Tassa sul junk food: la ciccia pesa sempre di più sulle tasche dei consumatori

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Il ministro della Salute Renato Balduzzi propone una tassa sull’alcool e sul junk food – il “cibo spazzatura” – per finanziare l’edilizia ospedaliera.

Questa proposta è incentrata sull’idea che l’obesità, come disse il fisiologo A.J. Carlson, sia un «lusso offensivo» e, in quanto tale, vada punito facendo pagare per ogni chilo in eccesso, ossia aumentando il prezzo di ciascun cheesburger e coca cola consumato. Mentre negli USA un simile balzello non è mai stato accettato, in Europa l’hanno adottata in Danimarca e in Francia, ma anche l’Inghilterra sembra avere la stessa intenzione. Nel primo Paese si paga per i grassi saturi una tassa pari a 13,5 corone danesi (1,7 euro), mentre nel secondo si prevedono entrate pari a 280 milioni di euro l’anno tramite un’imposta sulle bevande zuccherine: inizialmente pari a 3,6 euro a ettolitro, escluse le versioni dietetiche dato che si mirava a combattere l’obesità, è oggi pari a 7,16 euro a ettolitro, incluse le versioni light dato che cambia l’obiettivo, ora mirato a far fronte alla crisi che ha colpito il settore agricolo.

Questa scelta rappresenta un valido strumento per favorire stili di vita più sani e far cassa o è solo un’altra faccia del ruolo paternalista dello Stato? Se da una parte, infatti, una simile tassa potrebbe essere giustificata dalla necessità di trovare risorse per finanziare la spesa sanitaria regionale, che è la prima voce a contribuire alla formazione del deficit nazionale, dall’altra legittima anche l’intervento pubblico per evitare e prevenire comportamenti alimentari scorretti da parte del cittadino. Per impedirgli di rovinarsi la salute, soprattutto nel caso in cui non sia pienamente consapevole e informato sui rischi collegati al consumo di alcuni alimenti e bibite, si interferisce però con la libertà individuale, decidendo al posto suo. Se è pur vero che ammalandosi generano per le cure dei costi – per altro difficili da identificare e quantificare – che ricadono sulla collettività, non si può però ignorare come anche gli obesi paghino le tasse sui propri vizi e per le proprie cure e, quindi, finanziano già la loro scelta di assumere uno stile di vita poco sano. Questo è il classico esempio di “catch 22”: in un mondo in cui la sanità è privata, ciascuno potrebbe pagare per sé. In un sistema dove tutti pagano per tutti e dove nessuno può sottrarsi al pagamento, l’adozione di stili di vita “rischiosi” (oltre al fatto di nascere con un corredo genetico predisposto alle malattie) diventa un comportamento antisociale. Ma se si adotta questa logica, bisogna seguirla fino in fondo: se vale per il fumo e la ciccia, deve valere anche, ad esempio, per le persone sedentarie. In tal caso, non si arriva troppo in là? E chi ha il diritto di tracciare la linea, se ogni forma di diritto o di privacy viene automaticamente sacrificata al presunto “bene comune”?

Se si vuole considerare tale tassa soprattutto una risorsa per finanziare la spesa sanitaria, allora si rivela uno strumento ancora più debole: si sceglie infatti di intervenire attraverso l’aumento delle entrate, anziché razionalizzando l’offerta, rischiando così di incentivare la costruzione di nuovi ospedali e l’ampliamento di quelli già esistenti indipendentemente dall’effettiva necessità e dall’incremento della domanda. Oltre a non stimolare una più accurata gestione finanziaria, potrebbe anche essere inadeguata ad assicurare il gettito necessario a finanziare le spese, come mostra la situazione dei “comportamenti scorretti” in Italia rispetto agli altri paesi europei: i consumatori di alcol a rischio ammontano al 16,1%, mentre i fumatori rappresentano il 23%, percentuale non bassa come in Svezia (14,5%) e Danimarca (16,0%), ma anche lontana da Grecia (39,7%), Ungheria (30,4%) e Irlanda (29,0%). Le persone obese, sebbene in aumento negli ultimi dieci anni, sono il 9,9% della popolazione adulta: proprio questo è tra i valori più bassi in Europa, seguito da Svezia (10,2%) e Francia (11,2%). È quindi discutibile che una tassa sull’obesità possa generare un aumento del gettito sperato, dal momento che l’Italia non è tra i paesi più a rischio in termini di scorrette abitudini alimentari. Una simile perplessità è poi rafforzata dai dubbi sulla misura dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo, dal momento che la diffusione di questo tipo di cibo è legata anche al sapore e al servizio offerto, non solo al costo. Senza contare che l’obesità è un problema che aumenta soprattutto con l’età, mentre sono più che altro i giovani a consumare questo tipo di cibo. Oltre a questi ultimi, poi, sono le classi che rientrano nelle fasce di reddito più povere della popolazione a farne uso: la tassa sul junk food, quindi, avrebbe anche un effetto regressivo ingiustificato. In ogni caso, gli italiani già pagano le tasse allo scopo – gli viene detto – di finanziare, oltre al resto, la spesa sanitaria.

Se invece il vero obiettivo è la lotta all’obesità, non si può non considerare come questa non sia determinata solo dal cibo spazzatura, ma anche da altri alimenti, di per sé più salutari, quando consumati in quantità eccessive, quindi la tassa dovrebbe colpire soprattutto i grassi saturi. Ma, anche optando per questa soluzione, resterebbe il problema di definire quale sia il livello di prezzo che effettivamente scoraggia il consumo di tali cibi senza pesare troppo sulla popolazione con redditi inferiori. Comunque, la domanda di fondo resta: abbiamo il diritto di ingrassare, oppure dobbiamo mantenere la linea di Stato? E, in quest’ultimo caso, che margine di autonomia ci lascia un paese che si proclama libero?

Se, quindi, non restano dubbi sull’invasività di questo balzello nelle scelte degli stili di vita di ognuno, molti ne rimangono sulla sua efficacia: non è facendo diventare l’obesità un lusso che si razionalizzerà la spesa sanitaria.

 

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