La Leopolda è liberista?

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Ieri ho seguito in modo abbastanza distratto il “big bang” organizzato da Matteo Renzi a Firenze: la domenica è il giorno del Signore e del lavoro arretrato, soprattutto del lavoro arretrato. Ci sono una serie di cose che mi rendono simpatica l’iniziativa del sindaco di Firenze: la carta generazionale giocata in modo non piagnucoloso, l’ostilità dei maggiorenti del Partito democratico, la scelta di dar voce a “persone vere” che hanno detto, spesso, “cose concrete”, la scommessa su figure di rottura (come Luigi Zingales) o politici pragmatici e coraggiosi (Sergio Chiamparino). Aggiungo che di Renzi mi parlano molto bene persone che stimo (incluse un paio che sono intervenute nel weekend), e che l’alluvione di tweet è un segno di per sé incoraggiante. Ma, al di là della simpatia generica, c’è un fatto che ha reso per me molto interessante il tutto: ossia, come ha osservato Claudio Cerasa nel suo resoconto, la centralità dell’economia e della politica economica nella proposta di Renzi. Da qui la domanda: la Leopolda è liberista?

La risposta potrebbe partire dalle parole d’ordine – merito, competizione – che hanno scandito la due-giorni. A questo livello, non c’è dubbio che la Leopolda sia stata una delle convention politiche recenti dove il tasso di liberismo retorico è stato il più alto. Ma le parole volano. Invece scripta manent: per questo credo ci si debba riferire al documento conclusivo con le “cento proposte” di Renzi e dei suoi. Sempre a livello generale, avrei preferito dieci proposte, o comunque un numero più ristretto. Inoltre, molte delle proposte – anche se non la maggioranza – non hanno una diretta rilevanza economica, pur essendo più (il ritorno all’uninominale in luogo del porcellum) o meno (la riforma della Rai dove è assente la parola “privatizzazione”) condivisibili.

Stiamo, comunque, sui temi economici. Il manifesto si divide in cinque “temi”, per ciascuno dei quali vengono enunciate una serie di proposte specifiche, con vario grado di probabilità di verificarsi e diversa complessità.

Il “primo tema” è “riformare la politica e le istituzioni”. Tra le proposte interessanti c’è l’abolizione delle province, lasciando però alle regioni la facoltà di istituire enti intermedi laddove necessario. Non è specificato, ma darei per scontato che tali enti vadano finanziati con la fiscalità regionale o locale, non con la fiscalità nazionale. C’è l’aggregazione dei piccoli comuni (con la soglia relativamente in alto: 5.000 abitanti). C’è l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali di partito. Un punto molto importante mi sembra quello sulle Camere di commercio, alle quali viene chiesto di diventare, nella sostanza, enti di mero servizio, mentre oggi esse sono (o si comportano come) imprese a tutti gli effetti: questa proposta la trova assai importante, anche se bisognerebbe vederla nel concreto. Per quel che riguarda le municipalizzate, sebbene l’accento venga posto sulle “poltrone” (che è a mio avviso un sintomo, non la causa del male) compare esplicitamente la parola “privatizzazione”, che ha un peso specifico assai significativo, nell’Italia post-referendaria, e richiede un coraggio non banale. La parte più debole di questa sezione, a mio avviso, è quella sulla Rai, che nella sostanza verrebbe riorganizzata, distinguendo meglio tra il servizio pubblico e le attività commerciali, ma non messa sul mercato (se non in una prospettiva molto ipotetica). Dire “fuori i partiti dalla Rai”, nel momento in cui la Rai resta pubblica e dunque di riffa o di raffa inevitabilmente deve rispondere ai partiti, è vuoto slogan. Tanto più che, col passaggio al digitale, svanisce ogni preoccupazione di potenziale monopolio et similia. Comunque, questa prima sezione è sostanzialmente positiva e condivisibile: il liberismo c’è.

Il secondo tema è “far tornare i conti per rilanciare la crescita”. Già dal titolo è interessante, perché esso esprime una banalità non scontata: non può esserci sviluppo, se i conti pubblici sbracano. La prima proposta della sezione non è solo condivisibile in quanto all’obiettivo (portare il debito pubblico sotto il 100 per cento del Pil in tre anni) ma lo è soprattutto se si guarda agli strumenti proposti: privatizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e soprattutto delle imprese pubbliche. Poi, certo, c’è una concessione alla patrimoniale (pudicamente chiamata “imposta sui grandi patrimoni”: non è chiaro se, nella testa di Renzi, si tratti di un’imposta ordinaria o straordinaria). Anche sulle pensioni il Leopolda-pensiero è pienamente condivisibile: aumento dell’età pensionabile, parificazione uomo-donna, accelerazione della transizione al sistema contributivo (manca solo, ma non credo per contrarietà, il passaggio da sistema pubblico a fondi pensione in concorrenza). Sul fisco, viene invocata una redistribuzione del carico dai redditi da lavoro a quelli da capitale, che in sé non è né giusta né sbagliata, in quanto occorre guardare al “come” e al “quanto”; l’abolizione dell’Irap (non viene spiegato come andrebbe finanziata: con le altre misure di risparmio qui previste?); forme di lotta “consensuale” all’evasione (per esempio riduzione dell’aliquota Ires per chi emerge, misura controversa in verità); nuove regole per la bancarotta; e poi liberalizzazioni di ordini professionali, servizi pubblici, Inail (lo ripeto perché è la prima volta che lo vedo in un programma politico: liberalizzazione dell’assicurazione contro infortuni e malattie, presumibilmente con la privatizzazione dell’Inail); potenziamento dell’Antitrust (da discutere perché non mi è chiaro); semplificazione normativa; più concorrenza anche nei servizi gestiti dal settore pubblico; riforma del lavoro “alla Ichino”; e, vabbé, aliquote rosa. Giudizio: se metà di queste cose restano, io voto Renzi a qualunque cosa si candidi. Liberismo a manetta.

