24
Gen
2012

Decreto Liberalizzazioni: serve un governo “politico”?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Antonio Masala.

Pochi dubbi che, per chi nel mercato ci crede davvero, queste liberalizzazioni sono un debole palliativo. A essere onesti tuttavia ci si deve anche chiedere cosa era lecito aspettarsi da un governo come questo. Al di là della cultura economica (notoriamente incline ad esaltare il ruolo delle “buone regolamentazioni” statali) dei suoi principali esponenti, non si deve dimenticare che si tratta di un governo che non è nato da un consenso popolare a favore di grandi cambiamenti liberali, ma che esiste e opera solo perché la “crisi” ce lo impone.

Allora la domanda è se un tale governo può davvero fare delle riforme liberali profonde che, se ben fatte, rivoluzionerebbero l’intera economia, e non solo.

L’unico esempio certo che abbiamo, almeno per quanto riguarda l’Europa occidentale, di una rivoluzione di tale portata è quello dei governi della Thatcher. Governi eminentemente politici, che in virtù della loro maggioranza parlamentare conquistata nelle urne affrontarono, in un arco temporale di undici anni e mezzo, non uno sciopero dei tassisti, ma delle vere e proprie rivolte, brutali, lunghe, violente. E le seppero affrontare perché potevano a ragione sostenere che ad arrestare quelle riforme, a modificarle, poteva essere solo la volontà popolare e non degli scioperi.

Il governo Monti riforme di quella portata probabilmente non le vuole, ma se anche le volesse non avrebbe il diritto di farle. Davanti a queste “riformette” possiamo pensarla in maniera diversa.  Si può sperare che le piccole liberalizzazioni diano buoni risultati e che i politici, con l’intenzione di un guadagno in termini di voti, ci promettano di migliorarle in futuro. Si può temere che riforme siffatte non producano buoni risultati, ma solo tante minoranze organizzate di scontenti, e che l’averle fatte, per quanto in maniera così soft, consenta alla politica di lavarsi le mani riguardo future riforme davvero incisive. La tentazione di credere che la seconda delle ipotesi sia molto verosimile non ci deve far desistere dal tentativo di inchiodare i politici (più che il governo Monti) rispetto alla necessità, come dice Mingardi, di “non mollare la presa” su quelle riforme. Ricordandoci però che esse possono essere attuate solo da un’autentica volontà politica, e non per via di (più o meno) fantomatiche costrizioni esterne. Certo guardando alla nostra “classe politica” un po’ di sconforto viene…

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7 Responses

  1. claudio

    Sì, ma ammesso che gli italiani vogliano la Rivoluzione Liberale, come fanno a scegliere una classe politica che la porti avanti? Non è una domanda retorica… come? cosa dobbiamo fare?
    Sull’onda del collasso del cosiddetto socialismo reale abbiamo chiesto con un referendum di avere il sistema elettorale anglosassone, abbiamo votato il paladino della Rivoluzione Liberale Silvio Berlusconi (sic!), anche noi volevamo la nostra Thatcher, anche noi avevamo diritto al nostro Reagan, e lo abbiamo invocato in massa. é qual’è stato il risultato?
    Pensiamoci bene. L’Italia è più un paese da Controriforme che da Riforme.
    Secondo me il Bel Paese rischia di sgretolarsi in piccole regioni autonome, e forse non è neanche un male.

  2. Marco Tizzi

    @claudio
    Un partito liberale e liberista c’è e si chiama PD 🙂

    Piuttosto c’è da chiedersi se esista un partito progressista…

  3. claudio

    @Marco Tizzi
    Paradossalmente è vero! il partito con le posizioni più liberiste è proprio il PD, un partito che non si vergogna delle proprie radici (anti-capitalste) e che oggi vuole essere più europeo. Comunque il Partito Democratico, al di là delle posizioni liberiste che non vanno sottovalutate, non è un partito liberale, né un partito democratico. Essere liberali e democratici significa rifiutare la logica che i partiti debbano essere finanziati con le tasse, significa organizzare le Primarie lasciando che vinca il migliore e significa tante altre cose che al momento sono agli antipodi della cultura del PD.

  4. Marco Tizzi

    @claudio
    Claudio, la verità, la triste verità è che in questo maledettissimo Paese non si capisce mai niente di quello che i partiti o i movimenti vorrebbero fare a livello economico.

