L’Italia ha fatto il necessario? Noi diciamo: no!

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Da Tempi

E’ con vera e profonda amarezza, che assisto in queste settimane e in questi ultimi giorni, dopo l’ennesimo declassamento “di massa” europeo da parte di Standard&Poor’s, declassamento nel quale l’Italia è stata retrocesse di altri due gradini al rango di BBB+, al prendere sempre più piede di una reazione ispirata insieme a molta buona fede e a parecchia malafede. Anche in ambienti culturali e  intellettuali che mi sono assai cari. Monta un mix sempre più stizzoso di accuse ai tedeschi, di inconsapevole miopia o di consapevole volontà di Gotterdammerung, e di teorie della cospirazione per le quali le agenzie di rating sarebbero il braccio armato del capitalismo americano.  Capisco – ma non giustifico – chi si lanci in queste accuse perché spaventato dalle conseguenze di una crisi senza fine e in via di ulteriore peggioramento, ed esacerbato per le manovre su manovre di correzione della finanza pubblica. E questa è la buona fede. Ma respingo e condanno invece la malafede, che allinea in politica chi ieri diceva nel centrodestra che tutto era stato fatto, e chi oggi dal pulpito del governo dei tecnici prende purtroppo a dire la stessa cosa, dopo il decreto enfaticamente battezzato salva-Italia. E in attesa, domani, di quello sulle liberalizzazioni, che commenteremo copiosamente domani a provevdimento approvato, visto che la bozza di ieri sera già molto amaro in bocca ci lascia.
Francamente, da chi  nutre un’idea sussidiaria e non dirigista della politica economica,  e personalista e non comunitarista o collettivista della filosofia politica, penso di dovermi aspettare tutt’altro. Ecco perché, quando mi sento ripetere  “ ma i tedeschi con la loro rigida pretesa di rigore non capiscono che si va a sbattere, oppure il loro vero interesse è la rottura dell’euro, per restare con pochi Paesi intorno a sé mentre noi andiamo a fondo?”; quando  si aggiunge  “perché mai accettare che le agenzie di rating debbano dettare le politiche?”; quando si conclude “ma non è meglio tornare a una banca centrale che obbedisca a parlamento e politica?”, francamente capisco che è inutile farsi cadere le braccia, da parte mia. Occorre semplicemente e umilmente rispiegare come noi – non sono solo – la pensiamo. Cerco di andare al punto, senza perdermi in tante considerazioni tecniche. Tre premesse, però. Una sull’euro e i tedeschi. Una seconda, sulle agenzie di rating. Una terza, sul bivio di fronte a noi. Poi, le conclusioni.
Prima premessa. Non è questo il momento per rifare la storia delle storture dell’euro ab origine. Mi limito a ripetere che tenendo separati da regolamentazioni nazionali – alle quali la politica di qualunque colore non vuole abdicare, in nessuna euronazione  – i diversi mercati dei beni e dei servizi, le diverse curve di costo di aree nazionali e subnazionali dei diversi Paesi a moneta comune restano incapaci di equilibrarsi per il principio dei vasi comunicanti. Poiché i debiti pubblici sono nazionali, fu accettato per definizione da politici e opinione pubbliche che hanno aderito all’euro il postulato che la convergenza dovesse avvenire attraverso rigore in finanza pubblica cioè poco debito di Stato, e produttività nell’economia reale cioè poca esposizione sull’estero nelle partite correnti. Altrimenti l’euro salta, c’è poco da fare. Non è che sono i tedeschi a farlo saltare, perché loro sono stati rigorosi in finanza pubblica e hanno riscritto welfare e contratti di produttività per rendere competitiva l’economia reale.
