3
Ott
2011

Fiat fuori da Confindustria, la forza non è somma di debolezze

L’uscita della Fiat da Confindustria era da tempo annunciata, ciò malgrado non era scontata. Farà molto rumore, ed è inevitabile perché stiamo parlando – malgrado i suoi problemi, che sono seri anche nel perfezionamento dell’operazione Chrysler – della più grande multinazionale manifatturiera privata del nostro Paese, con oltre cent’anni di storia e un ruolo che per lunghi decenni è stato pesantissimo in Confindustria. Farà ancor più rumore perché Marchionne ha accompagnato stamane il motivo “tecnico” – espresso nella lettera a Emma Marcegaglia – con una dichiarazione personale molto tranchant: “il nostro interesse per Confindustria-politica è zero”. Cioè con una netta presa di distanza verso il manifesto delle imprese presentato venerdì scorso, e con il concomitante appello “basta, politici!” pubblicato a pagamento sui media da Diego Della Valle. In molti, domattina scriveranno sui giornali che, come la politica è sfrangiata e dilaniata, anche le forze dell’impresa sono divise e litigiose. Cerchiamo di distinguere tre ambiti diversi, della decisione Fiat: quello di merito tecnico, quello per Confindustria, quello politico-sindacale.

Nel merito, Fiat sostiene che l’accordo interconfederale del 28 giugno su rappresentatività e operatività delle intese aziendali – sottoscritto da Confindustria con tutti i sindacati compresa la Cgil, dopo che questa confederazione si era allontanata da ogni tavolo a seguito dell’accordo di inizio 2009 con cui Confindustria e gli altri sindacati hanno aperto alla derogabilità dei contratti nazionali – era positivo, come a maggior ragione molto positivo l’articolo 8 della manovra ter di mezzo agosto. Il primo accordo ha disegnato le condizioni per siglare intese aziendali intervenendo anche sulla disciplina delle rappresentanze aziendali, nodo rimasto aperto in quanto nel Patto di Natale firmato con Ciampi nel 1993 si prevedeva che la rappresentanza fosse diritto sindacale a prescindere dall’aver sottoscritto intese aziendali, che allora non esistevano neppure. L’articolo 8 della manovra estiva ha accolto ciò che la Fiat aveva esplicitamente chiesto per sanare le intese intanto raggiunte con voto a maggioranza dei lavoratori, a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. E’ stata così disposta la validità erga omnes e la retroattività di quelle intese, mentre l’accordo interconfederale del 28 giugno riguardava solo quelle “future”.

Il combinato disposto dell’intesa e del decreto legge in teoria avrebbe dovuto far venire meno l’ipotesi già più volte ventilata dalla Fiat di uscire da Confindustria. Grazie al cammino percorso da Confindustria e sindacati nella modifica delle intese contrattuali – in piena polemica con la Cgil, e dopo che nella precedente gestione “torinese” della Confindustria sotto Montezemolo l’atteggiamento era stato invece quello di non fare un passo avanngjti senza Cgil – era stato possibile varare le intese nei tre stabilimenti Fiat. Il decreto legge li sanava definitivamente.

A quel punto è intervenuto l’accordo interconfederale del 21 settembre scorso, che a Fiat non piace. Nella lettera di Marchionne non trovate espresso un giudizio di pieno rigetto: per il semplice fatto che tecnicamente l’accordo non ribalta l’articolo 8 del decreto legge governativo, e questo a Torino lo sanno benissimo. Nella sua lettera Marchionne lamenta invece che con l’intesa settembrina “è iniziato un acceso dibattito che, con prese di posizione contraddittorie e addirittura con dichiarazioni di volontà di evitare l’applicazione degli accordi, ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’Articolo 8.” Si “rischia di snaturare” l’impianto dell’articolo 8. Per questo ”rischio” Confindustria sbatte la porta ed esce.

