Ma i mercati finanziari sono davvero solo dannosi?

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Come ha già scritto, Nicolò è un po’ angosciato dall’orologio del debito che, sul sito dell’Istituto Bruno Leoni, scandisce l’inesorabile crescita delle tasse che dovrà pagare solo per rimediare ai danni prodotti da chi lo ha preceduto. Ed è alla ricerca di un meccanismo che fermi la giostra impazzita. Anche se non ha ancora compiuto gli otto mesi di vita, non gli riesce difficile comprenere che i politici hanno una evidente convenienza a spendere soldi,  che creano consenso,  senza imporre tasse, che invece il consenso lo fanno perdere.

 E, se proprio costretti, comunque preferiscono spendere quanti più soldi possibile dei propri concittadini, anche a costo di imporre tasse corrispondenti. Per motivi che gli sono invece meno chiari, i suoi concittadini non sono – o almeno non sono stati – capaci di utilizzare il loro diritto di voto per arrestare questa ovvia tendenza dei politici a spender soldi e a far debiti. Dunque Nicolò, nella sua ingenuità, ritiene che i mercati finanziari gli stiano facendo un utile servizio: aumentando il costo del debito possono rendere meno conveniente per i politici far debiti. Nonostante la sua giovine età, Nicolò non è tanto ingenuo da pensare che i mercati, o meglio chi su quei mercati opera, gli renda questo servizio per altruismo; per quanto non ne comprenda appieno i meccanismi, immagina che chi vende titoli italiani lo fa per il suo proprio interesse; ma Nicolò ha già sentito parlare degli effetti inintenzionali delle azioni umane;  gli sembra che questo risultato di scoraggiare la propensione dei politici a far debiti che poi lui, Nicolò, dovrà pagare sia un ottimo effetto inintenzionale prodotto da chi guadagna vendendo i titoli di stato italiani.

Ha provato a ragionare della questione con gli amichetti al parco. Non deve essere stato molto convincente, perché ha ricevuto risposte, a lui sembrate piuttosto confuse, che alludevano a misteriosi e nefasti speculatori; ovvero a complicate debolezze istituzionali che caratterizzerebbero l’euro e che a Nicolò sembrano probabili, ma ininfluenti rispetto al cuore del problema di cui lui si sta ora occupando.

Al più, ha trovato qualche bambino, fra i più saggi, che ha riconosciuto la fondatezza del suo ragionamento, ma ha subito obiettato: bene, i mercati hanno svolto la loro funzione, il costo del debito ha raggiunto un livello inusitato; ma ora basta; fermiamoli prima che si produca l’irreparabile.

Qui per un momento Nicolò ha vacillato

Ma poi, aiutato dalla tipica concretezza degli infanti, ha provato a guardare la realtà. Si è messo a far quattro conti sulla finanza pubblica italiana; e non nel modo raffinato che adottano coloro che se ne occupana di professione, ma nel modo semplice di chi a malapena conosce le quattro operazioni. E allora ha scoperto che ad oggi, nel bel mezzo di una crisi del debito che – si sente dire – potrebbe essere catastrofica, il nostro Paese ha prodotto due manovre finanziarie e una legge di stabilità che promettono di ridurre il nostro deficit pubblico da qui ai prossimi tre anni di 70 miliardi di euro; ma a prezzo di un aumento delle tasse di 115 miliardi; perché le spese da qui al 2014 – nonostante le manovre etc, – cresceranno ancora di 45 miliardi.

Nicolò ne conclude che la pressione dei mercati non ha ancora prodotto abbastanza dei suoi effetti inintenzionali e desiderabili. E che prima di neutralizzare quella pressione – sembra che la via sia quella di fantasioni eurobonds o quella più consueta del fiat money – sarebbe bene aspettare almeno ancora un po’. Sperando che nel frattempo la politica smetta di prender tempo.

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