Manovra Monti: Una scure sulle Province? – di Serena Sileoni e Silvio Boccalatte

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Le Province verranno trasformate in una sorta di enti di secondo livello e il presidente del Consiglio ha peraltro dichiarato in conferenza stampa che il Governo darà il suo sostegno ad ogni progetto di legge costituzionale finalizzato alla loro soppressione. La notizia va accolta con un certo favore, ma cerchiamo innanzitutto di capire bene la portata dell’intervento governativo.
Attualmente il consiglio provinciale è eletto direttamente dal popolo, così come il Presidente della Provincia che poi nomina i membri della Giunta, cioè gli assessori; il decreto-legge Monti prevede, innanzitutto, che gli organi provinciali siano solo il Consiglio e il presidente: ne consegue automaticamente, quindi, la soppressione della Giunta. Purtroppo l’efficacia della norma non è immediata, ma decorre dallo stesso momento delle altre modifiche istituzionali: su questo punto torneremo tra pochissimo.
Resta, invece, il Consiglio provinciale, ma con due modifiche essenziali:

  1. il numero dei consiglieri provinciali è fissato in non più di dieci;
  2. i membri del Consiglio saranno eletti “dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia”: le modalità di elezione saranno poi stabilite dalle singole Regioni entro il 30 aprile 2012, e, in caso di mancata adozione del relativo provvedimento regionale, interverrà lo Stato

Questo assetto avvicina le Province ad una sorta di ente locale di secondo livello: può definirsi ente “di secondo livello” l’ente i cui membri non sono diretta espressione del corpo elettorale, ma sono a loro volta eletti o nominati da altri soggetti che traggono invece legittimazione popolare diretta. Il modello delineato dal decreto Monti non specifica:

  1. se il provvedimento regionale di attuazione debba essere una legge o meno;
  2. se i membri dei futuri consigli provinciali debbano essere a loro volta titolari di cariche elettive o amministrative nei Comuni del circondario;
  3. le norme sulla elezione.

Con questa impostazione si può sostanzialmente concordare, perché permette una prima regionalizzazione delle province, precisando, però, che sarebbe stato sommamente opportuno capire se tra gli “organi elettivi dei Comuni” possano essere comprese anche le Giunte o meno: si propende per la soluzione negativa, perché, a stretto rigore, le Giunte comunali non sono organi elettivi.
Il Presidente della Provincia, a sua volta, non viene più eletto direttamente dal popolo, ma solo dal ristrettissimo Consiglio provinciale.
Bene: le Province vengono ridimensionate e non potranno più difendersi con l’esilarante e ipocrita affermazione secondo la quale sarebbero “un patrimonio di democrazia”. Ma restano per far che cosa? E’ evidente che il Governo si sia dovuto fermare un attimo prima della loro secca abolizione, mossa che, purtroppo, richiede una legge costituzionale, e, di conseguenza, abbia dovuto disperatamente cercare di lasciar loro una qualche competenza.
In questo senso restano alle Province “esclusivamente le funzioni di indirizzo politico e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”. In altri termini: visto che l’Unione delle Province Italiane continua a ripetere che le Province sono essenziali organi di raccordo tra le Regioni e i Comuni, viene lasciata loro sostanzialmente solo quella competenza. Tutte le altre funzioni, invece, sono trasferite dalle Regioni ai Comuni (salva la loro riallocazione alle Regioni stesse in forza dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza). Le risorse umane, finanziarie e strumentali seguiranno le relative funzioni.
E allora le Province cosa restano a fare?
Ecco, su questo il decreto avrebbe proprio dovuto essere un poco più preciso: è ben nota, infatti, la vaghezza con cui la dottrina individua la nozione di “indirizzo politico” mentre cosa sia una funzione di “coordinamento” è un elemento su cui dottrina e giurisprudenza si accapiglieranno non poco. Tanto per capirci: noi stessi sottoscritti autori del post non concordiamo tra di noi sulla riconducibilità o meno della gestione delle strade e dell’edilizia scolastica superiore all’indirizzo politico e/o alla funzione di coordinamento!
Resta comunque una valutazione complessivamente positiva di questa riforma per aver davvero messo mano alla organizzazione e alle funzioni dell’ente provinciale evitando tuttavia la trappola di una loro soppressione: dati i tempi di vita di questo governo più brevi, probabilmente, dei tempi necessari per una riforma costituzionale che abolisca le provincie, un loro taglio netto avrebbe voluto dire un sicuro insabbiamento della riforma. Al di là dei tempi stretti, una riforma costituzionale significherebbe una serie di passaggi in parlamento in cui sarebbe molto più facile negoziarla, dando possibilità alle Province di far sentire il loro disaccordo in maniera molto più incisiva di quanto non potranno fare in sede di conversione del decreto legge. Del tutto positive, quindi, le disposizioni che scandiscono in maniera perentoria la tempistica della mutazione istituzionale delle province: gli organi attualmente operanti decadono al momento dell’adozionedelle leggi regionali di trasferimento delle funzioni, e, in ogni caso (quindi anche se una Regione restasse colposamente inerte) entro il 30 novembre 2012. C’è solo da augurarsi che, in parlamento, il governo non conceda la stralcio di questo termine perentorio.
Resta anche positivo il giudizio circa la rimodulazione degli organi provinciali non più espressione di democrazia rappresentativa, ma – come richiedeva l’idea originaria – snodi di coordinamento dell’attività comunale.

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