31
Dic
2011

Dietro ogni aumento c’è una politica sbagliata. Con un buon anno ai nostri politici

In questi ultimi giorni dell’anno, gli italiani sono stati bombardati da notizie piuttosto preoccupanti sugli aumenti che sono arrivati o arriveranno. Per esempio, la Cgia di Mestre ha notato che i prezzi della maggior parte dei servizi pubblici sono cresciuti assai più rapidamente del costo della vita, Lorenzo Salvia sul Corriere ha parlato dell’evergreen dei rincari, i carburanti, e Stefano Agnoli, sul suo blog, si è occupato di elettricità e gas. Sebbene stiamo parlando di cose molto diverse tra di loro, c’è un elemento unificante: in tutti questi casi, gli aumenti sono figli di scelte politiche. Quindi, si tratta di aumenti che sono stati intenzionalmente e deliberatamente voluti dai governi che si sono avvicendati negli ultimi anni alla guida del paese (escludo l’ipotesi che essi abbiano preso certe determinazioni senza rendersi conto che avrebbero inevitabilmente portato a un’ondata di rincari, perché pensare altrimenti implicherebbe che siamo stati governati da una banda di cialtroni incompetenti – e questo non è possibile, vero?).

Almeno in parte questi aumenti derivano dal fatto che molte voci di costo – come nel caso dell’acqua – si sono spostate dalla fiscalità alle bollette. Ma a questo spostamento non ha fatto da pendant l’attesa riduzione del prelievo fiscale: anzi, sempre secondo la Cgia le imposte locali sono aumentate del 138 per cento in 15 anni. Ma questo non spiega interamente la crescita dei prezzi, né vale per tutti i settori di cui stiamo parlando.

Prendiamo i tre casi citati. Per quel che riguarda i prezzi dei servizi pubblici, è evidente a chiunque che essi sono cresciuti più rapidamente nei servizi non esposti alla concorrenza. In alcuni casi – come nel gas e nelle ferrovie – l’assenza di concorrenza è dovuta al permanere di barriere all’ingresso di palmare evidenza: l’integrazione verticale dell’ex monopolista del gas, che controlla anche la rete di trasporto nazionale, e tutte le norme che impediscono l’arrivo di nuovi entranti sul mercato nel trasporto ferroviario (in particolare regionale, ma anche nell’alta velocità e nel cargo non sono tutte rose e fiori). In altri casi, dove la concorrenza “nel mercato” non è possibile – per esempio acqua, rifiuti, e in parte trasporto urbano – l’ostinazione dei comuni nell’affidare direttamente il servizio anziché passare attraverso procedure a evidenza pubblica è un formidabile cocktail di azzardo morale e inefficienza produttiva. Tant’è che le società di trasporto pubblico sono tutte in panne a causa dei tagli ai trasferimenti, ma continuano a spendere circa un terzo in più della media europea, a parità di servizio (come dimostra Ugo Arrigo). Questo significa che, mantenendo l’offerta inalterata, si potrebbero ridurre i costi (cioè i trasferimenti, o il biglietto) di circa un terzo, ovvero che, a parità di entrate, si potrebbero offrire un terzo delle corse in più. Ora, se le gare non vengono bandite (o se, dove la concorrenza in senso consueto è possibile, essa non è consentita o è scoraggiata) non è perché stia scritto nelle stelle: è perché, con le loro scelte e prassi, o con le norme che approvano oppure che non abrogano, i nostri politici (nazionali e locali) lasciano che le cose siano e restino in questi termini. La questione è aggravata e resa ancor più patologica dal fatto che la maggior parte dei monopolisti (nazionali, come l’Eni, o locali, come le municipalizzate), sono controllati o posseduti da enti pubblici. Questo crea un conflitto di interesse enorme in capo al soggetto pubblico che è al tempo stesso regolatore (e quindi teoricamente incaricato di proteggere l’interesse pubblico) e azionista (e quindi titolare di un interesse privato). Se non si privatizza, le liberalizzazioni sono a rischio (nelle prossime settimane pubblicheremo uno studio realizzato assieme a Mattia Bacciardi proprio su questi temi); se non si liberalizza, i prezzi resteranno alti e la qualità bassa. Viceversa, assetti privatistici tendono a creare spinte verso l’efficienza (Lucia Quaglino lo illustra attraverso il caso del servizio idrico).

