9
Dic
2011

Gli aeroporti sono troppi?

“Gli aeroporti sono troppi”. Con questa frase il neo Ministro ai Trasporti, alle Infrastrutture e allo Sviluppo Economico ha paventato davanti alla Camera una riduzione del numero degli scali. È un’idea vecchia, che non si discosta troppo da quella dei predecessori, sia l’ex Ministro del Governo Berlusconi Altero Matteoli che l’ex Comunista Alessandro Bianchi del Governo Prodi.

Ma davvero sono troppi gli aeroporti? Questa critica al sistema aeroportuale di solito è accompagnata da una frase di rito: “da Cuneo a Trieste ci sono ben dieci scali aeroportuali”.

La frase sarebbe esatta con l’aggiunta di una sola parola: pubblici. Ci sono troppi aeroporti pubblici. Se fossero tutti aeroporti a gestione privata il problema non si porrebbe. Il problema nasce dalla gestione pubblica di questi scali, che troppe volte è fonte di sussidi e perdite.

Sussidi alle compagnie a basso costo e non solo per l’attivazione di nuove rotte o per accordi di comarketing.

Perdite nel momento in cui un aeroporto è troppo piccolo e non riesce a fare economie di scala.

Per queste due tematiche essenziali è bene distinguere caso per caso, tre per la precisione, senza dire che gli aeroporti sono pochi o troppi.

Partiamo dal primo caso. Un aeroporto privato che vuole incentivare l’arrivo di compagnie low cost e quindi fa delle scontistiche alle compagnie aeree per attirare traffico. In questo caso non c’è il problema del sussidio, poiché tale problema esiste solo nel caso di aeroporti pubblici. Si può pensare all’aeroporto di Treviso, base di Ryanair, aeroporto privato della SAVE ed in espansione anche in Europa con  l’acquisto di Chaleroi.

E veniamo al secondo caso. Aeroporto pubblico che ha i conti in ordine e non ha perdite di conto economico. In questo caso il sussidio può rivelarsi uno sconto alla compagnia aerea e una mossa azzeccata per sviluppare il proprio business. Il vettore low cost stringe un contratto con lo scalo. Ad esempio, in cambio di un milione di passeggeri l’anno in arrivo, la società di gestione fa uno sconto dell’80 per cento delle tariffe aeroportuali. In questo caso non si ha un aiuto di stato, poiché la scontistica è una normale “arma” economica per attirare le compagnie. Un buon esempio può essere quello di Bergamo Orio al Serio, ormai diventato il quarto aeroporto in Italia grazie all’arrivo di Ryanair.

Il terzo ed ultimo caso. Il peggiore. L’aeroporto pubblico è in perdita e fornisce dei sussidi alle compagnie aeree. In questo caso si è nel pieno di aiuto di stato e tale pratica dovrebbe essere vietata perché distorce la concorrenza.

Si propone dunque di chiudere gli aeroporti solo perché sono troppi. Ma chi decide che sono troppi? Il Ministro o l’ENAC? Secondo quali criteri?

Tutto sarebbe più semplice se si lasciasse al mercato decidere se un aeroporto è di troppo o meno. Gli scali hanno bisogno di concorrenza, come dimostra anche il caso londinese dove Ferrovial è stata costretta a vendere due scali poiché era considerata in situazione di monopolio.

Diminuire il numero di aeroporti o favorire l’integrazione serve solo a rinforzare la posizione di monopolio naturale degli scali. Un errore gravissimo che riduce la concorrenza.

Se gli aeroporti fossero privati, basterebbe una buona gestione e un milione di passeggeri l’anno affinché chiudessero il conto economico ogni anno in attivo.

Gli aeroporti non sono né troppi, né pochi. Sono semplicemente troppo pubblici.

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5 Responses

  1. … e mal distribuiti. Il divario è tangibile al Centro, Sud ed Isole. Abitanti-turisti-aereoporti. Questo divario tra potenziali clienti e presenza aereoportuale fa la differenza con altre Nazioni europee. Troppi aereoporti italiani distano solo mezz’ora di viaggio in auto da uno all’altro. Oppure, l’esistenza di un’aereoporto è dato solo dai turisti, vedi Olbia, ma la stagione turistica è da maggio a settembre, con l’aereoporto sempre aperto. Gli abitanti Sardi, 1.600.000, lo sfruttano abbastanza?

  2. Bob

    In base a quali criteri decidere di chiudere uno scalo? Ad esempio, quando il mercato e l’evidenza dei fatti ti dicono che quello scalo è vuoto oppure non ha conti in attivo. Volete un esempio? Brescia, che, quindi, né l’alta velocità né il presunto babbo Natale possono attivare.
    Per quanto riguarda il monopolio, sarebbe ora che si guardasse meno a Malpensa per i voli intercontinentali e di più agli altri due scali lombardi, tanto per citare un altro esempio.
    Linate e Orio sono due aeroporti che funzionano a meraviglia e che pertanto bisogna incentivare ad ogni costo.

  3. Giovanni Bravin

    @Bob
    Anziché decidere se uno scalo aereo va chiuso, bisogna fare un “VERO” studio di fattibilità circa la sua apertura. Invece, siccome si spendono soldi pubblici e si incamerano “mazzette” dal partito di turno, non ci si pensa molto al riguardo. Così abbiamo aereoporti sottoutilizzati e che distano solo mezz’ora d’auto da altri! Circa gli aereoporti di Linate ed Orio a.S. hanno problemi di lunghezza di piste e pertanto molti grandi aerei non vi possono atterrare.

  4. giusy

    L’aeroporto di Bergamo sarà un buon esempio dal punto di vista economico, ma è un disastro dal punto di vista ambientale. Nessun rispetto del VIA, numero di voli cresciuti senza rispettare le prescrizioni. Ryan Air che fa il bello ed il cattivo tempo e vola a 400 mt dal suolo sulla testa di migliaia di cittadini che ogni giorno vedono calpestati i diritti di salute e sicurezza. Quando a pochi km (Montichiari) esiste un aeroporto che è meno impattante dal punto di vista ambientale e che potrebbe avere maggiore sviluppo. Bergamo con la pista a 3000 metri dal centro città ogni giorno sopporta gli scarichi ed il rischio caduta di 200 aerei! Ma in quale società civile il terzo aeroporto del paese è situato “in un delicato contesto territoriale e ambientale” (testuale dal decreto Valutazione di Impatto Ambientale n. 677/2003)?

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