Attenti a ciò che rischiamo! Già 50 miliardi di oneri e sarà peggio

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Gli spread stanno impazzendo, tra poche ore rischiamo di essere a quota 600, l’intera curva dei rendimenti per ogni scadenza è sopra il 7%. L’Italia rischia non la misisone ordinaria di monitoraggio del Fmi entro fine mese, ma dopodomani una squadra speciale del Fondo che sbarchi dagli elicotteri e ci imponga la secessione temporanea dai mercati, vincoli di capitale obbligatori e sanguinose manovre di ripresa di contatto con la realtà reale: il mondo non intende farsi coinvolgere nella follia di un’Italia che non è la Grecia ma non per quello che crede la sua classe politica, cioè troppo grande per fallire, ma non lo è appunto perché siccome siamo una fonte di contagio enorme il mondo interverrà con la cavalleria aerea per sbatterci alle corde, finché cambiamo marcia e disinnestiamo il pedale dell’irresponsabilità. Forse è bene porsi una domanda precisa. Quanto costa all’Italia, la drastica accelerazione del rischio di insolvenza pubblica che i mercati hanno iniziato a stimare da luglio ad oggi? E’ un esercizio contabile che vale la pena di fare, anche se pone rilevanti problemi economico-statistici, visto che le cifre su cui si può lavorare sono per lo più da stimare per approssimazione. Tuttavia dovrebbe rappresentare un esercizio obbligato per tutti i cittadini italiani, lavoratori e imprenditori, risparmiatori e contribuenti, in modo da sottoporre a un preciso rendiconto le responsabilità politiche di ieri, oggi e domani. E’ comprensibile che vasta parte degli italiani tenda a graduare le proprie valutazioni riferendosi al tradizionale asse valoriale destra-centro-sinistra. Ma non è male tentare anche di appoggiare il proprio ragionamento a qualche numero che si riferisca anche ai valori economici. Ieri sera  ci ho provato, quando lo spread era a 495 e non a 563 dove svetta ora che posto.

Cominciamo dal contribuente. Il voto di ieri a Montecitorio è stato letto dai mercati come un aggravamento ulteriore dell’instabilità politica italiana, e della distanza da ciò che i mercati, Europa e Fondo Monetario ci chiedono per abbattere il debito pubblico più rapidamente che con il solo avanzo primario, per crescere di più, per mettere in ulteriore sicurezza spesa pubblica e pressione fiscale troppo alte per un’economia sana. Per questo abbiamo toccato quota 500 di spread tra Btp e Bund. Oltre 300 punti base in più rispetto a dove eravamo partiti a fine giugno, quando il differenziale era inferiore ai 200 punti.

Per calcolarne l’onere sui più alti interessi pubblici da pagare, bisogna ricordare che il debito di Stato attuale è oltre i 1900 miliardi di euro, ha una quota nel 2012 in scadenza compreso il disavanzo pari a circa il 23,5% dell’ammontare, superiore a quella di ogni altro Paese dell’euroarea (Grecia 16,5%, Spagna 20,6%, Portogallo 22,3%). La durata media del nostro debito è però la più alta e questo riequilibra, è pari a 7,2 anni rispetto ai 6,9 della Grecia. E la quota detenuta da stranieri è la più bassa, solo al 42%. (Grecia 55%). Tenuto conto di ciò, cento punti base di rendimenti in più significano nei tre anni successivi maggiori interessi sul debito pubblico pari a 1,2 punti di Pil, se incorporati per tre trimestri come media. Nell’ultimo quadrimestre, bisogna contare non tutti i 300 punti base in più a ieri, ma la media della maggiorazione rispetto alle aste di titoli effettivamente svolte. Siamo a circa 200 punti base in più nella media del quadrimestre. L’effetto di maggior spesa pubblica per interessi è pari a circa 2,7 punti di Pil nel triennio, circa 47 miliardi di euro. Ma poiché non voglio fare il menagramo, e mi auguro che per miracoloso sussulto di responsabilità questo o qualunque altro governo riesca in due settimane a varare tutti i provvedimenti necessari a riportare lo spread dov’era – non ci credo, ma formulo questo auspicio – allora ecco il conto di ciò che è intanto avvenuto nei 4 mesi alle nostre spalle: cioè un aggravio già determinatosi e certo intanto pari a 1 punto di Pil, pari cioè a circa 15 miliardi in più. Se li dividiamo per tre anni, ecco che l’intero piano di dismissioni pubbliche – miserello a mio giudizio – presentato dal governo nella lettera al Consiglio europeo della settimana scorsa è già andato in fumo, mangiato dagli accresciuti interessi.