Sono in realtà le ultime tre righe dell’intesa settembrina a risultare sgradite a Fiat. Tre righe nelle quali si è recepita la richiesta delle confederazioni sindacali – Cgil compresa, ancora una volta come a giugno – che il criterio della rappresentanza sindacale negli stabilimenti si determini per voto, ma riguardi le sigle nazionali quando si parla di un’eventualità di intese territoriali,l alle quali l’articolo 8 governativo ha aperto. Per evitare insomma che in eventuali intese territoriali invece che aziendali siano i sindacati locali a imporre una sorta di terzo livello contrattuale, né nazionale né aziendale. Una norma più anti Sinpa della Lega che altro, e che ovviamente tutela i sindacati nazionali. Ma tutela anche la Fiom-Cgil, e per questo alla Fiat è sembrato un passo indietro. Immagino che tecnicamente a questo punto Confindustria produrrà pareri proveritate di giuristi del lavoro che attesteranno che l’intesa del 21 settembre non contrasta affatto con l’articolo 8. Fiat resterà ovviamente del suo parere.

L’effetto più probabile è che Fiat esca dal sistema-nazionale di Confindustria risparmiando sui 5 milioni di quota che dà a viale dell’Astronomia, visto che non ha più bisogno di attribuire nazionalmente la delega alle trattative sindacali del contratto nazionale. Ma che resterà invece iscritta alle Unioni industriali nella cui circoscrizione territoriale sorgono gli stabilimenti Fiat in Italia, per godere dei servizi tecnici offerti dalle Unioni stesse. Aperta resta invece la questione se si darà vita o meno a una federazione dell’Auto fuori da Federmeccanica: se imperniata solo su Fiat e indotto, potrebbe non interessare affatto alle altre aziende presenti in Italia, che per altro – purtroppo – qui da noi hanno più che altro dipendenti commerciali e amministrativi, non linee di produzione.

Veniamo al secondo profilo: quello confindustriale. Per Confindustria è comunque una brutta botta, inutile usare perifrasi. Viene pienamente disconosciuto il merito di aver rotto l’attesa vana della Cgil dei tempi di Montezemolo, aprendo alla derogabilità dei contratti nazionali prima e alle intese aziendali poi. L’accusa di aver dato troppo filo alla Cgil, a giugno e a settembre 2011 dopo due anni di polemica frontale, ignora deliberatamente che in Federmeccanica la stragrande maggioranza delle imprese associate era contraria al braccio di ferro voluto da Torino, pur essendo più che aperta all’innovazione delle regole. E trascura anche che senza la rottura di Confindustria che andava intanto avanti con Cisl e Uil e che ha messo con le spalle al muro la Fiom, era quest’ultioma in Cgil ad essere molto più forte di quanto sia ora: se n’è visto il segno a Grugliasco nella ex Bertone, quando dopo le sconfitte di Pomigliano e Mirafiori i delegati Fiom hanno dovuto cambiare prudenzialmente linea e dire sì all’intesa, pur di non rinunciare alla rappresentanza visto che erano maggioritari.

Una Confindustria senza Fiat non è più la stessa di quella che siamo abituati da sempre a considerare. Anche se oggi la Fiat pesa solo lo 0,8% dei 5 milioni e mezzo di dipendenti delle 149mila aziende iscritte a Confindustria. E dal solo primo gennaio 2011 si sono associate a via dell’Astronomia nuove imprese con più dipendenti di quelli che la Fiat farà venir meno uscendo. Ma la Fiat è comunque la Fiat. John Elkann ad aprile del 2010 accettato la carica di vicepresidente sotto la Marcegaglia, a testimonianza del fatto che a Torino si apprezzava quanto lei aveva fatto da inizio mandato. Quando all’assemblea di maggio 2011 la Marcegaglia ha infranto un vero e proprio tabù, e ha risposto a muso duro a Marchionne che aveva per la prima volta ventilato l’uscita, dicendo a testa alta di fronte al Capo dello Stato che Confindustria era di tutti gli iscritti e non Fiat-centrica, Elkann ha visto esaurire la sua facoltà di mediazione. Replicare così duramente alla Fiat non si era mai visto da parte di un presidente di Confindustria, neanche ai tempi di D’Amato che pure si era affermato battendo Torino. Così la linea falca di Marchionne è prevalsa sino all’attuale epilogo. Inevitabilmente, l’uscita di Fiat e un’eventuale ricucitura diventa un tema dominante per la scelta del successore della Marcegaglia. Bombassei, il capo della Federmeccanica che pure è sconfessato oggi da Fiat ma che al contempo ne rappresenta il candidato ideale per il post Marcegaglia in quanto membro del cda di Fiat Industrial, potrebbe avvantaggiarsene su Giorgio Squinzi, l’unico sin qui in pista dopo la rinuncia di Gianfelice Rocca, a sua volta candidato irritualmente in un’intervista mesi fa dello stesso Bombassei. Nella base confindustriale attuale Fiat non è popolare, ma tutto può cambiare ovviamente.