Oltre alla mancanza di concorrenza, c’è poi il drammatico peso degli interventi diretti sul livello dei prezzi da parte della politica. Agnoli riflette sul peso degli oneri parafiscali (come i sussidi alle fonti rinnovabili) sulla bolletta elettrica, e sulle conseguenze della struttura del nostro mercato (che lega i prezzi alle indicizzazioni contrattuali, anziché all’effettivo gioco di domanda e offerta) su quella del gas. Salvia si occupa invece dei carburanti, dove – se pure c’è un problema ovvio di concorrenza (ce ne siamo occupati con Stefano Verde) – a determinare le ultime impennate sono stati gli incrementi delle accise, per entità e frequenza senza precedenti (qui con Filippo Cavazzoni sull’aumento pro-Fus, e qui sul “regalo natalizio” di Mario Monti agli automobilisti). Se poi aggiungiamo la Robin Tax, che ha una serie di conseguenze anti-concorrenziali come ha notato la stessa Autorità per l’energia in una segnalazione (inascoltata) a Parlamento e governo, il quadro è completo.

La morale della storia è piuttosto semplice, dunque: la maggior parte degli aumenti osservati, molti dei quali si sono amplificati proprio quando non dovevano, cioè nel mezzo della recessione, sono legati a scelte politiche. La scelta di introdurre nuove imposte, per esempio; oppure quella di proteggere posizioni di rendita o di monopolio; o, ancora, la scelta di non far nulla per intaccare tali rendite. In alcuni casi ci si è provato, ed è andata male, ora per le opposizioni parlamentari (come per il ddl Lanzillotta e l’emendamento Morando, ai tempi del governo Prodi, sulla separazione di Snam Rete Gas dall’Eni), ora a causa del ciclone referendario (come per l’acqua e i servizi pubblici), ora per la forte resistenza degli interessi colpiti (come con la controriforma, abortita, dell’ordinamento forense). In tutti questi casi, e in molti altri, fatti salvi pochi coraggiosi che hanno tentato e hanno fallito (ma hanno tentato e lo hanno fatto con convinzione e con tutti i mezzi di cui disponevano), la maggior parte della nostra classe dirigente è stata o attivamente responsabile delle norme anticoncorrenziali, o passivamente solidale con le lobby. Non sono sicuro su quale di questi due comportamenti sia peggiore. All’atto pratico, comunque, non fa grande differenza, perché il risultato è che, proprio mentre il paese si impoverisce, il costo dei fattori di produzione aumenta; e il paese si impoverisce anche perché non riesce ad accedere a servizi essenziali a prezzi e con qualità comparabili a quelle dei concorrenti. Che si tratti di norme o di imposte, ancora una volta, non fa molta differenza, perché il risultato è essenzialmente lo stesso.

Così, la fotografia scattata nei tre articoli citati all’inizio di questo post non è solo deprimente perché indica il salasso a cui andiamo incontro; è anche e soprattutto devastante perché rappresenta la cifra dei problemi italiani, problemi che ben pochi sembrano voler realmente risolvere. E’ perlomeno singolare, d’altra parte, che i nostri politici non trovino di meglio, per chiudere l’anno, che creare nuove tasse e nuove barriere, senza toccare nessuna di quelle vecchie. Il loro modo di augurarci “felice 2012” è provocare aumenti nei prezzi dei beni e servizi essenziali: o perché lo scelgono consapevolmente, o perché neppure se ne rendono conto, tanto sono occupati a razzolare tra le loro e nostre miserie.

Tante grazie, buon anno anche a voi e andate a farvi fottere.

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5 Responses

  1. Edgardo

    Mi associo all’augurio con entusiasmo. E aggiungo questa considerazione: se nel 2012 non inizieremo a coalizzarci, tutti quelli che vogliono vivere in un Paese libero e non da sudditi, per prendere qualche iniziativa concreta di opposizione a questo modo di fare politica, oltre ad andare incontro ad una crisi devastante, ormai inevitabile in Italia, sarà anche difficile lamentarsi a buon diritto. Troviamo il modo di far valere i nostri diritti; scendere in piazza non basta, non serve, e poi non fa parte del bagaglio di un liberista e moderato.

  2. Bravi sia Stagnaro che Edgardo.

    2012: forse i Maia avevano previsto la fine dell’Italia, non del Mondo.

    Gli indizi per questa interpretazione della profezia Maia ci sono tutti.
    Ai disastri che la Natura violata ci riserva con regolarita’ e tempismo e che distruggono il nostro territorio si aggiungono gli interventi del governo, cosi’ detto “tecnico”, che distruggono la liberta’, il libero arbitrio, la voglia di fare, quindi di vivere, e la ricchezza delle persone, trasformate in sudditi riverenti, in robot telecomandati.
    Questi ad oggi gli indizi, in attesa del resto.

