(Not) Doing Business 2012

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E’ uscita l’edizione 2012 del rapporto “Doing Business“, nel quale la Banca mondiale censisce, attraverso dieci indicatori, l’attrattività dei diversi paesi rispetto all’iniziativa imprenditoriale. Secondo voi l’Italia sale o scende in classifica?

Con l’87mo posto in classifica (su 183), l’Italia perde quattro posizioni rispetto all’anno passato. Nel 2011 avevamo una posizione migliore in 7 dei 10 indicatori, mentre negli altri tre siamo rimasti stabili. L’arretramento peggiore, addirittura di dieci caselle, si registra nella categoria “avviare un’impresa”, principalmente a causa del miglioramento dell’ambiente normativo all’estero. Perché il messaggio che ormai da 8 anni ci arriva dalla Banca mondiale è che il resto del mondo si è posto il problema di come rendere la vita più facile alle imprese, e ha cercato di dare risposte. Noi, no, e anche quando l’abbiamo fatto, con intensità insufficiente.

Come nel passato, dunque, l’Italia non è forte su nessun terreno, ma su alcuni è particolarmente debole. Sui permessi edilizi siamo 96mi. Sugli allacciamenti alle reti energetiche, 109mi. Sul mercato del credito, 98mi. Sulla facilità a pagare le imposte, 134mi (134!). Sull’enforcement dei contratti, 158mi (su 183!!). Chi legga la scheda relativa all’Italia nel 2012, non troverà quasi alcuna differenza rispetto a quella del 2011, che era uguale a quella del 2010 che rifletteva quella dell’anno prima eccetera eccetera.

Quindi, c’è un motivo se i giornali oggi non se ne sono occupati. Non c’è la notizia. C’è, però, della sostanza che merita di essere approfondita. Ed è, in fondo, semplice: se il tema della discussione politica di oggi è il decreto sviluppo, ecco, nell’indagine della World Bank ci sono tutte le indicazioni necessarie a riempirlo. Non stiamo parlando, nella maggior parte dei casi, di interventi che abbiano un impatto sul bilancio pubblico: stiamo parlando di liberalizzazioni oppure di semplificazioni o ancora di miglioramento nella qualità e nell’efficienza della pubblica amministrazione (che, in generale, implica una riduzione dei costi, specie del costo del lavoro, o un aumento della produttività, generalmente attraverso una migliore organizzazione del lavoro).

Volendo scegliere un indicatore, quello più significativo è legato al fisco. L’aliquota totale sui profitti delle imprese è pari al 68,5 per cento: abbiamo troppe tasse (dunque troppa spesa, non troppo poca, come sostengono quelli che vorrebbero un decreto sviluppo oneroso per le finanze pubbliche). Ci vogliono 285 ore all’anno per compilare la dichiarazione dei redditi. E, per quel che riguarda la garanzia dei contratti (che poi è una misura indiretta dell’efficienza nell’amministrazione della giustizia) servono 1245 giorni per capire chi, tra i due contendenti, ha ragione e chi torto.

Ecco: da qui non si può non partire se si vuole fare qualcosa di buono per il paese. Tutto il resto sono chiacchiere fastidiose.

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