Vite imprevidenti, esistenze amministrate (ossia, sui paradossi pensionistici)

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Un paradosso. Nel mio ambiente di lavoro, l’università, quando incontro qualcuno non più giovane e con l’aria triste ci sono buone probabilità che sia lì lì per lasciare l’accademia. I ricercatori a 65 anni e i professori a 70 ormai sono costretti ad andarsene a casa, e in genere lo fanno con la morte nel cuore. Leggo sulla stampa di oggi che anche un luminare in malattie infettive dell’ospedale di Brescia, professor Giampiero Carosi,  è costretto ad andare in pensione (è nato nel 1941) e ad abbandonare l’Istituto universitario che dirige.

Poi c’è il “resto del mondo”, ossia il nuovo leader del sindacalismo tricolore, Umberto Bossi, quotidianamente in trincea per difendere il diritto ad andare in pensione prima dei 65 anni, mentre l’Europa, Angela Merkel, gli opinionisti illuminati, le agenzie di rating, il Fondo monetario internazionale e – chi lo sa? – forse anche l’Uefa e i mormoni dello Utah spingono per una riforma che ritardi quanto più sia possibile l’età del pensionamento.

La contraddizione (in parte apparente) è presto detta: un professore anziano costa ai conti pubblici assai più di un professore pensionato, e poiché si spera che non verrà sostituito l’operazione – sul piano contabile – è conveniente. Se invece un operaio smette di lavorare, non vivrà più con i soldi che prima riceveva dall’impresa in cambio del suo lavoro, ma con il denaro che l’Inps avrebbe dovuto accantonare e investire (e che invece sono spariti nel buco nero della previdenza di Stato).

Tutto discende dal fatto che il mondo, da tempo, è a testa in giù. La gente non ha la possibilità di gestire da sé il proprio risparmio previdenziale, costruendosi una pensione per la vecchiaia. No: la statizzazione della previdenza fa sì che siamo tutti immersi in logiche collettiviste. Si paga tanto (di sicuro) e si riceverà qualcosa (forse). Le pensioni di Stato hanno riscritto Karl Marx in questi  termini: “da ciascuno secondo le sue possibilità, e quanto più può; e a ciascuno secondo la sua capacità di strappare benefici e privilegi”.

Lo Stato, che un tempo era essenzialmente guerre e conquiste, oggi è divenuto buono. Lo Stato, oggi, è in primo luogo la Previdenza che si prende cura di noi. Possiamo anche diventare più stupidi di quanto non siamo già, possiamo anche giocare tutti i nostri soldi alle slot-machine del bara sotto casa. Che importa? Lo Stato pensa ai noi e amministra la nostra vita. Perché mai dovremmo lamentarsi?

P.S. Sempre sui giornali di oggi si può leggere che tra meno di venti mesi potranno ottenere il diritto al vitalizio pensionistico i quarantacinquenni Italo Bocchino e Alberto Giorgetti, e molti altri (magari meno noti) che sono nella loro situazione. Ma il vero problema non è tanto la Casta. Il nemico da sconfiggere è il socialismo.

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