    Vi racconto una fiaba cosi’ potrete dormire sonni tranquilli.

    C’era una volta un Paese con un sistema democratico che prevedeva la figura del Presidente della Repubblica, buon padre di famiglia dedito a dirimere le controversie che inevitabilmente si generano nell’ambito della stessa ed a richiamare al buon senso ed alla concordia.
    Un bel giorno, ascoltate bene figli miei, quel Presidente decise che no, quel semplice bensi’ sacro compito non bastava piu’ e che la situazione imponeva ben altro, perbacco, decise di diventare Re, Re Giorgio.
    Svegliatosi di buon mattino, fece due o tre telefonate e nomino’ Messer Monti senatore a vita.
    Re Giorgio era contento, aveva fatto una cosa buona e giusta e tanti sudditi plaudivano ma non era ancora felice, sentiva di dover fare di piu’ per il suo popolo.
    La notte dormi’ sonni interrotti dalla propria coscienza che lo incitava a non fermarsi e da telefonate
    che lo incitavano ad andare oltre.
    Re Giogo si sveglio’ di nuovo di buon mattino, convoco’ a palazzo i vecchi dignitari, “esonerandi”, e li esonero’. Sentiva di aver fatto una cosa buona e giusta ma non era ancora del tutto felice..
    Conovoco’ allora rapidi colloqui con alcuni eletti dai sudditi ed altri prediletti, fece alcune telefonate, si chiuse, solo, a palazzo e decreto’: Messer Monti e’ plenipotenziario, ministro dei ministri, mio alter ego, la linea politica gli e’ stata esplicitata ed e’ consona e conforme al di lui vissuto.
    Nei giorni seguenti i banditori annunziarono l’evento in tutte le contrade suscitando osanna di giubilo e ringraziamento in ogni dove; i maggiorenti di ogni luogo, riuniti in chiese, basiliche e sinedri esultarono perche’ le loro richieste, di nuove ulteriori tasse onde garantire a Re Giorgio maggiori introiti e la possibilita’ di decidere come ridistribuirli e di piu’ regole volte a rendere gli altri sudditi uguali l’un l’altro, piu’ uguali di prima, piu’ uguali che mai, erano al fine una concreta prospettiva.
    In quei giorni anche messer Monti, rientrato di fretta dalle nordiche lande dell’Impero, fece alcune telefonate ed invio’ lettere, alcune ad indirizzi sbagliati ma , ovvia, un erroruccio lo si perdona a tutti e ad un bel momento ecco, come per magia, apparire il nuovo sinedrio con i nuovi scribi ivi insediati.
    Re Grigio fu molto contento di questo fatto, lo approvo’ immediatamente apponendo il proprio sigillo e penso’: ho fatto una cosa buona e giusta, ora posso finalmente mettere a posto il Paese, rendere i sudditi tutti uguali, livellando verso il basso la loro ricchezza e la loro autonomia di pensiero e di comportamento, tutti uguali quindi non solo di fronte alla legge ma anche nei percorsi di vita. Uguale e’ bello.
    Capite, figli miei, voleva farla finita con quei cattivoni che dedicando se stessi allo studio ed al lavoro, investendo i propri capitali, dedicando i giorni e le notti alla propria impresa hanno creato industrie, fabbriche ed uffici ove costringono la gente a lavorare per loro per potersi comprare le Ferrari e le barche. Oltre tutto questi cattivoni sono anche insofferenti del fatto di avere lo Stato come socio occulto, non investitore e non lavoratore ad oltre il 50%.
    Re Giorgio, ormai infervorato dalla bonta’ del suo progetto continuo’ a pensare: liberero’, il popolo dall’assillo di studiare, di pensare, di creare, di programmare, di investire e lavorare per il proprio futuro e per migliorare il proprio livello culturale e materiale; carichero’ su di me ed i miei fedeli questi pesanti fardelli, ci faremo carico di decidere su tutto, di risolvere tutti i problemi e di programmare e pianificare la vita dei nostri amati sudditi.
    Vi devo dire, cari figli miei, che in quel tempo il Paese era afflitto da gravi problemi economici e finanziari, dico il Paese, non tanto i suoi sudditi in generale bensi’ l’apparato statale che non riusciva piu’ a far fronte alle proprie faraoniche spese ed ai debiti accumulati in passato.
    Re Giorgio era buono, conosceva questi problemi del Paese e voleva risolverli, per questo decise di prendere piu’ soldi dai sudditi per finanziare le faraoniche spese e cosi’ garantire ed aumentare i diritti senza modificare i doveri; pensate, aveva cosi’ a cuore anche la salute fisica del suo popolo che suggeri’ a Messer Monti di fare perfino qualcosa per ridurre l’uso dei cibi grassi quali formaggi, salumi e salsicce varie e delle bevande alcoliche quali il vino, tutti alimenti dei quali il nostro Paese e’ grande produttore.
    Il solerte Messer Monti preparo’ il pacchetto degli interventi necessari che vennero immediatamente approvati dai sinedri e dalle chiese e divulgati dai banditori.
    Re Giorgio era ora veramente soddisfatto, conscio di avere re-inventato la macchina perfetta, da sempre il suo sogno, costituita da pochi che decidono, pianificano, prelevano e spendono il denaro ed il popolo che sopravvive senza dover pensare.
    La sera del 31 Dicembre penso’ di fare cosa gradita al popolo annunciando il suo giubilo in televisione.
    Dopo la manovra “Salva Italia” il popolo indosso’ i caschi e si mise in attesa di quella “Cresci Italia”.
    E vissero tutti infelici e scontenti.
    Per ulteriori approfondimenti sulla materia si vedano i post, ad esempio la fotografia
    de “ Le famiglie italiane dopo la manovra Salva Italia” del blog, (senza scopo di lucro):
    “Se Gesu’ fosse Tremonti…”, valido ancora oggi, basta togliere il Tre, reperibile nel web.

