L’Europa che se la prende con gli Usa: ri di co la

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Dal prossimo numero di Panorama Economy

Anche oggi Jean Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha tuonato : “no a lezioni che ci vengono da Oltreoceano!” L’euroarea se la prende con gli americani. Perché questi sono increduli e imbufaliti, a tre anni da Lehman, che l’Europa stia regalando una nuova crisi banco-finanziaria al mondo intero. Ma l’Europa ha torto. Torto marcio. Quando a Marsiglia, al G7, un mese fa il segretario al Tesoro americano Tim Geithner si è duramente rivolto agli europei chiedendo loro se fossero impazziti, a gettarsi a capofitto in una crisi dell’euro che riaccendeva il contagio bancario mondiale post Lehman, molti in Europa hanno fatto spallucce. Quando Geithner si è presentato furibondo all’Ecofin due settimane fa, i tedeschi gli hanno risposto con grande durezza, replicando che non prendevano lezione dal Paese che 4 anni fa ha regalato con le sue banche la crisi finanziaria al mondo intero. Quando, nell’ultimo fine settimana, al Fmi di Washington, Geithner è quasi uscito dai gangheri, e ha usato nei confronti dell’irresponsabilità e delle divisioni europee parole fuori da ogni convenzione e misura diplomatica, la musica è cambiata. Perché a far eco e coro a Geithner erano tutti i Brics nessuno escluso, non dico Cina India e Brasile ma financo la Russia. E anche lo stesso Fmi di Christine Lagarde cantava la stessa canzone.

Forse è il caso di riflettere, sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti ed euroarea. Personalmente rifuggo da ogni stereotipo schimittiano tanto caro invece a moltissimi politici e intellettuali europei. “La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime”, scriveva Carl Schmitt nel suo Terra e mare. Il Mare inteso come la negazione della differenza, la Terra come variazione e difformità. La Terra divisa dai confini tracciati dall’uomo. Il Mare permanentemente instabile. Il Mare come caos. La Terra come gerarchia e ordine. Il Mare come il Capitale, la Terra come il Lavoro. Il Lavoro crea, il Capitale distrugge. Molti europei continuano a leggere la crisi finanziaria secondo tale iperconservatore criterio di lettura. Sopo le potenze del Mare, gli Stati Uniti eredi dell’Impero britannico, ad aver dato origine e sostegno – fino a imporlo in tutto il mondo – al modello d’intermediazione finanziaria ad alta leva e bassa congruità patrimoniale che è esploso, trascinando il mondo intero nella crisi. L’esasperato greed dei banchieri e finanzieri “modello americano” riproporrebbe la “classica” contrapposizione tra lo spirito comunitario prussiano e l’individualismo inglese, proposto tanto tempo fa da Oswal Spengler nel suo Tramonto dell’Occidente. Con la differenza che il presunto “superiore modello di civiltà europeo” – basato su welfare e diritti, alta spesa pubblica e alto prelievo fiscale – prende il posto della buona vecchia Prussia militarista di un tempo, usata da Spengler come emblema dell’olismo continentale rispetto allo sfacciato e anomico individualismo anglossasone. Da noi l’istinto potente a ordinamenti statali e comunitari, da loro l’istinto predone dei mari, pronto al bottino e mai all’equa distribuzione.

Sono pure fesserie, s’intende a modesta opinione di chi scrive. Almeno nel mondo d’oggi, non più in quello del Terzo Reich. Il modello d’intermediazione finanziaria “americano” è stato condiviso dalle banche francesi e tedesche, e non solo da loro. La differenza è che nel post Lehman l’Europa poteva insinuarsi nel rapporto tra Usa e Brics proponendo una riforma decisa del peg tra le due monete, ma non l’ha fatto. Come non è stata capace di battersi per un riequilibrio delle bilance dei pagamenti e commerciale, come non ha proposto che gli aiuti ai Paesi affetti da squilibrio vedessero il contributo essenziale di quelli in attivo. Non paga di non aver fatto nulla di tutto ciò, l’euroarea ha anche dimenticato che il 38% dei 16,5 trilioni di dollari impiegati dalla Fed in acquisti e prestiti a tasso zero a istituzioni bancarie di tutto il mondo è stato destinato proprio a banche europee.

Questi errori dipendono dal fatto che gli statisti europei sono divisi tra loro, dunque incapaci di una visione che li accomuni in grandi iniziative di riequilibrio sulla scena mondiale della potenza economica e finanziaria, cioè politica. Alla fine, da due anni l’Europa ha aggiunto come effetto della propria divisione anche la crisi dell’eurodebito, sfuggita di mano fino a rialimentare lo spettro del contagio bancario mondiale apparso nel settembre 2008. Non sono affatto convinto che “l’America ha sempre ragione”. E’ vero che nel selling che deprime l’euroarea – a parte questi giorni di euforia per il fondo salva-Stati da 3mila miliardi annunciato a Washington, che però non c’è! – opera un enorme deflusso di capitali americani, e che negli Usa si nega la provvista di capitali overnight a istituti europei. Ma l’Europa non ha titoli per prendersela che con se stessa.

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