Ancora Grecia, i mille paradossi e l’exit che serve all’Italia

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Dal prossimo numero di Tempi

Ccelebiamo il diciassettesimo vertice europeo dedicato alla sostenibilità dell’eurodebito, dall’inizio della crisi greca cioè in 24 mesi. E ancora una volta la crisi greca è al centro del confronto. Alcuni mi criticano perché da mesi inizio tutte le mattine la mia trasmissione a Radio24 con The End dei Doors, quella in apertura di Apocalypse Now, fantastico film non di guerra ma dello sgretolarsi delle convinzioni occidentali. Ebbene la copertina ultima dell’Economist mi ha dato ancora una volta ragione, col titolo Acropolis Now e gli elicotteri di Apocalypse incomenti sul Partenone. La cosa peggiore è che a questo vertice si è giunti riuscendo ancora una volta a incattivire ulteriormente opinioni pubbliche già tanto provate. Perché la richiesta tedesca di un vero e proprio commissariamento della Grecia con un bilancio pubblico scritto a Bruxelles e Berlino, – richiesta non ufficiale ma avanzata sui media da autorevoli membri della coalizione di governo tanto della Cdu-Csu che del Fdp – ha suscitato reazioni ufficiali e ufficiose greche ormai assolutamente esasperate, con le maggiori testate d’informazione giunte ormai a evocare l’ombra di un nuovo Gauleiter germanico come quando davanti all’Eretteo si pavoneggiavano azzimati ufficiali della Wehrmacht e della Luftwaffe. Il cumulo di paradossi e contraddizioni del procedere a zigzag delle classi dirigenti europee sembra non avere mai fine. Ecco perché secondo me l’Italia dovrebbe costruirsi un exit strategy “sua”, in ogni caso.

Alcuni esempi di paradossi. La Grecia non riesce a rispettare i programmi di rientro pattuiti. Il suo deficit pubblico 2011 sarà ancora più vicino al 10% del Pil che all’8% promesso (quello dell’Egitto è di poco superiore, poi terzo viene il Regno Unito con il 9 e rotti per cento del Pil, tanto per ricordare chi sfora di più oggi al mondo). Le privatizzazioni promesse non sono andate oltre decisioni e incassi di 1,4 miliardi. E via proseguendo.

E’ impietoso, il rapporto consegnato all’eurovertice dalla troika, Ue-Fmi-Bce. Ma è anche vero che la recessione sarà a fine 2011 più vicina al 6% che al 4% previsto, e che se il governo greco avesse accettato il taglio nominale del suo debito contenuto al 50%  più il riscadenzamento della parte restante su un orizzonte trentennale a un tasso superiore al 4% come immaginavano i tedeschi, ancora alla fine di questo decennio il debito pubblico sarebbe al 130% del Pil, per effetto di un denominatore che continua a contrarsi. Richieste di rigore e rigore insostenibile sono il paradosso da affrontare. Ma il paradosso non è figlio dell’imprevedibile. Quando a maggio 2010 i tedeschi fecero passare la linea della compartecipazione “volontaria” dei privati a riduzioni del valore nominale del debito di Paesi in semi-default, per evitare che divenisse default vero e incontrollato, furono essi a mettere a verbale che dunque i default non erano affatto esclusi da aiuti cooperativi. Dunque il mercato ha avuto le sue ragioni a fuggire ulteriormente dalla Grecia, abbassandone ulteriormente le attività, deprimendone le banche che hanno abbattuto gli impieghi, e spingendone la disoccupazione verso il 20%.

Dopodiché, se le banche private devono mettere in conto una riduzione del valore reale dei bond greci nella misura del 69-70%, tra taglio nominale e riscadenzamento a bassi tassi, è un altro paradosso voluto dai tedeschi che a simile compartecipazione dell’ingente costo di ristrutturazione debbano sottrarsi la Bce e/ l’EFSF, per i titoli pubblici greci da essi detenuti.  Dopodiché ancora, è ovvio e comprensibile che Washington e il Fmi premano da due settimane energicamente sui tedeschi perché questo invece avvenga – di qui il parziale rasserenamento dei mercati della scorsa settimana –  visto che altrimenti dopo la Grecia salta il Portogallo, e l’effetto su una crescita mondiale già scesa dal 55 al 3% diventa ancora più serio e incontrollato. Ma a quel punto significa che entra in crisi la credibilità del meccanismo di estensione dei collaterali decretato dalla Bce per le sua aste straordinarie di liquidità che hanno ridato fiato alle banche eruropee, perché è come ammettere che in realtà la carta pubblica, accettata da Francoforte come garanzia a pieno valore nominale, vale invece di fatto il più basso prezzo che ha sul mercato secondario. Ma allora ancora significa che in realtà le aste di liquidità tanto lodate servono solo a salvare le banche europee – che portano in garanzia mutui e prestiti a bassa solvibilità – ma non gli Stati, a copertura delle cui emissioni ad alto rendimento le banche si trovano ad avere finalmente liquidità che pagano alla Bce meno dell’inflazione.