  3. Francesco P

    @Edgardo

    Lei ha ragione. Serve promuovere una diversa politica in Italia perché più o meno tutti gli attuali partiti impersonano interessi di strati sociali e/o di corporazioni contrari al libero mercato ed alla razionale ed equa gestione della cosa pubblica.

    Purtroppo la gente vota ancora seguendo le indicazioni dei diversi partici secondo un riflesso condizionato. Ne sono un esempio gli ultimi referendum sull’acqua e sul nucleare che peseranno come un macigno sullo sviluppo economico.

    Anche ve venissero spesi miliardi di euro per lo sviluppo industriale e agricolo del sud, la situazione attuale dell’approvvigionamento idrico costituirebbe un ostacolo insormontabile per far funzionare gli impianti e far rendere le colture. Eppure il sud Italia gode mediamente di precipitazioni più abbondanti del Texas!

    Il nucleare, ad esempio, non è la fonte energetica in assoluto più economica al momento. Il carbone è oggi meno caro considerando l’intero ciclo di vita dell’impianto se si adotta la tecnologia PCC (Pulverized coal combustion) perché altre tecnologie come l’IGCC (non ancora pienamente matura) sono meno convenienti dell’atomo. In compenso il nucleare svolge una funzione critica nella diversificazione delle fonti e contribuisce a calmierare il prezzo dei combustibili fossili.

    Eppure la nostra classe politica (Lega compresa) ragionano sulle prossime scadenze elettorali e sui prossimi affari che possano portare dei ritorni immediati al partito. Senza una profonda rivoluzione del modo di fare politica ed una rivoluzione culturale che coinvolga larghi strati della popolazione è impossibile invertire il circolo vizioso che ci sta portando alla povertà.

  4. Alessandro

    Egr. dott. Stagnaro,
    ha piena ragione quando dice che le misure prese dai nostri governanti sono prese con piena coscienza dei loro effetti (pur se dubito fortemente del loro livello intelletivo efficace, al netto degli interessi che li sostengono, si intende).
    La invito quindi a proseguire il ragionamento fino in fondo, considerando quanto segue.
    Qual’è l’effetto di una politica che fa dell’aumento dei carburanti la fonte di entrate primaria di un manovra straordinaria, specie in un paese in cui la grande maggioranza delle merci (al 2004 eravamo intorno al 65% – http://www.easylog.org/intranet/libretti/libretto186-02-1.pdf -, e mi sembra che questa percentuale non sia stata scalfita da allora, se ha dati diversi la prego di correggermi) viaggia su gomma?
    Da economista qual’è, non le sarà difficile rispondere che il primo effetto di questa misura sarà un rincaro generalizzato di tutte le merci, inclusi cibo e servizi essenziali. Ovvero: inflazione.
    Non sono un economista, quindi mi è difficile far di conto in modo appropriato. Ma con il gasolio a 1.6 euro/L l’inflazione viaggiava al 3% (teorico). L’aumento del prezzo di 20 centesimi significa ca. il 12% di incremento sul prezzo di partenza. Sul 65% di costi di trasporto, il tutto si traduce in ca. l’8% di aumento sulle spese di trasporto della massa generalizzata delle merci.
    Vedo difficile aspettarsi un ribaltamento completo di queste cifre sul consumatore finale, ma non vedrei niente di strano nel trovarmi a fine 2012 con inflazione ufficiale ben oltre il 6%.
    Quindi, se i nostri governanti sanno quello che fanno (e non dico che vogliano farci del bene, anzi), stanno coscientemente aumentando l’inflazione. Con il solo scopo, per quello che posso capire io, di recuperare a spese della collettività il leverage finora promosso dal sistema finanziario internazionale (non per niente il nostro governo attuale è imperniato sui banchieri).
    Mi permetto di chiederle se a suo giudizio questa ipotesi è sensata, e se lei ed i suoi colleghi del chicago blog avete qualche proposta praticabile (ovvero che non consista nel semplice far notare le assolute ed incredibili incoerenza, contraddittività e dannosità delle misure prese finora) per cercare di non far affondare questo paese. Da una caduta del genere non ci si salva più, se non attraverso conflitti sociali estremi, di cui purtroppo già si percepiscono le avvisaglie.