La cifra politica di questa vicenda è per molti versi singolare. La Fiat abbraccia in pieno la linea Sacconi, sempre critico verso le ricuciture con la Cgil. Una Fiat che diventa pilastro del governo Berlusconi in difficoltà estreme? A Marchionne, son disposto a scommetterci, frega niente di questa lettura. Dal suo punto di vista un governo vale l’altro e l’unica differenza è se accontenta Fiat. Del manifesto per la crescita voluto da Confindustria e cofirmato con cooperative, banche, assicurazioni, artigiani e commercianti, a Marchionne importa meno ancora. Cose politiche, da lasciare ai politici. Marchionne è totalmente alieno a qualunque discorso improntato al ruolo storico che Confindustria ha sempre esercitato per la rappresentanza delle cosiddette “classi dirigenti”. Ma il centrodestra invece ci inzupperà il biscotto, nella lettura “ideologica” a favore del governo in carica. Lo stesso accadrà sul versante opposto, con le critiche della Cgil. Mentre Cisl e Uil – il sindacato “riformista” come dice Sacconi – si volteranno dall’altra parte, in nome del fatto che ciò che indebolisce il fronte delle imprese comunque male non fa. E che in ogni caso l’unica cosa che conta è che l’azienda torinese conferma che investirà in Italia.

Mi son sforzato di offrire una lettura piana degli avvenimenti – e delle conseguenze – a chi non ha seguito di passo in passo le relative vicende politico-sindacali. In ogni caso, la mia impressione è che un fronte delle imprese diviso possa solo aiutare chi antepone le ragioni della politica e del sindacato a quelle della crescita e della produzione per vincere la sfida sui mercati. Per come sta azzoppata Italia, non è una notizia confortante.

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14 Responses

  1. Grande verità! Alfa Romeo, ha nel suo scudo, il Biscione e lo stemma bianco-rosso di Milano, ALFA sono le iniziali di Anonima Lombarda Fabbrica Auto. Arese, l’ultimo stabilimento Alfa Romeo è desolatamente vuoto. Di Milanese o Lombardo c’è rimasto nulla! Molti credono di acquistare una vettura costruita in Italia, invece è stata costruita all’estero, in Europa se va bene, oppure in America Nord e Sud. Tre ex stabilimenti lombardi si sono tramutati in colossali operazioni immobiliari. Il primo stabilimento Alfa Romeo, il Portello, ceduto all’Ente Fiera di Milano, l’area ex Innocenti, e l’area ex Autobianchi a Desio!

  2. Scusi Giannino se mi permetto.
    Secondo me c’è una imprecisione, magari mi sbaglio io e Fiat ha un accordo “centralizzato” tipo Telecom FS & co. mi interessa capire.

    Le aziende di solito sono associate alle territoriali che a loro volta sono associate a Confindustria. Quindi associarsi alle territoriali (e non “collaborare” come mi pare dicano di Torino) vuole dire versare soldi a Confindustria ed essere associati. Così come per la categoria.

