Un ottimo libro sulla crisi e un’asinata di Roma sulle banche nostrane

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Un consiglio mentre l’euroarea ancora sottovaluta l’incendio al quale continua a dare vento, invece di toglierlo. Almeno questa è la mia impressione, e non per i commissariamenti in atto nei confronti dei governi con eccesso di debito pubblico e crescita bassa, come nel caso del nostro Paese. Ma per la sottovalutazione degli effetti sistemici del canale credito-crescita ancora una volta sottintesi nelle decisioni sui requisiti di capitale delle banche europee. Che, come si vede, sono al centro del meccanismo di instabilità dei mercati europei e, di rimbalzo, mondiali. Non riesco a capire, tra l’altro, come le autorità italiane abbiano potuto accettare al Consiglio europeo della settimana scorsa una decisione che indure le banche italiane a liberarsi dei titoli di debito pubblico del nostro Paese! Tranne che non lo abbiano capito, ovviamente!!!

Torno al consiglio. Se siete appassionati delle ragioni della crisi, e dunque di come uscirne, allora ordinate su Amazon e leggete Engineering the Financial Crisis, edito dalla University of Pennsylvania Press. Sono 224 pagine con 13 tavole che valgono appieno i 45 dollari di prezzo. Gli autori sono abbastanza estranei al grande circo mondiale degli economisti di grido. Jeffrey Friedman è visiting scholar a Scienze politiche all’Università del Texas, Austin. Wladimir Kraus ha conseguito il PhD all’università di Aix-Marsiglia. Sono direttore e condirettore della bella e utile Critical Review.

Perché il libro va letto, secondo me? La verità un po’ egocentrica è che è la più puntuale esposizione del mio punto di vista sulla crisi in cui mi sia sinora imbattuto, con la differenza che è tenicamente molto più curata e fondata di quanto potrei fare io, a cominciare dal ricchissimo apparato di dati a sostegno della tesi che viene illustrata. Ma in realtà dovreste leggerlo anche se non la vedete affatto come me, ma solo per la curiosità intellettuale di veder demoliti molti dei più scontati luoghi comuni sulla causa essenziale alla quale dobbiamo la crisi. Infatti, diversi capitoli sono dedicati al rigetto del mainstream consolidatosi negli ultimi tre anni, in proposito. Un mainstream riproposto in pillole nell’ultima puntata di Report domenica scorsa, nella quale ovviamente il colpevole era ed è il neoliberismo sfrenato. Più in dettaglio, Friedman e Kraus smontano in successione le tesi secondo cui la crisi sia figlia dell’eccesso di deregulation, del greed dei banchieri e dei loro guadagni stellari, dell’eccesso di leva fine a se stesso, del too big to fail, di Fannie Mae e Freddie Mac. Ho e mantengo i miei dubbi solo sul poco peso alle accuse sui bassi tassi praticati per anni dalla Fed di Greenspan, perché in questo continuo a pensarla come l’ottimo John Taylor.

Ma il punto di fondo del libro è di dimostrare che il più della crisi viene non dai mercati sfrenati perché autoregolamentati, bensì proprio da un errore capitale dei regolatori del mercato, sul quale sino a questo momento nessuno o quasi ha appuntato le sue critiche. E cioè sui requisiti obbligatori di capitale per le banche, gli accordi di Basilea negoziati sotto l‘egida della ortodossissima Banca dei Regolamenti Internazionali.

A differenza di quel che comunemente si creda, le maggiori banche internazionali avevano in pancia moltissimi titoli a tripla A o poco meno, da quelli dei Fannie e Freddie ipergarantiti dallo Stato ai mezzanini-salsiccia garantiti dalle big five USA dell’arrangement intermedio tra emittenti e prenditori. E li avevano proprio per assecondare gli ortodossi criteri di Basilea, per i quali andava previsto meno capitale per un trading book a basso yield perché considerato meno rischioso, e al contrario più capitale per l’inverso. All’errore capitale sul risk assessment dei titoli di debito a doppia e tripla A si aggiunse a quel punto la necessità delle banche, sempre imposta da Basilea, di rientrare sul capitale obbligatorio tagliando col machete gli impieghi a famiglie e imprese. Esattamente quel che ancora oggi capita nell’euroarea, in cui le banche italiane saranno le più penalizzate di tutte pur avendo meno eurocarta a rischio di quelle franco-tedesche, ma più titoli italiani con meno asset illiquidi di quelle franco-tedesche esclusi però dal computo per anticipare il raggiungimento del Core Tier 1 al 9%. E ancora una volta le banche europee – e italiane – dovranno tagliare gli impieghi come infatti stanno facendo, amplificando enormemente gli effetti di grande contrazione sull’economia reale. Oltretutto, per effetto delle decisiooni assubnte alò Consiglio europeo le banche italianwe dopvranno disintermediare il debuito pubblico italiano che detengono: una decisione non so quanto compresa dal governo italiano, ma che avrebbe dovuto essere respinta!

Non c’entra niente il neoliberismo, con tutto questo. E’ la pretesa dei regolatori, persino di quelli che passano per più conservatori e meno portati agli eccessi come la BRI, ad avere conseguenze inintenzionali ma talora disastrose. E’ dura spiegarlo a chi propone invece ancora più regolazione. Se i due autori hanno ragione, e io penso di sì, l’errore che l’Europa sta compiendo sulle banche pesa di più del semidefault greco in quanto tale. Quanto all’Italia, se si aggiunge anche il Fondo Monetario al commissariamento Bce-Consiglio Europeo, voglio proprio vedere quale coalizione politica delle attuali sarà mai pronta all’amaro calice che ci aspetta.

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