30
Gen
2012

Semplificare non basta

Il decreto sulle semplificazioni discusso venerdì in Consiglio dei ministri è la terza tappa delle riforme proposte dal governo Monti per rilanciare il sistema economico italiano.

Non è una novità che la burocrazia sia un costo di denaro e di tempo per i cittadini e le imprese. Considerando, come si dice, che il tempo è denaro, si spiegano le stime governative di forte risparmio che un alleggerimento degli oneri amministrativi nei più disparati settori del vivere sociale produrrà.

Come per i due provvedimenti precedenti, anche in questo caso le misure previste sono tante e diverse, e meriteranno di essere più approfonditamente esaminate, anche in questo blog.

Intanto, alcune considerazioni in via generale.

Il decreto si pone in assoluta sintonia con principi dell’agire amministrativo che da decenni dovrebbero costituirne la direzione: semplificare e snellire il rapporto tra cittadino e PA risponde infatti al criterio, stabilito in dalla Costituzione, del buon andamento della PA, che è stato poi esplicitato, a partire dalla legge del 1990 sul procedimento amministrativo, nei principi di efficienza, economicità e efficacia. Prevedere la responsabilità dei funzionari per il servizio reso risponde all’obbligo di adempiere con disciplina e onore e di rispondere dei propri atti in tutte le sedi opportune. Volendo ragionare per ipotesi estreme, non servirebbero queste misure legislative per affermare ciò che già la Costituzione prima e le leggi poi (quella appunto sul procedimento amministrativo, o la riforma sull’organizzazione della PA del 2009) indicano chiaramente. Il divieto, ad esempio, di richiedere certificati o atti ai privati che siano già in possesso della PA dovrebbe essere già vigente, se solo fosse rispettato.

Si spera dunque che il potenziamento dell’amministrazione digitale, il cd. e-government, possa finalmente segnare la svolta per una efficienza che sia davvero attuativa del buon andamento stabilito dall’art. 97 Cost. Non si possono però nascondere le difficoltà di questo percorso. In primo luogo, buona parte delle misure previste dal decreto dovranno attendere la disciplina attuativa, con cui purtroppo molto spesso si fanno passi indietro o passi falsi, sempre che venga approvata. In secondo luogo, affidarsi alle procedure telematiche non è necessariamente sintomo di efficienza. Bisognerà infatti che si tratti di procedure anch’esse snelle o non complesse: ad esempio, interfaccia intellegibili ai più, compresi coloro che non hanno dimestichezza con il mondo di internet; o programmi che non richiedano, contestualmente alla procedura elettronica, una parallela procedura cartacea, che ne annulli il risparmio di denaro e tempo.

Un’ultima considerazione, infine.

Da un paio di decenni ormai le tecniche di semplificazione normativa e burocratica sono nell’agenda dei governi. Era stato persino previsto che ogni anno il Parlamento approvasse una legge, simile al decreto in esame, che facesse un po’ di pulizia nella selva di norme e procedimenti esistenti. Migliorare la qualità della regolazione e tagliare i rami secchi di procedure obsolete o dimostratesi controproducenti è, non solo in Italia, un obiettivo trasversale all’indirizzo politico, su cui anche il nostro paese ha speso molti progetti e molte iniziative.

Ben venga, di certo, l’affinamento delle strategie che servono a sistemare l’ordinamento giuridico, ma lavorare sullo stock della regolazione esistente non basta. Agire sull’esistente ci dà di certo la percezione di quanto siamo ingessati e iperregolati, e ci può far tirare un sospiro di leggerezza per un attimo. Ma per migliorare davvero la regolazione occorre uno sforzo assai maggiore, di sostanza e non solo di forma. Occorre recuperare il senso dell’ordine giuridico e del ruolo dello Stato, occorre ricordare che la normomania è un difetto degli Stati contemporanei, e non una caratteristica necessaria. Occorre, in altri termini, semplificare gli obiettivi che lo Stato si pone, perché se si semplificano di tanto in tanto solo gli strumenti, senza mettere in discussione cosa lo Stato deve fare e fino a che punto deve intervenire, il giorno dopo quello in cui si è fatta un po’ di pulizia nei cassetti dell’ordinamento, la polvere ricomincerà a depositarsi e accumularsi.

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1 Response

  1. Andrea

    Bisogna agire su chi “vuole” questo status dell’amministrazione pubblica per mantenersi quell’importanza indebitamente conquistata e “sfruttarla”.

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