Seconda premessa. I soci di molte agenzie di rating sono grandi fondi d’investimento americani e  anglosassoni. Non prendono ordini dalla Cia. Cercate di guarire, dal sospetto autarchico-latino-  machiavellico che vi sia sempre una perfida Albione e uno spregiudicato zio Sam che tentano sistematicamente di disconoscere che l’Italia e l’Europa abbiano diritto al loro Impero. I conflitti d’interesse delle agenzie di rating sono conclamati nell’esame delle aziende private, perché da loro stesse prendono i soldi. Ma nel caso dei debiti sovrani no, il problema è un altro: quello cioè che Fed e Sec  non diano più automaticamente fede pubblica ai giudizi di S%P. Moody’s, Fitch eccetera quanto a valutazione dei collaterali offerti da intermediari. Ricordo a tutti che la decisione di riconoscere alle agenzie di rating la fede pubblica fu adottta dalla SEC nel 1975, attribuendo loro la natura di NRSRO, Nationally Recognized Statistical Rating Organization, il che le ha erette e continua a erigerle come cartello monopolistico. La Bce già di fatto non si comporta così. Fine. Che i grandi fondi mondiali e nazionali invece diano retta alle agenzie è invece fisiologico. Rispondete alle seguenti domande. E’ vero o no, che il giorno precedente il downgrading continentale Germania esclusa, la Grecia ha interrotto le trattative con le banche per la loro compartecipazione a tagliare del 50% il debito greco in circolo?  E’ vero o no, che il governo greco ha dichiarato che in caso di mancato accordo è pronto a fregarsene dell’accordo, e a procedere autonomamente per legge svalutando il debito motu proprio almeno del 70%? E’ vero o no, che questo significherebbe default argentino cioè ritorno alla dracma svalutata ancor più del 70%, e uscita dall’euro? E’ vero o no, che a quel punto per tutti gli eurodeboli tutto diventerebbe ancor più difficile? E’ vero o no che le difficoltà aumenterebbero anche per noi, con i nostri 440 miliardi di titoli da piazzare nel 2012 per di più con una larga percentuale a lunga durata decennale e settennale, cioè i titoli che meno le banche possono tornare a comprare perché implicano maggior assorbimento di capitale, rispetto a quelli a corta scadenza pur dopo la provvista straordinaria Bce? Poiché a tutte queste domande la risposta è “sì, è vero”, lasciamo allora ai politici l’attacco a testa bassa alle agenzie di rating che ne giudicano insufficiente ancora l’operato. E l’ambizione di creare un’agenzia pubblica europea come hanno fatto i cinesi, con la loro Dagong che valuta il merito di credito e solvibilità a seconda di quanto si sia amici o nemici della Cina.
Terza premessa. Nessuno può onestamente dire che cosa avverrà della Grecia, né se arriveremo in un paio di mesi a una modifica del cosiddetto “fiscal compact” concordato l’8 dicembre e in via di stesura tecnica, accordo che in quanto tale i mercati hanno secondo me ragione e non torto a giudicare inadeguato alla risposta a una domanda secca: c’è un meccanismo cooperativo immediato europeo per salvare gli Stati più a rischio? No che non c’è, nel fiscal compact. E perché ci sia non è vero che bisogna piegare i tedeschi e convincere la Bce a fare la Fed. Basta anticipare da subito l’ESM previsto nel 2013, dotato di capitale proprio e non di garanzie nazionale sottoposte a svalutazione di rating, e aprire all’ESM la possibilità di interfacciarsi con la Bce come una qualunque banca europea. Basterebbe eccome. E se obiettate che i tedeschi non si fanno prendere per il naso perché comunque significherebbe un sostegno centrale per quanto indiretto ai debiti nazionali, io vi rispondo che è quel che già oggi avviene, anche se molti antigermanisti lo dimenticano. Nel sistema Target di finanziamenti tra banche centrali, la Bundesbank è esposta per quasi 700 miliardi di euro verso le banche centrali degli altri euroappartenenti, per lo più verso gli eurodeboli. Vi faccio notare che l’intero Tarp americano valeva 2,2 trilioni di dollari, dei quali 1,4 destinati a intermediari bancari, il resto a non bancari. Ma 700 miliardi di euro sono 1 trilione di dollari, e poiché la Germania conta 80 milioni di abitanti rispetto a più di tre volte di americani, la conseguenza  da ricordare a chi accusa Berlino è che la Germania si è esposta in aiuto al resto dell’euroarea assai più di quanto gli Usa abbiano fatto per l’intero proprio mercato!
Fatte queste tre premesse, in realtà, stante la sua bassissima crescita da 15 anni e il suo altissimo debito pubblico, all’Italia conviene perseguire la via del rigore e della produttività in entrambi i casi. Sia che l’euro si salvi con un nuovo accordo. Sia che salti, e in quel caso bisogna sperare di poterne concordare un exit condiviso, per contenerne i costi comunque paurosi, e con tanti drammatici saluti alla leadership germanica di una delle tre macroaree monetarie mondiali.

