Questa sì che è bella / 1. La “privatizzazione” della CO2

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Ieri il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha annunciato: “con oggi prende avvio una grande riforma strutturale per la riduzione del debito e per la modernizzazione e la crescita del Paese”. Il teatro di un simile annuncio era un seminario sulla privatizzazione degli attivi patrimoniali pubblici. I dati presentati sono disponibili qui. Tra i possibili proventi di un grande piano di privatizzazioni – di cui IBL si era occupato già quest’estate suggerendo cosa e come privatizzare – vengono inclusi 10 miliardi di gettito dalla vendita di permessi di emissioni. Ohibò!

Primo di una serie di post.

Sono almeno tre le ragioni per cui questa stima è, come minimo, nel posto sbagliato. La prima e più ovvia è che non si tratta di una privatizzazione in nessun senso del termine: per privatizzazione si intende la cessione di un attivo patrimoniale in mani pubbliche. I permessi di emissione non sono in alcun modo un attivo patrimoniale, né, peraltro, sono in mani pubbliche. Si tratta di pezzi di carta il cui acquisto e scambio è reso necessario da scelte politiche. Inoltre, e arriviamo qui al secondo punto, i fantomatici 10 miliardi non sono la tipica entrata “one shot” derivante da una privatizzazione, che è per definizione eccezionale (cioè non si ripete nel tempo) e puntuale (cioè, almeno in principio, avviene “tutta assieme”). Si tratta di una possibile stima sul gettito cumulato ricavabile nell’arco del 2013-2020, gettito che verrà attribuito all’Italia su base, virtualmente, settimanale. Terzo e più importante, se per privatizzazione intendiamo il passaggio di beni pubblici in mani private e se l’obiettivo di questo passaggio è generare gettito da assegnare alla riduzione del debito, nel caso della CO2 abbiamo invece gettito che in parte è indisponibile e che, soprattutto, è assimilabile piuttosto a un’entrata parafiscale: è di un aumento delle imposte che stiamo parlando, non di una privatizzazione.

Mi spiego. La direttiva 29/2009 che riforma l’Emissions Trading Scheme – cioè il sistema di scambio dei permessi di emissione finalizzato alla riduzione dei gas climalteranti – introduce importanti innovazioni rispetto al precedente, e fallimentare, schema. (Nota bene: lo schema “nuovo” è destinato a un fallimento altrettanto clamoroso e maggiormente oneroso, come dimostreremo nei prossimi mesi in un paper dell’IBL).

La principale novità è che i permessi di emissione, in precedenza assegnati a titolo gratuito e poi scambiati su un mercato secondario, verranno invece ceduti a titolo oneroso tramite un processo di aste. Le aste, che avranno inizio nel 2013 (fatta salva la possibilità di una early auction nel 2012) e avranno cadenza settimanale, interesseranno dapprima il solo settore elettrico (che nel 2010 ha assorbito il 63 per cento di tutti i permessi in circolazione) e poi, gradualmente, si estenderanno a tutti i settori industriali non esposti a “carbon leakage” in misura crescente dal 20 per cento nel 2013 al 70 per cento nel 2020. Non chiedetemi la ragione di una simile complessità perché è… troppo complessa. La versione breve della risposta è: rent seeking di successo. Le aste saranno centralizzate a livello europeo (tranne che per un ristretto gruppo di paesi, tra cui la Germania, che hanno scelto di gestirle a livello nazionale) e i loro proventi saranno attribuiti agli Stati membri secondo criteri fissati nella direttiva. All’Italia, in particolare, spetterà il 9,42 per cento. Ora, la stima dei 10 miliardi è compatibile con gli scenari che abbiamo di fronte?

Stime ufficiali non ne esistono, ma qualche conto lo si può fare comunque. Lo ha fatto, per esempio, Stefano Clò sulla newsletter del Gme:

È possibile infatti stimare che al prezzo corrente della CO2, pari a 17€/ton, la vendita all’asta di oltre 1 miliardo di permessi dovrebbe comportare, solo nel 2013, entrate pubbliche a livello comunitario pari ad almeno 17 miliardi di euro.