    Anche nel caso dell’accordo centralizzato associarsi singolarmente alle territoriali quindi vorrebbe dire versare una quota parte a tutta la struttura.

    quindi non capisco la frase “Ma che resterà invece iscritta alle Unioni industriali nella cui circoscrizione territoriale sorgono gli stabilimenti Fiat in Italia, per godere dei servizi tecnici offerti dalle Unioni stesse.”

  3. Riccardo

    Con Giannino concordo spesso, ma non stavolta, soprattutto nell’interpretazione dell’art. 8 dell’accordo interconfederale del 21 settembre. Quell’articolo, se lo si legge bene, infatti, da la possibilità alla parte datoriale di concludere accordi sindacali senza l’assistenza dell’associazione di categoria, leggasi Confindustria. Ovvio che quest’ultima sia d’accordo con i sindacati a non applicarlo, perché c’e ne perderebbe pure lei. Seguendo questa interpretazione trovo gli ultimi atteggiamenti di Confindustria piuttosto contrastanti e lesivi degli interessi dei propri associati: il 21 firma e successivamente dichiara altro e pubblica un progetto per l’Italia alquanto contrastante.
    Inoltre non si comprende quale fretta ci fosse nel sottoscrivere un simile accordo, talmente chiaro da richiedere dei pareri pro vertiate ( mi permetta Giannino, ma nel quadro già complesso del diritto italiano ci mancava solo un’interpretazione autentica di un accordo, sigh!) quasi una reazione a caldo ad una disposizione legislativa poco digeribile dai firmatari.
    In conclusione, Marchionne, a mio avviso, non poteva far altrimenti.

  4. Mario

    Ma chissenefrega se dx e sx c’inzupperanno il biscotto…. Chissenefrega del piano per lo sviluppo controfirmato da Confesercenti e Confartigianato. Costoro hanno consultato la base ? Cosa vuole che importi a noi piccoli imprenditori di una Confindustria che avrebbe già coperto il vuoto aperto dall’uscita di Fiat con altre recenti iscrizioni, quando le maggiori aziende associate sono ENI, Enel, FFSS, Poste, Finmeccanica, Tirrenia, Fondazioni bancarie che controllano quelle banche che ci hanno vessato negli ultimi 20 anni, imponendoci lavori di loro pertinenza e addebitandocene i costi, inventando e addebitando costi sempre più fantasiosi per coprire la loro incapacità competitiva. E questi imprenditori ” privati” che hanno operato finora in regime di monopolio, ci propinano ora un bel piano per la crescita che prevede, guarda caso, una dura patrimoniale !! Via, Giannino, un po’ di buon gusto !
    Sic stantibus rebus, viva Marchionne (in questo caso).

  5. Mario

    P.S. E’ appena il caso di ricordare che l’abbassamento della possibilità di transazioni in contanti a 500 euro previsto dal piano per la crescita (sic) incrementerà l’impiego delle carte di credito procurando alle banche un incremento enorme delle commissioni percepite su ogni transazione. Ma si crede veramente che tutti gli italiani abbiano l’anello al naso ?

  6. paolo

    La speranza è che Marchionne riesca a fare quello che governo sindacati e confindustria non sono in grado di fare i.e. modificare radicalmente il mercato del lavoro. Via l’ormai ottocentesco art.18 per avere una flessibilità pressochè totale in entrata ed uscita. Solo così non ci saranno più i “precari” ma una nuova classe di lavoratori diversi (non peggiori) da quelli assunti a tempo indeterminato; se poi CISL e UIL si decidessero una buona volta a progettare un nuovo sistema di ammortizzatori per i lavoratori “flessibili” sarebbe una buona cosa. Cosa succederà quando magari si scoprirà che i lavoratori con il contratto “FIAT” guadagneranno tra il 15/20% in più dei “confederali”. Le classi dirigenti di questo paese non sono in grado di creare le condizioni utili e necessarie per vincere le ineludibili sfide che la globalizzazione ci sbatte in faccia. Viva Marchionne !