  5. Paolo

    Tanto per aggiungere che oggi in Italia le verità le dobbiamo sentire non dagli economisti: L’italiano è facile da governare, basta dargli in pasto una categoria sociale al giorno e la sua fame si sazia. E’ la strategia della disattenzione. Gli gridi “Guarda un asino che vola!” e lui punta il naso verso il cielo. Monti ha, giustamente, detto che “Le mani in tasca agli italiani le mettono gli evasori”. Non ha spiegato però chi ha generato il debito pubblico di 1.900 miliardi di euro e a cosa sono serviti quei denari. Ce lo dica Monti! Ci dica chi e come ha messo le mani sulla ricchezza dell’Italia per mantenere la partitocrazia e le lobby e ci spieghi anche dov’era lui in questi lunghi vent’anni di silenzio. Ci vuole un pubblico processo per questa gentaglia che ha rovinato l’Italia. Rigor Montis non ha ritenuto di ricordare i 98 miliardi di euro di presunto danno erariale da parte delle concessionarie di slot machine. E neppure perché i contribuenti hanno sul groppone un miliardo di euro dato come finanziamento ai partiti nonostante un referendum, e non ha menzionato gli evasori totali condonati con lo Scudo Fiscale con un 5%. Chi sono questi signori? I contribuenti onesti vorrebbero saperlo, hanno il diritto di saperlo. FUORI I NOMI!
    Le grandi manovre sulle piste da sci e nei bar di Cortina sono l’asino che vola. Come se non fosse sufficiente, ad esempio, incrociare i dati dei contribuenti con quelli della proprietà di un Suv al computer senza trasformare i finanzieri in uomini delle nevi. Ma chi volete prendere per il culo? Il gioco è palese. Mettere le categorie sociali una contro l’altra. I ricchi contro i poveri, i giovani contro i pensionati, i disoccupati contro i dipendenti statali. E mentre gli italiani guardano le nuvole, gli imprenditori e gli operai si suicidano in silenzio. A cosa sono serviti i soldi versati all’INPS? Dove sono finiti i versamenti degli italiani che in pensione non ci andranno mai? A coprire le perdite della Fiat attraverso la cassa integrazione? Il boccalone italiano si deve dimenticare dei politici, dei partiti, delle loro ruberie (ricordo che i condannati in via definitiva sono ANCORA in Parlamento a percepire un grosso stipendio), della corruzione, delle mafie che controllano metà del Paese, del pesce che puzza dalla testa. E di banche non parla nessuno, sono gigli di campo, non hanno responsabilità dello sfascio, di decine di migliaia di investitori sul lastrico. Meglio accanirsi sull’albergatore e sul barista. I concessionari di beni pubblici, come Benetton per le autostrade, vengono invece lodati e ingrassati con gli aumenti di Capodanno a spese di chi lavora. Le concessioni statali, tutte le concessioni, devono tornare a essere gestite dallo Stato, a produrre utili per i cittadini italiani che le hanno strapagate in decenni di tasse, non vanno regalate ai privati. Ma Monti, questo, come Alice, non lo sa.
    Ehi! “Guardate l’asino che vola”, non disturbate il manovratore. E conservate lo scontrino all’uscita del bar e il pagamento del bollo dell’auto di dieci anni fa, con le mani bene in tasca, mi raccomando!

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