Veniamo dunque al punto finale. E’ vero o è falso, che l’Italia ha fatto dopo la manovra Monti tutto quel che doveva fare, e che dunque la colpa ora è degli altri? Qui conta il punto di vista. Il mio è quello richiamato all’inizio: sussidiario e personalista, non dirigista e collettivista. E la mia risposta – la mia che ho pure sostenuto questa formula di governo emergenziale come necessaria, come sapete –  è: no, non è vero. Non è vero affatto.

La linea adottata dal decreto “salva Italia” è infatti di totale continuità rispetto a quella seguita dal centrodestra suo predecessore, e dal centrosinistra prima. Dei 48, 71 e 81 miliardi di miglioramento dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti quasi si devono ai decreti Tremonti, poco più di un quarto al decreto Monti. Ma quel che conta è che l’81% del saldo migliorato nel 2012, il 72% e il 76% nei due anni successivi si devono esclusivamente ad aggravi fiscali. In totale continuità, ripeto, con la linea Visco-Tremonti.
Perché avviene questo? Possiamo e dobbiamo cominciare a dirlo. Perché in realtà anche se al governo c’era il centrosinistra o il centrodestra oppure i tecnici, dai tempi della manovra Amato a oggi tutte le volte in cui siamo andati a un millimetro dal burrone a “comandare” davvero – al di là delle recite politiche – è stata la medesima impostazione tecnico-culturale. Se dovessi brutalmente sintetizzarla, la somma dei keynesiani “macro” della Cattolica e della Bocconi, come li definisce Francesco Forte, una somma che ha impregnato di sé la Ragioneria generale dello Stato come i vertici della tecnocrazia ministeriale. E’ questo lo zoccolo duro del potere economico pubblico italiano. Persone assolutamente rispettabili e per bene come Grilli e Giarda, lì da 20 anni a cercare di attuare ogni volta quel che Nino Andreatta diceva però più di 20 anni fa, quando le cose stavano ben diversamente, perché oggi certo Nino di fronte a peso di spesa pubblica e pressione fiscale sul Pil avrebbe ben cambiato idea.

L’idea del continuismo è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè attraverso sanguinosi avanzi primari nella proporzione di almeno 5 punti di Pil l’anno, da realizzare soprattutto tramite più tasse visto che la spesa a loro giudizio è comprimibile solo per pochi “sprechi” essendo sociale. E pazienza se la conseguenza di consimili avanzi primari per via fiscale è obbligatoriamente minor crescita quando va bene, e recessione quando la congiuntura europea e mondiale come oggi ci spinge ancor più in basso.

Al contrario, l’esperienza – non dico la scuola perché in questo caso significa abiurare al “Keynes all’italiana idest all’amatriciana”, da decenni in voga nell’accademia e nei media italiani  – dico almeno l’esperienza dovrebbe farci cambiare linea. L’esperienza oggettiva dico di 15 anni di scarsa crescita e di pressione fiscale record mondiale, visto che le manovre del 2011 alzano di oltre 300 punti base la pressione fiscale sul Pil per ognuno dei 3 anni  rispetto alle previsioni pubbliche del giugno 2011. Il che significa sfiorare il 46% nel 2013 e 2014 sul Pil, e depurando il denominatore dal 16,8% aggiunto dall’Istat per il nero di chi le tasse non le paga siamo ormai al 54% e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga. Il che ulteriormente significa che sull’utile lordo d’impresa arriveremo dal 68% di pressione del 2010 a circa il 75%, come media tra livelli ancora più elevati per la stragrande maggioranza di imprese micro e piccole (non chiediamoci poi perché in tante provino ad evadere) e 40 e più punti in meno dell’impresa grande e delle banche.
Rispetto a questa linea, l’alternativa sussidiaria e personalista rispetto alla linea dirigista e collettivista è lavorare sugli stock, non sui flussi.
Ripeto, viene dalla constatazione che così continuando ammazziamo ulteriormente il Paese. Ma è anche e innanzitutto un’alternativa di scuola. Perché se abbiamo l’idea del debito pubblico come NON debito tra noi e noi stessi che è tipica del keynesimo, ma invece passività a carico del futuro taxpayer tanto più distorcente quanto più l’attore economuico “incorpora” da subito diminuendo consumi e investimenti dando per sccntato che tanto sarà affrontata solo o quasi attraverso più tasse – seguendo le tesi di James Buchanan e di Bob Barro, nonché l’equivalenza ricardiana applicata alla teoria del ciclo del risparmio vitale su cui Franco Modigliani prese il Nobel – allora ne discende che DOBBIAMO  affrontare deficit e debito impugnando l’ascia dei tagli agli stock, non la pompa incrementale ai flussi fiscali.