  7. Vincenzo

    Signor Oscar, io sono d’accordo su quasi tutto quello che scrive e dice dai microfoni di radio 24, ma adesso ho la sensazione che lei funzioni da “fumogeno liberale”. Mi spiego, si mette un giornalista “liberale certificato”, come fosse il vestito della festa, richiamandoci continuamente ai modelli dei paesi anglosassoni, ai microfoni della radio della Confindustria, organismo che affonda le sue radici e comportamenti, nell’organizzazione dei Fasci e delle Corporazioni di Bottaiana memoria, e poi ci si comporta di conseguenza nella migliore tradizione italiana: trasformismo, gattopardismo e opportunismo, scagliano stilettate nel momento giusto, al nemico di turno della suddetta corporazione. Non mi fido più. saluti

  8. marco

    FIAT e’ americana se sta o meno in Confindustria sara’ solo una scelta opportunistica che fara’ in funzione dei vantaggi che potra’ conseguire, ivi inclusa una exit strategy dalle promesse non sopportabili dai risultati commerciali che il management non riesce ancora a conseguire.
    Per Confindustria e il Sindacato resta il problema di darsi una struttura organizzativa e decisionale piu’ flessibile, in grado di operare per diversi settori e distretti su differenti livelli strategici, per continuare, entrambi, a promuovere gli interessi dei propri associati, che e’ la loro “core mission”.
    E per coloro che ritengono di essere se stessi gli esclusivi e migliori interpreti della loro core mission senza bisogno di alcun supporto esterno non resta che un sincero augurio di GOOD LUCK facendo salvo il sottinteso che quando ci si trovasse in condizione di chiedere un aiuto,…. come nella barzelletta: “con calma e…PER FAVORE.

  9. Riccardo

    @Mario

    Concordo, infatti in Confindustria molti piccoli si stanno stufando. Dove vi é stata l’unione con Api, c’é risentimento e malumore. I piccoli, ovvero la realtà economica più importante nel nostro Paese non sono tutelati, da Confindustria tantomeno. Come già detto l’accordo del 21 settembre indica una volontà conservatrice da parte di questa associazione datoriale.

  10. carlo grezio

    certa che se la scelta è tra marchionne e la marcegaglia, non c’e’ partita.
    almeno marchionne sa quello che vuole e lo persegue,
    con durezza, caparbietà e decisione.
    la marcegaglia….ha fiancheggiato fino alla fine l’incompetenza assoluta dei berlusconi, tremonti e sacconi…
    come sempre in italia uomini/donne sbagliati ai posti sbagliati nei momenti sbagliati.
    strano paese immobile.

  11. adriano

    Va bene,si esce.Ma dove si va?Dal pragmatismo industriale si pretenderebbe al di là del negativo,una proposta.Oltre l’orizzonte dei propri interessi il nulla.Tutti liberi.Senza meta.Anch’io ho dato le dimissioni dal sindacato.Non capisco perchè nessuno ne parli.

  12. licia

    Marchionne ha fatto benissimo ad uscire da confindustria,. un’associazione fatta di opportunismi di ogni sorta che fa accordi con la CGIL per immobilizzare i lavoratori e, per di più, si fa immortalare in una foto ricordo di cui ci si dovrebbe vergognare. Mi meraviglio di Lei che cerca sempre di prendere le difese della Marcegaglia, anche quando non è difendibile e che scende in campo contro il Governo Berlusconi per appoggiarsi ai pastrocchi di una sinistra non alternativa e ad un terzo polo inesistente.Marchionne si è ribellato ad un sistema chiuso, difensivo, fatto di rigidità, punto.

  13. CLAUDIO DI CROCE

    La Confindustria è una organizzazione burocratica parallela ai sindacati : si sostengono a vicenda . Marchionne un pò alla volta si allontanerà dall’Italia e fa benissimo . Da noi viene insultato da sindacalisti, politici, giornalisti,politologi, futurologi, fannulloni vari. Negli USA viene stimato da Presidente, sindacalisti, dipendenti della Crysler , ecc..
    Voi cosa fareste al suo posto ?

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