All’interno del secondo tema, ci sono poi una serie di proposte relative a varie aree della spesa pubblica. Sulla sanità, l’architrave delle proposte è un “patto di stabilità interno non derogabile sui parametri dei costi standard”. Altre proposte non saprei valutarle, ma c’è la parola magica: “esternalizzare”.

Per la ricerca, si propone un fondo nazionale gestito con criteri da venture capital, da accoppiare con incentivi fiscali.

Per la giustizia, non so valutare ma mi sembrano tutte proposte ragionevoli.

Il terzo tema, invece, è più deludente: “green, digital, cultura e territorio”. Le proposte “green” mi sembrano, sinceramente, un po’ tiepide (anche se non particolarmente dannose). Sembra di avvertire la tensione tra consiglieri che suggerivano approcci diversi, cosa che alla fine pare essersi risolta in uno sforzo di sintesi al ribasso. Faccio un esempio: sugli incentivi verdi si dice che “Gli incentivi rinnovabili non saranno impiegati solo per l’installazione d’impianti: ci si concentrerà anche sulla ricerca e sulla creazione di una vera filiera industriale”. Una frase simile significa poco. Gli incentivi alla ricerca, oltre a richiedere cifre n volte inferiore a quelle che oggi girano nel settore, sono un capitolo a sé che poco ha a che vedere con la politica ambientale in senso stretto; idem la mitologica “creazione di una filiera industriale” che è politica industriale, aka rent seeking. Il ragazzo, su questo, può migliorare. Sono invece più interessanti, a occhio, le proposte in tema di cultura, almeno alcune (defiscalizzazioni, autonomia dei musei) mentre altre sono roba vecchiotta (l’1 per cento del Pil investito in cultura – a proposito, chi decide cosa è investimento culturale e cosa no?). Molto intelligente, invece, è la scelta di inserire la liberalizzazione del trasporto pubblico regionale nell’ambito delle proposte sul territorio. Liberismo al verde.

Il quarto tema è “dare un futuro a tutti”. Le proposte sono un po’ sciatte e non so quanto realizzabili (“affitto di emancipazione” per aiutare i giovani a trovare casa, finanziamenti delle università agli studenti sostenuti da un fondo nazionale, un contratto di lavoro per gli studenti universitari…). Altre cose, invece, sono potenzialmente dirompenti: il finanziamento degli atenei in funzione dei loro risultati nella ricerca e nella didattica, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, l’abolizione della formazione “che serve solo ai formatori”, eccetera. Liberismo spuntato.

Il quinto tema ha un titolo (per me) urticante: “per una società solida e solidale”. Nella sostanza ci sono una serie di proposte di dubbia utilità: il quoziente famigliare (che in realtà rischia di avere conseguenze negative per l’occupazione femminile: come si coniuga con le aliquote rosa??); la detrazione della spesa famigliare; incentivi alla natalità. Trovo piuttosto buone le proposte sull’immigrazione: adozione dello jus soli, selezione degli immigrati sulla base delle competenze domandate dal mercato del lavoro, accelerazione delle procedure per chi sia in possesso di un contratto di lavoro. Assolutamente da rigettare, invece, è l’idea di tassare le transazioni finanziarie per finanziare le organizzazioni no profit. Ancora peggio è il servizio civile obbligatorio. Queste due proposte fanno inclinare verso un deciso segno “meno” il giudizio su questa sezione che, altrimenti, conterrebbe alcuni spunti. Liberismo vo cercando.

Conclusione: il programma della Leopolda può valere tanto o valere poco. Per ora è un file pdf su un sito internet. Tuttavia, esso avanza molte proposte che non solo sarebbero utili al rilancio della crescita economica in Italia, ma che sono perfettamente coerenti da un lato con una prospettiva “di mercato”, dall’altro con una sensibilità “di sinistra” verso la creazione di più opportunità per tutti. Se mai questo documento dovesse diventare una piattaforma politica vera e propria, ci sarebbe molto da fare per supportarlo. L’unica vera perplessità è il numero eccessivo delle proposte: Renzi dovrebbe stabilire delle priorità, almeno come macro-aree di intervento, e dire quali tra questi cento suggerimenti siano quelli su cui il governo dovrebbe concentrarsi per primi.

Detto questo, e per rispondere alla domanda iniziale: dalla Leopolda è uscito quanto di più liberista si possa pretendere da un documento politico nell’Italia di oggi. In termini generali, si tratta di un liberismo pragmatico che fa i conti con la realtà, coi vincoli che la realtà impone, e con le conseguenze che ci si può realisticamente attendere da un’iniezione di concorrenza nel tessuto italiano. Non so se Renzi sia liberista per convinzione o per assenza di alternative dato il contesto; e non so se i suoi seguaci siano altrettanto pronti a scommettere su queste misure, specie se venissero calate nella pratica. Ma il processo alle intenzioni è sempre la via più facile e sbagliata per voltare le spalle a una possibile innovazione. Il documento della Leopolda è un programma che merita la massima attenzione e la più attenta discussione.

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