Il caos elettrico

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Nell’attesa che i decreti attuativi del decreto Romani facciano chiarezza sul futuro delle fonti rinnovabili (a partire dal funzionamento dei meccanismi di asta) il mondo elettrico è nella confusione più totale. Infatti, leggi e regole sbagliate – a partire dall’eccesso di incentivazione del fotovoltaico, vera grande madre del caos in corso – hanno aperto buchi che vengono, oggi, tappati con pezze peggiori.

Il problema è semplice: a fine 2011 saranno entrati in funzione 11 o 12 GW di potenza fotovoltaica, più l’eolico e tutto il resto. Queste fonti, che producono energia non quando lo chiede la domanda ma quando la risorsa primaria (sole o vento) lo decide, creano una serie di difficoltà nell’equilibrio della rete. La difficoltà è legata, da un lato, alla loro intermittenza: una nuvola che passa (o che se ne va), un venticello che si avvia (o cessa) possono causare l’improvvisa immissione in rete (o l’improvviso distacco dalla rete) di un carico sufficiente a destabilizzarne l’equilibrio. Questo crea una serie di difficoltà tecniche al gestore della rete, rispetto alle quali vengono proposte diverse possibili soluzioni tra cui la realizzazione di un’importante capacità di accumulo (attraverso pompaggi o batterie) per controbilanciare le variazioni della produzione rinnovabili. Terna sostiene che, in questo modo, i costi di sistema potrebbero essere contenuti. Alcuni (come GB Zorzoli) ritengono che questa sarebbe la via d’uscita migliore; altri, come me, temono invece che così il funzionamento del mercato verrebbe snaturato, perché il gestore di rete si troverebbe, nei fatti, a essere un importante (o addirittura il principale) produttore, eventualità peraltro negata dal Terzo pacchetto energia.

Sul piatto, comunque, non c’è solo il problema, tecnico, di come gestire l’intermittenza delle rinnovabili. L’ingresso di così tanta potenza rinnovabile ha avuto due effetti sgradevoli per l’industria: da un lato, poiché l’energia verde gode della priorità di dispacciamento, ha ridotto i volumi a loro disponibili; dall’altro, come spiegano Giuseppe Artizzu e Carlo Durante, dato il sistema di pricing della borsa elettrica la curva di merito si è “spostata a destra”, con una riduzione dei prezzi in borsa. Attenzione: il prezzo per i consumatori non si è ridotto, perché la contrazione del prezzo propriamente detto è stata più che controbilanciato dagli aumenti tariffari. Però, se il consumatore si è accorto di poco o nulla, il produttore non rinnovabile (complice la crisi) ha visto assottigliarsi volumi e margini.

C’è, poi, la modalità dell’incentivazione. Il decreto Romani introduce (tranne che per il fotovoltaico, che sarà finanziato da un pur generoso quarto conto energia) un sistema di aste, i cui confini non sono affatto chiari: tanto che non mancano critiche fondate (qui Tommaso Barbetti) a cui anche i sostenitori delle aste si trovano in difficoltà a rispondere, data l’incertezza sul disegno. L’incertezza è tale che se ne sentono di tutti i colori, e spero davvero che almeno alcune tra quelle che si sono sentite siano ballon d’essai, perché se fosse vero quello che ha anticipato Federico Rendina sul Sole 24 Ore, saremmo davvero al paradosso. Per Rendina, sarebbe allo studio un meccanismo per costruire incentivi inversamente proporzionali alla producibilità degli impianti: cioè, gli impianti solari dove non c’è sole ed eolici dove non c’è vento sarebbero remunerati maggiormente di quelli posti in siti migliori. Se non altro questo meccanismo avrebbe il pregio di far venire meno l’illusione che le fonti rinnovabili servano a produrre energia, anziché sussidi. Ma, se fosse vero, a perderci sarebbero soprattutto quei produttori che davvero credono nelle potenzialità delle fonti verdi, e che diverrebbero a questo punto una minoranza in via d’estinzione in un settore dominato dai rentier, i quali – apparentemente – sopravvivono a dispetto dei tagli agli incentivi e dell’incertezza di fondo che ha, per ora, ammazzato gli investimenti al di fuori del fotovoltaico.