Cioè, nell’arco del 2013 l’Italia incasserebbe, sotto queste ipotesi, circa 1,6 miliardi di euro. E’ una stima ragionevole? Fino a un certo punto. Infatti, 17 euro a tonnellata appaiono, oggi, un valore estremamente ottimistico (o, se siete dal lato di chi paga, pessimistico). Attualmente stiamo attorno agli 11 euro. Il resto è aritmetica. Guardando più avanti nel tempo, prosegue Clò,

Considerando in via cautelativa i prezzi degli scenari comunitari post-crisi (PRIMES 2009), l’asta dei permessi emissivi dovrebbe garantire in Europa nel periodo 2013-2020 un’entrata complessiva di 150-190 miliardi di euro.

Cioè, per l’Italia, nell’arco dei sette anni, 15-18 miliardi di euro, rispetto ai quali i 10 miliardi enunciati da Tremonti appaiono una stima ragionevole tenuto conto degli andamenti attuali dei prezzi. Tuttavia, come ha ricordato oggi Corrado Clini sul Sole 24 Ore, almeno la metà di questo gettito dovrà essere destinato alle fonti rinnovabili. Non sarà neppure possibile fare “contabilità creativa”, liberando risorse da altri capitoli di spesa e facendoli finanziare dal gettito delle aste, perché attualmente gran parte del finanziamento alle fonti verdi non avviene a carico delle finanze pubbliche ma a carico di consumatori o produttori elettrici (essenzialmente attraverso certificati verdi e conto energia). Dunque i 15-18 miliardi, ottimistici dato lo scenario macroeconomico, diventano 7,5-9 miliardi, nell’arco di sette anni e non prima del 2013. Nello scenario “10 miliardi” la quota disponibile scende a 5 miliardi nel 2013-2020. Escludo che i 10 miliardi si riferiscano già alla quota disponibile, perché per avere un gettito totale di 20 miliardi bisogna che almeno una delle due seguenti condizioni si verifichi: 1) crescita economica (e, dunque, delle emissioni) sostenuta e/o 2) aumento del tetto di riduzione dal 20 al 30 per cento. Entrambi sono scenari improbabili.

Inoltre, cosa accadrà nel lungo termine di queste entrate? Teoricamente, esse sono soggette a tendenze contrastanti, e molti pensano che siano destinate, fatte le somme, ad aumentare. Ma ciò equivale a certificare il fallimento del meccanismo: se l’obiettivo di tutto l’ambaradàn è tagliare strutturalmente le emissioni, allora il meccanismo dovrebbe autodistruggersi, inducendo investimenti che erodono la sua stessa base imponibile. Se crediamo che, nonostante tutto, le emissioni aumenteranno (e dunque crescerà il valore dei permessi a emettere) allora stiamo davvero prendendo in giro gli europei. Avremo un’Europa che emette di più e che è tassata di più. A meno che, naturalmente, non teniamo conto degli effetti di second’ordine: il gravame (asimettrico, perché nessun altro al mondo ha adottato sistemi analoghi) potrebbe azzoppare ulteriormente la crescita economica, determinando il prolungarsi della stagnazione europea oltre la crisi. In questo caso le emissioni scenderebbero (e con esse il gettito delle aste, povero Tremonti, e perfino quello delle altre imposte!) e gli orsi polari sarebbero salvi, seppure al costo del benessere europeo. Mission accomplished.

Soprattutto, comunque, e questo Tremonti avrebbe dovuto metterlo in evidenza, siamo su un piano qualitativamente diverso rispetto a quello delle privatizzazioni. Le privatizzazioni dovrebbero essere, nel breve termine, un gioco a somma zero tra pubblico e privato (soldi privati contro asset pubblici) e, nel lungo termine, un gioco a somma positiva (il privato fa fruttare gli asset e realizza un profitto, di cui pro quota gode lo Stato attraverso maggiori entrate fiscali e minori costi di gestione). Invece qui stiamo parlando di una entrata aggiuntiva e ripetuta nel tempo, che ha evidentemente natura parafiscale. Anche se nelle statistiche ufficiali questi proventi non verranno conteggiati tra le entrate fiscali e dunque non andranno ad aumentare il dato sulla pressione fiscale, per chi li paga (in ultima battuta il consumatore elettrico) non ci sarà molta differenza.

Per chiamare “privatizzazione” una “tassa” ci voleva proprio “il ministro europeo più colto che abbiamo“.

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