11
Dic
2011

Salari pubblici e privati sotto esame

In un’intervista al “El Mundo” dell’altro ieri, Robert Solow, premio Nobel per l’economia nel 1987 ha affermato che Italia e Spagna devono abbassare i salari. Un’affermazione in linea con quanto detto su queste colonne nelle settimane scorse.

Il premio Nobel per l’economia ha anche mostrato il suo scetticismo sulla sopravvivenza dell’Euro. A suo parere i leader dei Governi Europei si stanno concentrando da troppo su pareggio di bilancio, golden rule e tassazione esasperata, invece di guardare all’elemento essenziale: la crescita economica.

La zona Euro per l’economista è troppo frammentata, nel senso che la produttività è troppo differente tra i paesi “virtuosi” quali la Germania e quelli della sponda sud del Mediterraneo. Per troppi anni i salari di Italia, Spagna e Grecia sono cresciuti in completo disallineamento rispetto all’incremento della produttività.

Proprio su questo fronte, quello della produttività, è necessario essere realisti.

 

Come fa l’Euro a sopravvivere se il costo del lavoro per unità produttiva è completamente differente tra i diversi Paesi dell’Euro? La Grecia e la Spagna hanno iniziato ad abbassare i salari pubblici, arrivando nel paese ellenico anche a delle riduzioni nell’ordine del 25 per cento.

Questa misura non ne esclude un’altra ancora più dura: la riduzione del personale pubblico.

Tuttavia sono differenti gli obiettivi di queste due azioni. Mentre la riduzione del personale pubblico serve a ridurre la spesa statale per cercare di diminuire il deficit e a liberare risorse fresche per aumentare i consumi (infatti diminuire il numero dei dipendenti pubblici nel medio periodo lascia maggiore risorse ai contribuenti che potranno spendere come meglio vorranno), la riduzione dei salari pubblici serve a diminuire il CLUP (sempre che non diminuisca di pari passo la produttività per ora lavorata) e neii fatti, aumentare la competitività.

Vi è da aggiungere inoltre che alla riduzione dei salari pubblici è necessario accompagnare una manovra che sappia aumentare la produttività ed il controllo nel settore statale.

Solo con una riduzione dei salari pubblici si ottiene un riallineamento della zona Euro?

Assolutamente no. Robert Solow non sostiene che solo i salari pubblici debbano diminuire, ma anche quelli privati. Come fare? È necessario introdurre una contrattazione di secondo livello, aziendale, che leghi lo stipendio all’andamento della produttività.

Questo modello non è stato utilizzato da chissà quale dittatore, ma è stato introdotta dalla Germania di Schroeder (Governo socialista) a metà degli anni 2000, quando la Germania sembrava in crisi profonda. Proprio in quel periodo la Germania sfondò i parametri di Maastricht.

Attualmente i salari tedeschi sono legati all’andamento dell’azienda e sono possibili riduzioni di stipendio quando l’impresa va male ed aumenti, quando va bene. Oltre il 40 per cento dei contratti in Germania sono di secondo livello. Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, introducendo a livello nazionale il contratto “Pomigliano”, vuole andare proprio in questa direzione.

La riforma del lavoro, così come la diminuzione della burocrazia o quella della giustizia sono tre delle n riforme essenziali per ridare velocemente smalto alle economie del sud del Mediterraneo.

Da troppi anni l’Italia viaggia a tassi di crescita economica dello zero virgola qualcosa. Inaccettabile, ma soprattutto impossibile da sostenere nel medio periodo, come ha evidenziato anche Robert Solow.

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13 Responses

  1. Francesco P.

    Mah… ammesso che la torta della crescita tedesca si moltiplichi dividendola in 26 virtuosi. Spero che voialtri abbiate ragione e che le mazzate che ci stiamo infliggendo servano davvero, perchè c’è chi (Krugman, O’Rourke &C) ritiene che all’opposto ci stiano spingendo alla rovina.

  2. Andrea Giuricin

    L’aumento della tassazione mi trova completamente in disaccordo…la produttività non si aumenta con un amento delle tasse.
    La torta della crescita non è una torta…l’economia deve essere piuttosta come un palloncino: se si aumenta la pressione fiscale il palloncino si restringe e tutti ci perdono

  3. Francesco P

    @Francesco P.
    Sono l’altro Francesco P, quello senza punto. La virtuosità della Germania è in gran parte merito dell’euro-mostro che ha di fatto introdotto rapporti di cambio fissi fra economie profondamente differenti. Questo ha anche favorito la capacità del Paese più forte dell’area euro di migliorare l’attivo commerciale nonostante l’aumento delle materie prime, di investire e delocalizzare la produzione fuori dall’area euro a danno della base industriale delle altre nazioni.

    La virtuosità mediante iper-tassazione che ci stanno propinando come panacea è come togliere la medicina ad un malato: porta alla morte.