Ergo: il debito pubblico va abbattuto con dismissione per 30 punti di Pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. La spesa pubblica va abbassata in 8-10 anni di almeno 10 punti di Pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Della stessa quantità va abbassata la pressione fiscale, sommando imposte e contributi, perché è questo il peggior freno alla crescita.  Come hanno fatto diversi Paesi avanzati nel precrisi, paesi di democrazia welfarista, non parlo della Thatcher. La Germania, l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda.  Non smantellando i diritti sociali, bensi rivedendo il welfare come in coi pacchetti Hartz a Berlino,  rivedendo dalle fondamenta apparati pubblici, costi e meccanismi di fornitura, livelli sovrapposti di governance, e cedendo al mercato pezzi interi di PA con relativo personale pubblico. Ricordo a tutti che nel Regno Unito  non c’è un solo treno pubblico da più di 20 anni – hanno ripubblicizzato la sola rete cioè i binari, anni fa – e grazie a questo la domanda e l’offerta sono aumentati entrambi consuiderevolmente dalla privatizzazione, come ci ricorda sempre Ugo Arrigo. Da noi col “tutto pubblico” abbiamo sin  qui iperfinanziato   l’alta velocità – con costi-km per investimenti a carico contribuente talora dai 3 ai 5 volte superiori alla media europea – che è aperta alla concorrenza e che dunque ha più marginalità, ma il totale dei cui passeggeri non pareggia quello che l’incumbent ha perso su tutti gli altri segmenti che ha dovuto ridurre. Potrei continuare a iosa, lo sapete benissimo… Dalle Poste, a molto altro. Sèpero di essere smentito, ma direi che potrei continuare esagttamente con ciò che sembra sparire dall’ultima bozza di liberalizzazioni annunciate, di cui appunto parleremo solo dopo aver visto ciò che davvero esce dal Consiglio dei ministri.

L’alternativa c’è, alla linea macro-keynesista statalista e fiscalista. E’ una linea micro-offertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvicinandole a chi paga per tornare all’einaudiano principio del beneficio, che libera energie per la crescita invece di drenarle, e che smonta dalle fondamenta l’opaco consenso tra nicchie protette d’impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica (non stupitevi, perché se sommate gli 8mila Comuni e le Province e le Regioni ai 1000 parlamentari e alle 7mila società locali e alle centinaia di società controllate dallo Stato a livello centrale coi loro cda, il conto purtroppo torna come ordine di grandezza).
Non è affatto vero, che a pensarla così siano solo “pittoreschi personaggi che evidentemente difendono gli evasori”, come ha scritto Corrado Augias su Repubblica. La pensano così economisti come Paolo Savona – leggete il suo appena edito “Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi”- come Nicola Rossi, come Mario Baldassarri, come Alberto Bisin, come Giulio Zanella, come Eugenio Somaini. E tanti, tanti altri. Se avesse avuto testa, il centrodestra avrebbe dovuto dar loro retta, invece di continuare sulla linea dominante. Non bisogna abbandonarla perché è di sinistra, ma perché è sbagliata, perché ci taglia le gambe. Prima di dire che abbiamo fatto tutto il necessario, allotra, direi che è il caso di imboccare la strada giusta.

Voi che dite? E quando dico imboccare, significa una sola cosa. Temo che il governo dei tecnici non la condivida, questa linea. Ma allora  chi la pensa così deve lavorare perchè questa posizione abbia anche rappresentanza alle prossime elezioni politiche. Ci sia l’euro, o meno. Perché questa è l’unica strada, per un’Italia che a testa alta e a portafogli che tornino pieni, conti domani 40 milioni di occupati. Sì, avete letto bene, 40: cioè che dia lavoro a giovani anziani e donne, alzando di 15 punti almeno la partecipazione al mercato del lavoro, e piantandola di dar colpa agli altri dei guai che a casa nostra hanno combinato politica e classi dirigenti italiane.

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