La protesta TIR figlia dello statalismo

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La protesta dei TIR sta creando gravi problemi in Italia. I blocchi si stanno estendendo e anche la benzina inizia a scarseggiare. Una protesta che nasce non tanto dal pacchetto liberalizzazioni, quanto dal malcontento per il prezzo troppo elevato del carburante.

Sul prezzo troppo elevato alla “pompa” non si può discutere molto. Se si prende a confronto uno stesso camion che opera in Spagna (non un Paese dell’Est Europa) i costi legati al rifornimento in Italia sono superiori di circa il 35 per cento. In un’economia sempre più integrata come quella europea, questo svantaggio competitivo è pagato a caro prezzo.

Come risolvere il problema sollevato dai camionisti? Semplice: l’abbassamento delle accise è necessario e la liberalizzazione deve essere più forte e stringente al fine di migliorare il sistema distributivo dei benzinai italiani.

Ma non è tutto qua. La protesta che è degenerata in un blocco della mobilità è un chiaro non rispetto della libertà di movimento dei cittadini. Così facendo c’è il rischio di limitare uno dei diritti di ogni cittadino che è quello di potersi muovere liberamente.

Ci sono dei problemi strutturali dell’autotrasporto italiano che non sono mai stati affrontati seriamente. Posso essere riassunti in tre parole: burocrazia, intermodalità e nanismo.

Partiamo dall’ultima problematica, il nanismo delle imprese di trasporto. Come in tutta l’economia italiana la dimensione media aziendale è troppo bassa. In media in Italia una società di autotrasporto ha poco più di due camion, molto inferiore alla media europea. Questo provoca una debolezza e al contempo l’incapacità di avere economia di scala.

Un’azienda che trasporta merce all’estero, troppo spesso viaggia al ritorno con il camion vuoto perché non è in grado, vista la sua piccolezza, di trovare de clienti nel paese estero. Un problema di nanismo che rende meno competitivo l’autotrasporto italiano rispetto a quello estero. La soluzione all’italiana? Sussidi per il gasolio degli autotrasportatori per centinaia di milioni di euro l’anno. La solita risposta che vede nello statalismo la risposta più comoda.

Secondo problema: la burocrazia. Attualmente l’efficienza nel sistema di trasporto italiano è troppo bassa anche a causa della burocrazia.

La merce ad alto valore aggiunto arriva a Francoforte e da li smistata nel nord Italia piuttosto che passare da Milano Malpensa. Questo perché succede? Semplice e triste al contempo la risposta. La dogana a Malpensa è troppo lenta e allo spedizioniere conviene in termini di tempo (variabile essenziale per la merce ad alto valore aggiunto) passare da Francoforte e da li smistare la merce anche nell’hinterland milanese. Un paradosso tutto italiano, dato che il sistema doganale è una vera strozzatura all’entrata e peggiora l’efficienza di tutto il sistema economico italiano.

Ultimo problema ma non meno importante è l’intermodalità. I porti italiani, anche quando fossero competitivi con quelli del nord Europa (questo non succede quasi mai) sono pessimamente legati alla rete ferroviaria con la quale sarebbe essenziale avere un raccordo stretto ed efficiente. Questo non succede e l’Italia, ancora una volta vede una moltiplicazione dei piccoli operatori di autotrasporto che smerciano i prodotti che arrivano nei porti italiani.

Le cause della debolezza sono evidenti, ma nessun Governo ha mai fatto nulla per risolvere i problemi. L’unica misura presa nel settore è stata quello di dare un po’ di sussidi al settore, ma quando per esigenze di bilancio questi sono stati annullati da un aumento dell’accise sul carburante, la protesta è scoppiata.

La conseguenza è quella di ritrovarsi l’Italia bloccata.

Benvenuti in Italia.

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