    Ovviamente questo non ci assolve le nostre colpe nell’aver creato un sistema di spesa pubblica improduttiva assolutamente esagerato. Ci mette nella condizione di scegliere fra drastici tagli al sistema delle istituzioni e del pubblico impiego oppure “morte per asfissia da tassazione”.

  4. Federico

    direi che ridurre i salari pubblici o meglio i dipendenti pubblici di almeno il 30% è la soluzione. Comincerei da quelli che vogliono curiosare su redditi e patrimoni privati.

  5. carlo grezio

    i salari pubblici sono medio bassi perchè in italia vige da sempre un diabolico patto :
    “io stato ti pago poco e tu dipendente in cambio fai anche meno…”
    il risultato è noto.
    Eppure oggi la cosa urgente oggi non è ridurre i salari, ma ABOLIRE LE STRUTTURE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE PALESEMENTE INUTILI.
    Non possiamo permetterci 4 livelli di amministrazione ( stato, regione, provincia e comune).
    BISOGNA ABOLIRE LE REGIONI E UTILIZZARE I SOLITI AMMORTIZZATORI SOCIALI PER TUTTI I DPENDENTI DELLE REGIONI CHE DOVRANNO CERCARSI UN NUOVO LAVORO.
    Uno vero.

  6. PNP

    Nella mia esperienza di lavoratore nel privato, non posso che dissentire dalla considerazione che contrattazione aziendale di secondo livello sia la leva per parametrare la remunerazione alla redditività.

    Si veda il caso del rinnovo a inizio 2010 del CCNL terziario (commercio), che ha depotenziato le “basi” a favore di una contrattazione aziendale più ampia.
    La mia azienda, in decisa crescita (passata e attuale) tra le più importanti a livello nazionale nel su ambito e con una produttività altissima (straordinari anche di diverse ore di lavoro sono frequenti – non retribuiti ovviamente-) ha ignorato tutto questo e recepito solo il CCNL nazionale base.

    O si impone alle aziende un CCNL base “potente” oppure le si obbliga ad indirre assemblee di lavoratori dove le misure di contrattazione aziendale vengono approvate solo a maggioranza.

    Altrimenti i profitti finiscono nelle tasche dei soliti noti.

  7. Federico

    Sono assolutamente d’accordo su tutto quanto è stato scritto. Solo una considerazione: in Germania l’80% dei lavoratori ha un impiego all’interno di grosse aziende, per cui è facile unfiormare i contratti in questo modo. Da noi esistono molte più PMI, liberi professionisti e realtà artigianali che non possono permettersi questo tipo di discorso. Questo non significa che non bisogna perseguire la strada tedesca, che reputo la soluzione ottimale (anche perchè finalmente si parlerebbe di meritocrazia anche negli enti pubblici!) ma da noi ci vuole una revisione dei contratti che tenga conto di una realtà lavorativa eterogenea, ben diversa dal resto d’Euoropa.

  8. giancarlo

    interessante la riduzione degli stipendi nel settore privato. qualcuno la propone come cura per adeguare il costo medio del lavoro (abbassandolo), alla bassa produttività.
    Posso porre alcune questioni agli integralisti fautori di questa soluzione?
    La riduzione di stipendio porterebbe ad un calo del PIL, il che porterebbe a nuove tasse per poterci sedere al tavolo di Bruxelles con i tedeschi, tasse che in Italia sono a carico dei lavoratori dipendenti, che poi porta a nuova riduzione del reddito reale, che porta ad un nuovo calo della domanda e del PIl, che poi… che poi… …alla fine facciamo bancarotta!
    Se è verosimile questo quadretto futuribile, non sarebbe meglio agire sull’altra faccia della medaglia costo lavoro/produttività? perche non incrementare la produttività? Chi lo deve fare? Gli imprenditori!! Devono trovare soluzioni per stimolare i collaboratori a remare con maggior lena insieme ai capitani. Invece cosa succede? Faccio l’esempio personale, da dipendente:
    -mi obbligano ad usare la mia auto personale invece dell’auto aziendale. Non che l’azienda non ne abbia, semplicemente le riserva ai capitani e marescialli
    -non segno lo straordinario, tanto non me lo pagherebbero lo stesso, nè usufruirei di detassazioni in quanto supero il limite di reddito.
    -lavoro anche a pranzo, senza pause, per poter finire il lavoro entro le 17.30 (mentre dovrei finire alle 16.30).
    -nonostante ciò esco alle 18.00
    Tutti i mie sforzi per produrre di più sbattono contro un muro di gomma dato dalle procedure, informatiche ed (ancor peggio) procedure operative/normative interne: un vero coacervo di bizantinismi, nelle quali conta di più essere in regola con la trasparenza, privacy, usura, sicurezza dei dati, sicurezza del lavoro, dei colleghi, sindacato, ecc ecc ecc.
    Io posso fare tutti gli sforzi che voglio, lavorando 10 ore in luogo di 8 ore contrattuali, ma tanto la mia produttività (che si traduce in redditività per la mia azienda, da cui mi discende un premio variabile) è minore oggi, rispetto a 7 anni fa, quando non avevo tutti i limiti normativi di cui l?italia si è ulteriormente ingolfata.
    Dopo tutto ciò Lei Sig Giuricin ed il suo collega SOLOW, mi dice che un rimedio è abbassarmi lo stipendio? Lo sa cosa otterrebbe? fino ad oggi le maggiori difficoltà via via introdotte per poter lavorare e raggiungere il premio aziendale, hanno portato molti mie colleghi a rinunciare allo stesso premio: non gareggiano nemmeno! Se passasse la Vs linea ritengo che molti più remi verranno tirati in barca. Mentre i papponi improduttivi (il middle management di tutte le aziende italiane) continuerebbero a guadagnare i propri lauti stipendi, incasinando la vita ai propri sottostanti, unica attività loro propria, necessaria peraltro per giustificare la loro istessa presenza nelle aziende. Costoro dovrebbero trovare sistemi per migliorare la produttività insieme ai capitani, a vantaggio di tutti, mentre sono belli seduti e comodi.

