di industria, di produzione, uno concreto che non si faceva abbindolare con dei progettini (pannellini solari, rete Wifi per tutti, …) che fanno immagine ma non lasciano nulla.

  2. giovanni

    Bravo maurizio,
    condivido in pieno tutto quello che hai detto.
    Per l’ing. Zuccoli ho un grande dispiacere, sia per la sua famiglia sia per il futuro energetico dell’Italia che vede sparire un grande tecnico che aveva una visione chiara e concreta di come si devono affrontare i problemi energetici di un paese.
    A proposito di pannelli fotovoltaici .. eolico .. biogas ..ecc. ricordiamoci che il mondoè peno di gente che parla a vanvera senza conoscere nel merito le problematiche che affronta, molti altri invece parlano solo per opportunismo personale avendo da tutelare i propri interessi nel settore … poi ci sono i pecoroni che seguono senza capire nulla .. ed intanto i consumatori finali di E.E. pagano sulle bollette i contributi alle rinnovabili !!!

  3. alex

    ho conosciuto bene l’ing. zuccoli, devo dire che chi ha scritto questo articolo probabilmente non ha avuto la stessa fortuna: ci sono troppe inesattezze, scarsa conoscenza della persona e del tema elettrico/industriale italiano.
    Sopratutto è il titolo ad essere sbagliato, perchè quell’uomo ha mantenuto italiano il secondo produttore elettrico nazionale, gettando le fondamenta di una nuova grande azienda italiana, possibilmente privata.
    chi ha vinto quindi non è solo zuccoli, ma sopratutto la comunità che vede emigrare i migliori talenti nelle grandi multinazionali estere.
    lo ha fatto contro tutti (eccezion fatta per il ministro passera il quale ha messo un freno alle smanie dei politicanti locali), anche contro quel tabacci che invece di lavorare, farneticava sui giornali per chissà quali interessi.
    per me esce di scena, da vincitore, un uomo che a 68 anni aveva la stessa capacità di immaginazione di un ventenne.

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