E infine: poiché l’Fmi deve a sua volta sostenere la Grecia, Washington si chiede a che titolo debba farlo in un quadro non chiaro, dove la chiarezza che manca è relativa al punto centrale, cioè se Berlino e Bruxelles vogliano far seguire alle parole i fatti, all’intento cioè di tenere la Grecia nell’euro le misure cooperatiove necessarie per rendere tale impegno credibile sul serio. Sul portale della Brookings Institution, che è storicamente vicina ai democratici americani e non certo sospettabile di isolazionismo, trovate in questi giorni un giudizio chiarissimo e coerente: fateci per una volta capire con chiarezza, cari amici europei, se intendete fare dell’euro la moneta davvero comune cioè quella in cui sono denominati anche i debiti pubblici fin qui in valuta nazionale cioè straniera e dunque non sostenuti da Bce-Efsf-Esm o comunque vogliate chiamare i  parti della vostra immaginazione comune, oppure no. Perché in questo secondo caso affiancare l’intervento a sostegno degli SDR – i diritti speciali di prelievo ai quali è commisurato l’aiuto Fmi – cioè di una terza moneta ulteriore, è un pasticcio ancor meno difendibile.
Potrei continuare così a iosa. Il problema è che che quel che vale oggi – fa ridere dire oggi, da due anni! – per la Grecia vale in linea di principio e conseguenze per tutti gli eurodeboli. E niente di tutto questo può esser risolto dalla più rigorosa disciplina di bilancio indicata nel fiscal compact , che varrà negli anni prossimi mentre le decisioni sul sostegno o sul mancato sostegno agli eurodeboli vanno assunte ora, dove ora significa appunto due anni fa. La drammatica alternativa non comporta tanto facilmente terze vie.

Se davvero i governi europei credono alle loro parole e cioè alla difesa dell’euro comune – anche il 70% dei greci continua a volere l’euro, anche se non a queste condizioni – è fisiologico che accettino perdite di sovranità nazionali su bilancio e produttività, e che muovano a mercati davvero comunicati in cambio di una banca centrale prestatore di ultima istanza. Ma significa che la politica deve ammettere di aver sbagliato di grosso, nei paesi eurodeboli, a cominciare dall’Italia che tra tutti è il più grosso e quello con maggiore debito pubblico e minor crescita precrisi. Il 58% dell’intera spesa mondiale per welfare pubblico è nella sola euroarea, per dirne una: pensate davvero che sia sostenibile nel continente di vegliardi che ci candidiamo a essere? In cambio di questa colossale operazione-verità, l’euroarea può concentrare il suo bilancio di aiuti di medio periodo sui paesi che dovranno sostenere il maggior sforzo di convergenza partendo da medie di reddito procapite più basse, e mutare natura alla Bce. Altrimenti sono solo chiacchiere. Perché senza convergenza vera e rinunce alla sovranità la liquidità straordinaria della Bce è un palliativo. Al debito non si risponde con altro debito senza maggior produttività. Significa solo nascondersi che qualcun altro dovrà pagarlo. O con fallimenti, o con inflazione.
Questo dicono la logica, e la storia cioè l’esperienza. Cosa diversa è se mi chiedete se davvero ci creda, all’operazione-verità e a massicce rinunce a sovranità da parte di Francia, Italia, Spagna e via proseguendo. No, non ci credo. Per questo penso che dovremmo ridurre a gogo il nostro debito con massicce dismissioni pubbliche e tagli corposi a spesa e tasse. Pronti alla malaparata, cioè a riprenderci sovranità su tassi d’interesse, di cambio e sul budget, piuttosto che continuare a credere  che il salvataggio verrà da quella sinora si è portata come una barca di matti.

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