Con un ulteriore effetto indiretto: buona parte della potenza convenzionale installata, per ragioni sia congiunturali sia strutturali, è sistematicamente sottoutilizzata. Da qui la richiesta d’introdurre un meccanismo di “capacity payment” per remunerare il mantenimento di capacità non utilizzata ai fini, si dice, di sicurezza e bilanciamento. Sul capacity payment, che nella sostanza è uno strumento alternativo alla corsa alle batterie, è scesa in campo la stessa Autorità per l’energia, che ne ha fatto l’oggetto di una delibera la scorsa estate e ne ha difeso le ragioni in questo comunicato. Personalmente sono assai scettico, perché mi pare che il capacity payment sia il primo passo su un piano inclinato che ci porterà verso un mondo nel quale metà della capacità esistente è sussidiata in quanto rinnovabile, e l’altra metà in quanto non rinnovabile. Che poi tutto ciò venga ammantato di intervento per la sicurezza del sistema nasconde una indiscutibile verità circondata da una grande ipocrisia dettata dalla convenienza in quanto, per riprendere l’interrogativo necessariamente senza rispostalanciato da Gionata Picchio molti mesi fa (ben prima della delibera e ben prima che la tensione raggiungesse i livelli attuali):

il modello scelto per il nuovo capacity payment può fare la differenza per i risultati futuri delle imprese, per alcune segnando il confine tra andare avanti e uscire dal gioco. Ma si può chiedere al sistema (ai consumatori, per essere chiari) di pagare il conto perché aziende private hanno fatto quello che fanno tutte le imprese: esporsi ad un rischio? Anche se prevedere il crollo dell’economia del 2008-2009 non era possibile, il problema resta: in un sistema liberalizzato se un investimento non si remunera è segno che non ce n’è bisogno e il mercato sfoltisce i rami secchi.

La costosa confusione in cui ci siamo ficcati – che, lo ripeto, è il frutto bacato dell’albero della politica – rischia di travolgere, tra l’altro, la riforma della borsa elettrica, che teoricamente dovrebbe far sostituire l’attuale meccanismo di system marginal price con uno di pay as bid. I segnali si moltiplicano: per esempio con l’intervento di Agostino Conte, che a nome del “tavolo della domanda” ha difeso la riforma e ha rimarcato il paradosso per cui

diamo gli incentivi più elevati al mondo per produrre energia soprattutto dove non riusciamo a consumarla e rischiamo di dover sussidiare gli impianti termici appena costruiti per evitarne la chiusura (perché “lavorano” poche ore), impianti che sono però indispensabili per tenere il sistema elettrico in sicurezza.

(Per inciso: ce ne sarebbe anche per i grandi consumatori, non esenti da forme di sussidio più o meno implicito in bolletta, che vanno dalla tariffa agevolata per Trenitalia alla cosiddetta interrompibilità, ma magari di questo ne parleremo un’altra volta). Eppure, dato lo scenario politico non sembra ci sia particolare sensibilità per il tema, peraltro bocciato dalla stessa Autorità nella più recente segnalazione. A prescindere dall’opinione che abbiamo della riforma della borsa, in ogni caso, l’aspetto rilevante è che gli elementi di mercato vengono gradualmente rimpiazzati da elementi di pianificazione.

Per questo è paradossale che, ai guasti della pianificazione, si risponda con la richiesta di più pianificazione, o programmazione che dir si voglia. Non c’è stakeholder che non canti la litania della pianificazione, che oggi va di moda rubricare sotto la categoria della mitologica “Strategia energetica nazionale”. Ora, sia chiaro: la Sen può anche essere un innocuo file pdf di nessun peso e nessuna utilità depositato sul sito del ministero, nel qual caso andrebbe bene. Oppure può essere un documento di indirizzo privo di influenza reale. Ma se davvero fosse pubblicata, e se davvero avesse elementi di cogenza, allora sarebbe una vera disgrazia perché metterebbe in discussione tutto quello di buono che si è fatto negli ultimi dieci anni. Perché una cosa, che quasi nessuno dice, va invece detta: sull’elettrico l’Italia ha fatto passi da gigante. Abbiamo il parco di generazione più efficiente d’Europa, abbiamo uno tra i mercati più competitivi e, ingerenze politiche a parte, abbiamo un regolatore rispettato e rispettabile, che ha dato prova di indipendenza e competenza nel passato e che continua a darla. Un regolatore che proprio per questo mi sento in dovere di criticare quando prende strade che ritengo discutibili (come, appunto, il capacity payment) ma che è senza dubbio un interlocutore importante del mercato. Ora, sarebbe davvero un peccato se questo edificio costruito con pazienza e fatica dovesse accartocciarsi sotto provvedimenti sbagliati partoriti all’unico scopo di correggere errori precedenti. La pianta della politica è una mala pianta: lo è sia quando si rende responsabile di invasioni di campo, come fa ormai sistematicamente, sia quando, oltre a invadere il campo, perde l’orientamento e diventa un generatore casuale d’incertezza, come sulle rinnovabili e di riflesso su tutto il resto.

Così, arriviamo dove siamo. Il combinato disposto tra sussidi alle rinnovabili e capacity payment rischia di essere insomma la pietra tombale per il mercato – o almeno per il mercato come lo conosciamo noi, per la concorrenza nel mercato. Del resto, qualche giorno fa un grande operatore elettrico mi ha detto che “il giocattolo si è rotto”. Forse è così, ma allora varrebbe la pena dirlo apertamente e prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di rinazionalizzare. Se dobbiamo avere un gosplan, che sia almeno un gosplan onesto.

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