Una Repubblica basata sulle corporazioni

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Il decreto liberalizzazioni dovrebbe passare in Consiglio dei ministri il prossimo giovedì. Un decreto che dovrebbe affrontare l’apertura di molti mercati, in un paese, quale è l’Italia, che da troppi anni è fermo.

Cosa ha fermato le liberalizzazioni? Diversi Governi in Italia hanno annunciato le liberalizzazioni, senza poi riuscire a mettere in pratica le promesse. Da ultimo il Governo Berlusconi, che le aveva annunciate, ma arrivate in Parlamento, si fermarono di fronte alle modifiche dei diversi parlamentari, rappresentanti delle stesse lobbies corporative.

Questo è il primo pericolo per il Governo Monti: che nel passaggio parlamentare il decreto venga stravolto. Ma questa volta i vincoli dei mercati sono troppo stringenti ed è impossibile che i parlamentari non se ne accorgano.

Lo spread è stabilmente sopra i 500 punti e il 7 per cento di tasso d’interesse non è sopportabile a lungo, con un debito che viaggia intorno al 120 per cento del prodotto interno lordo.

L’Italia è una Repubblica basata sulle corporazioni. Storicamente è stato così, dato che sono nate addirittura sotto il fascismo e si sono stabilizzate nel corso dei decenni.

Alla politica stessa facevano comodo queste corporazioni. Mantenevano un equilibrio comodo alla governance.

Non è un caso allora che Alitalia sia rimasta in vita così lungo e abbia ricevuto 4 miliardi di euro nell’ultimo decennio prima di fallire. Se fosse stato per la politica italiana, questa avrebbe certamente evitato l’apertura del mercato aereo. Fortunatamente questa liberalizzazione ci è stata imposta dall’Unione Europea nel 1997.

Liberalizzare va contro la politica stessa, in estrema sintesi, e va contro l’equilibrio raggiunto nel corso dei decenni.

Ma perché liberalizzare?

Per guadagnare competitività ci sono due principali metodi: la svalutazione e l’apertura dell’economia (anche il mercato del lavoro).

Storicamente l’Italia ha sempre scelto la svalutazione. Negli anni Novanta, durante l’attacco alla Lira, si toccarono le pensioni, ma non si aprì mai decisamente alle liberalizzazioni. Si decise di andare nella direzione della svalutazione, poiché era molto più semplice per i Governanti e soprattutto non si andava ad intaccare il sistema delle corporazioni sul quale si basava la politica stessa.

Ora la situazione è profondamente diversa.

L’esistenza della moneta unica blocca da oltre un decennio l’azione di svalutazione. L’Italia ha perso moltissima competitività nel frattempo, a causa dell’incapacità di riformare.

Liberalizzare significa in gran parte riformare. Liberalizzare significa riguadagnare la competitività perduta.

Si capisce bene la stima fatta da Banca d’Italia che afferma che con delle liberalizzazioni fatte bene, la crescita potrebbe di aumentare di un punto di PIL l’anno. Sedici miliardi di euro l’anno, non bazzecole.

Con le liberalizzazioni arriveranno gruppi stranieri che faranno incetta di licenze? Ben vengano! Non era l’Italia il Paese del nanismo delle imprese e della mancanza di investimenti stranieri?

Allora l’arrivo di gruppi stranieri porteranno crescita all’Italia e con la crescita anche posti di lavoro e per i consumatori, quasi certamente si avrà una diminuzione dei prezzi.

Perché non liberalizzare allora?

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