  9. giancarlo

    in secondo luogo, vorrei portare l’esempio tedesco: i loro stipendi sono molto più alti dei nostri. eppure riescono ad esportare. mi vorreste dire come fanno? forse tutti gli italiani non lavorano? oppure le variabili sono altre? forse gli operai fiat producono meno auto per addetto rispetto ai tedeschi? non sarà magari per via delle tecnologie tedesche più avanzate, che consentono loro di produrre molto di più e di pagare molto di più anche gli operai? ma chi decide quali maccchinari acquistare o quali modelli produrre? Gli operai oppure Agnelli? siamo poco produttivi perchè i ns operai durante il turno vanno troppo in bagno rispetto ai tedeschi? non credo, ma SOLOW ed il Nostro, si.

  10. Giorgio Gori

    La produttività italiana è bassa a paragone dei suoi partner europei: verità indiscutibile. Ma come si può realisticamente proporre quale soluzione a questo problema di agire sulle dinamiche salariali, anziché di agire sulla produttività? E nemmeno congelando i salari, ma tagliandoli, innescando in questo modo una irrecuperabile spirale depressiva. Mi sembrano affermazioni veramente poco ponderate.

  11. Alberto

    Intanto sarebbe da stabilire quale sia il livello dei salari corretto per iniziare a ragionare poi della relatività di questi rispetto al discorso della produttività, perchè da noi sono più bassi da sempre rispetto a Francia e Germania per esempio. Quindi, prima si riparametrano gli stipendi a quelli degli altri paesi, per lavori analoghi e poi riparliamo di riferimenti alla produttività.
    Questo è un primo punto, il secondo punto è quello dei motivi per cui da noi la produttività è più bassa di quella di altri paesi e questo non è del tutto vero, e del perchè il nostro paese non cresce ed i motivi non sono certo legati al costo del lavoro come l’ articolista vorrebbe dare ad intendere, ma ai tantissimi freni che rallentano le ruote del nostro paese e ne dico solo alcuni, quali il costo e la struttura del sistema energetico, il costo delle amministrazioni e della politica, il costo delle mancate liberalizzazioni, il costo di una giustizia inefficiente e rapace, la delinquenza, l’ evasione fiscale di 60 anni di repubblica; però il nostro Giuricin, vede soltanto il lavoro, vero?

  12. Alberto

    Segue. O almeno il lavoro soprattutto, come si evince dall’ articolo e poi solo in seconda battuta la burocrazia e la giustizia, e le altre emergenze, dove sono, e quanto pesa il fattore lavoro? E quanto pesa all’ interno delle pubbliche amm.ni il fattore dipendenti pubblici in linea con quello di altri paesi, rispetto alle pastoie di una legislazione e di una struttura tecnica e tecnologica arretrate ed inefficienti. @Alberto

  13. davide

    Salve,
    vorrei fare una domanda, qualcuno mi sa spiegare come sia possibile che in Italia ( ed in molti altri paesi occidentali) vi sia stato un calo della massa salariale sul prodotto nazionale ( si parla di un delta pari a circa -10%) negli ultimi 20 anni e allo stesso tempo un aumento del clup?
    se la massa salariale la si calcola come:

    (W*L)/Y con w=salari L=lavoratori e Y = prodotto

    e il clup come:
    W/(Y/L)

    non dovrebbe coincidere?
    magari mi perdo qualche concetto ma non riesco a capire questa apparente contraddizione.

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