Viene poi il conto per le banche. I 300 punti di spread vengono integralmente inglobati nel maggior costo a carico delle banche per la provvista di capitale a breve liquida, e su quella obbligazionaria nel mercato all’ingrosso. L’aumento del rischio sovrano genera perdite sul portafoglio finanziario, indebolendone i bilanci e aumentandone la rischiosità. Inoltre i titoli pubblici utilizzati dalle banche perdono valore come collaterale per le operazioni pronti contro termine o presso la BCE. In più, diminuiscono le garanzie pubbliche sulle passività bancarie. Infine, l’abbassamento del rating pubblico determina un abbattimento del rating delle stesse banche. E’ per questo che nei Paesi sin qui più colpiti dalla crisi, Grecia Irlanda e Portogallo, i depositi in conto corrente di famiglie e imprese sono in forte calo, mentre la remunerazione media sui depositi è aumentata dall’inizio della loro crisi, un anno e mezzo fa, di un punto mezzo percentuale, cosa che per le banche è una ulteriore compressione del margine di intermediazione.

Sommando tutte queste componenti, per le banche italiane direi che siamo nell’ordine di grandezza tra 4 e 5 punti di Pil nel biennio, cioè tra 60 e 75 miliardi di maggiori oneri e minori utili e dividendi a tutti gli effetti, se i 300 punti di spread dovessero confermarsi nel tempo diciamo per un altro quadrimestre. Intanto, un punto di Pil in più di maggior capitalizzazione è stato appena comminato dall’EBA, l’autorità bancaria europea. Tra giugno e settembre sono venuto meno con certezza già 48 miliardi di raccolta complessiva effettuata attraverso certificati di deposito e carta commerciale dagli intermediari bancari nei Paesi avanzati, siamo in presenza di un vero e  proprio inaridimento dei mercati all’ingrosso, simile a quello post Lehman.

Per finire il conto approssimativo, bisogna stimare infine il costo per i prenditori a cui i maggiori interessi e la restrizione degli impieghi viene naturalmente traslata dalle banche. Cioè sui bilanci delle famiglie, per i mutui e prestiti al consumo,e su quelli delle imprese. E infine ancora aggiungere l’abbattimento che lo spread esercita sui titolari di redditi immobiliari, visto che più lo spread sale più indici e capitalizzazione della Borsa scendono. Troppo lungo spiegare le metodologie per un calcolo approssimativo. Diciamo che per l’ultimo quadrimestre c’è da aggiungere un altro punto di Pil almeno, nell’anno a venire, e che l’elasticità è ben superiore all’unità se la cosa perdura, cioè il punto si raddoppia se dal quadrimestre giungiamo al semestre.

Come si vede, lo spread non riguarda solo le aste pubbliche ma colpisce tutti, e in tempo reale. Se sommiamo gli effetti del solo quadrimestre ultimo per i contribuenti, per le banche e i loro clienti e su chi ha investito in Borsa, siamo già ben oltre i 3 punti pieni di Pil nel 2012, intorno a 50 miliardi di euro. Tutto ciò avviene in un contesto economico complessivo di forte rallentamento delle economie reali. Ieri il centro Studi di Banca Intesa ha stimato che per questo solo effetto reale nei mesi tra giugno e settembre il fatturato delle imprese italiane perde 94 miliardi di euro nel prossimo biennio. E attenti che il conto sale ogni giorno. Ce n’è abbastanza, per chiedere alla politica un sussulto di responsabilità? E agli italiani per aprire gli occhi, e per un po’ smetterla di dividersi in tribù pensando invece a come evitare di finire ancor più sputtanati e impoveriti ora che siamo alle corde? O no?

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