E se abbassassimo gli stipendi pubblici?

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E siamo a otto. Non stiamo dando i numeri, ma è il mercato che mette il nostro paese sempre più sotto pressione, dato che otto, è il tasso d’interesse per i nostri titoli di Stato a due anni. Un tasso tanto elevato è impossibile da sopportare a lungo e non è dunque un caso che il Fondo Monetario Mondiale abbia già preparato un fondo di salvataggio per l’Italia e per la Spagna di 46 miliardi di dollari ciascuno.

E la stessa Spagna, nonostante il cambio al vertice del paese con l’arrivo del Partito popolare guidato da Mariano Rajoy vede sul mercato secondario i tassi d’interessi dei buoni a due anni al 7,5 per cento.

Sia in Spagna che in Italia la curva dei rendimenti dei tassi si è invertita, lasciando comprendere che il clima di sfiducia che pervade tutta la zona Euro è ormai quasi incontrollabile.

Mario Monti, il nuovo premier italiano, è stato ben accolto dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Quest’ultima si è detta impressionata dalle misure prese dal nuovo Governo Italiano, che a breve verranno presentate anche al Parlamento Italiano. Questo scavalcamento del Parlamento Italiano è forse la prima notizia che mostra un cambiamento in atto all’interno dell’Unione Europa. Fino ad oggi le misure potevano essere controllate dalla Commissione Europea o da altri Stati dopo che erano passate da una presa visione o approvazione del Parlamento Italiano. Ora non sembra più così.

Una politica economica più integrata è necessaria se si vuole salvare l’Euro poiché non è possibile pensare che ogni Stato vada nella direzione che vuole con un’unica moneta europea.

Non essendo più possibile la svalutazione competitiva, i differenziali dei costi del lavoro per unità produttiva avrebbero dovuto diminuire nel corso degli anni, per cercare di stabilizzare la zona Euro.

Tuttavia la differenza del costo del lavoro per unità produttiva (CLUP) tra i diversi Paesi Euro è andata aumentando nell’ultimo decennio, mandando così in tilt l’Euro stesso. Il CLUP italiano e spagnolo è 40 punti percentuali sopra rispetto a quello tedesco nel 2010, prendendo come anno base il 2000. Si comprende bene perché siano necessarie misure che aumentino la competitività italiana e al contempo una politica di riduzione del costo del lavoro.

In Spagna il Governo Zapatero ha deciso di abbassare del 5 per cento i salari pubblici, mentre in Catalogna si è deciso nei giorni scorsi di effettuare ulteriori tagli agli stipendi pubblici. Forse non si deve arrivare al livello greco, dove i salari sono stati tagliati del 25 per cento, ma non è il caso che anche l’Italia faccia qualche passo in avanti in questa direzione?

Certo sarebbe una misura impopolare e potrebbe essere anche sostituita da un abbassamento del cuneo fiscale, ma è difficile in questo periodo trovare per il Governo le risorse necessarie per abbassare di almeno 5 punti percentuali il cuneo fiscale.

Le liberalizzazioni potrebbe riuscire a far ritrovare la competitività perduta all’Italia; grazie ad una maggiore competitività, la produttività dovrebbe tendere a salire, ma gli effetti molto probabilmente non si sentirebbero immediatamente, ma nel giro di uno o due anni. Un impulso interessante in questo campo sta arrivando da Sergio Marchionne, Ad di Fiat, che pochi giorni fa ha disdetto il contratto vigente negli stabilimenti italiani ad eccezione di quelli dove era presente il contratto “Pomigliano”.

Marchionne ha sempre detto che è necessaria una maggiore flessibilità e produttività in cambio di investimenti. L’Italia è un paese povero di investimenti stranieri e un cambio nell’ambito dei contratti nazionali potrebbe far ritrovare la competitività perduta.

Un tema scottante come quello della riduzione dei salari pubblici, che provocherà tante reazioni negative, ma che è essenziale per evitare il fallimento dell’Italia.

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