    Il PDL si è proposto come liberista, mentre Tremonti e tantissimi altri (incluso Berlusconi) sono sempre stati socialisti.

    Il PD dovrebbe teoricamente essere un partito socialista, in senso europeo, invece è un partito liberista in tutto e per tutto, spesso solo nominalmente, ma per alcuni suoi esponenti anche di fatto (Nicola Rossi non è uno dei fondatori del IBL?).

    L’IdV non si capisce (almeno… io non capisco) che politica economica abbia, avrebbe o vorrebbe.

    Lega Nord: idem.

    Il terzo polo è per definizione pronto a saltare sul carro di qualunque sia il vincitore e “galleggiare”, ma dati i soggetti penso proprio che se si dovesse tagliare la spesa pubblica avrebbero tutti un collasso.

    Ma adesso arriva… il Movimento 5 Stelle! Qualcuno ha idea di quali siano le posizioni in materia economica del M5S? Vuoto assoluto.

    Allora mi sorge un sospetto: ma che non ci capiscano una mazza?

  5. claudio

    @Marco Tizzi
    Le democrazie che riescono a tenere la barra ferma sulle libertà economiche sono un’eccezione, non una regola. Hanno fatto di più per le libertà economiche Pinochet in Cile o Lee Kuan Yew a Singapore di quanto abbiano fatto molti governi democratici.
    Per andare al potere in una democrazia non serve capire di Economia, quello che ci vuole è solo una buona dose di demagogia, così come per fare un buon audience in TV bisogna trasmettere programmi stupidi. I Partiti di massa rispettano rigorosamente questa verità.

  6. Vincenzo

    @ Claudio e @ Marco Tizzi
    Alla fin fine il punto è molto semplice. La libertà economica significa competizione e la competizione vera, che significa lavorare e studiare continuamente, piace a pochi.
    Basta vedere la storia delle aziende: nascono con tanti ingegneri e pochi ragionieri, muoiono con tanti ragionieri e pochi ingegneri.
    Comunque, i partiti, seguono la logica di mercato: offrono ciò che la gente desidera, il cliente è il re.

  7. NICK

    Nel testo e nei commenti scorgo spunti molto interessanti, considerazioni personali che portano alla discussione contributi di approfondimento e valore aggiunto di conoscenza che non ha equivalente nella stampa di larga diffusione. E’ da molto tempo che siamo in crisi ma l’allarme rosso è arrivato dagli spread..la credibilità dello stato italiano di ripagare il proprio debito è stata messa in dubbio dai mercati finanziari che hanno giudicato la gestione della finanza pubblica in stato pre-fallimentare. Come siamo arrivati a questo punto? Perché la classe politica da sinonimo di “casta” è diventata anche sinonimo di “malagestione”?. Il cittadino qualunque, come io sono… simile a tanti altri, pensa che solo un padre “scellerato” accetta di fare debiti quando sa che i debiti saranno ripagati non dal suo lavoro ma quello dei figli, dei nipoti, …. o peggio ancora con accensione di altri debiti. Qualunque sia il credo ideologico o la posizione politica di chi governa, si presume che sia anche amministratore cioè “responsabile” nei tempi del suo mandato che le sue scelte politiche siano anche sostenibili dal punto di vista economico e finanziario. E’ come se la gestione delle istituzioni e della società avesse due livelli: quello politico e quello finanziario economico. Per me “malagestione” è proprio l’incapacità di chi governa a tenere strettamente allineati questi due livelli. Ne abbiamo avuto una riprova anche in questi giorni di fronte alla reticenza nello stimare l’impatto delle liberalizzazioni sulla crescita del PIL. I mercati finanziari vedono la “malagestione” nel disallineamento tra la struttura della spesa pubblica ed l’ammontare e la composizione del debito pubblico. Finche le istituzioni pubbliche non sapranno dotarsi di un insieme collaudato di regole di gestione economico finanziarie e più genericamente di governance non saranno mai credibili difronte ai mercati finanziari. Per quest’ultima ragione la domanda di Antonio Masala: serve un governo politico? é più che ben posta e invita a rispondere che abbiamo bisogno di più “buona gestione” economico finanziaria.

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