26
Set
2011

Caso Penati e politiche urbane – Di Francesco Gastaldi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Francesco Gastaldi.

Del “caso Penati” e di Sesto San Giovanni si è discusso molto. Qualcuno ha parlato di una nuova “tangentopoli”, altri di contiguità tra partiti della sinistra e attività economiche  di tipo cooperativo ad essa tradizionalmente vicine,  e quindi di finanziamento illecito ai partiti.Altri ancora (come Antonio Polito sul Corriere della Sera) hanno argomentato la non esistenza di presunte e dichiarate superiorità morali di alcune forze politiche rispetto ad altre. Gli attacchi al PD sono venuti  da destra, ma anche da da sinistra, si pensi all’ex ministro Fabio Mussi che ha fatto allusioni sul fatto che i soldi del “sistema Sesto” possano aver condizionato il congresso DS del 2001 vinto da Fassino. Fin qui la politica. Ci sono però ulteriori osservazioni  da fare su cui finora nessuno si è soffermato. Riguardano le politiche, le politche urbane legate ai progetti di trasformazione dell’area “ex Falck”, e quindi alle azioni della Milano-Serravalle e al ruolo della provincia di Milano nei confronti del gruppo Gavio.

Il filone che interessa in questa sede è proprio quello dell’area ex Falck , perché c’è un aspetto poco considerato  e da cui trae origine tutta la vicenda: riguarda la natura dei piani regolatori e il ruolo del soggetto pubblico nei confronti del soggetto privato. La città di Sesto San Giovanni era definita la “Stalingrado d’Italia”, non solo per i comportamenti elettorali che assegnavano al PCI percentuali “bulgare”, ma per il fatto che la presenza operaia era nell’ordine di decine di migliaia di unità, le aree industriali occupavano  gran parte del territorio comunale. Una tale presenza di attività produttive ha assicurato per circa cento anni condizioni di benessere. Venute meno le industrie, la città ha dovuto inventarsi un nuovo ruolo e nuove prospettive di sviluppo, dovendosi però scontrare con piani regolatori vecchi e superati, concepiti per la città industriale che non c’era più. La strumentazione urbanistica inadeguata a guidare i nuovi processi, ha costituito dunque un “vulnus” rilevante, anche per le vicende giudiziarie  e i presunti episodi corruttivi che hanno riempito le cronache degli ultimi tempi. Negli atti dell’inchiesta si parla spesso di volumetrie e di strumenti urbanistici, di prezzi di acquisto, di mediatori, di prezzi, di scambi di favori in cambio di possibili plusvalori derivanti da cambiamenti di destinazioni d’uso.

Una cosa va dunque riconosciuta. Non sono rari i casi, In Italia, in cui nuove possibilità di sviluppo hanno trovato un ostacolo insormontabile nella rigidità dei piani (spesso superati); opportunità anche di tipo finanziario sono svanite di fronte all’impossibilità di realizzare le opere per vischiosità burocratiche. La verità è che il piano urbanistico, non rappresenta lo strumento adatto ad individuare nuovi scenari di tipo imprenditoriale. Il rischio più grande sta nel fatto che il piano comunale è costantemente in ritardo, rincorre continuamente l’evoluzione economica e sociale, non è in grado di prevedere scenari e quadri di futuro concretizzabili, per tutto questo non può divenire motore di opportunità economiche. Questo, soprattutto oggi, con  trasformazioni sempre più rapide, dove ci si deve confrontare con fenomeni di globalizzazione sempre più spinta e a scala sempre più vasta che hanno effetti tangibili sul locale. In un quadro in cui le risorse per lo sviluppo (imprese, capitali, persone) possono facilmente spostarsi da un luogo all’altro ed esiste una forte competizione per intercettare funzioni pregiate, un sistema di pianificazione eccessivamente rigido e vincolistico appare certamente superato.

Ma il caso di Sesto San Giovanni (se le ipotesi investigative saranno confermate) dimostra anche come la mancata elasticità (entro certi limiti) dei piani, cui si cerca in ogni modo di derogare, conferisce un potere discrezionale al soggetto pubblico che può (o meno) prendere decisioni che hanno rilevanza economica. Troppo spazio del ruolo pubblico nel campo delle trasformazioni urbane, senza quadri e una griglia (più o meno elastica) di regole certe può dunque essere uno degli elementi (certo non il solo) che alimenta episodi di malaffare. Talvolta gli interessi pubblici sono troppo blandi rispetto agli interessi privati che vengono mobilitati (questo a prescindere dalle culture politiche, dalle tradizioni civiche e amministrative), altre volte sono troppo forti rispetto ai singoli soggetti privati (specie bel quadro economico e di crisi attuale).

Dunque piani meno rigidi, e con meno previsioni di dettaglio. ma nei quali si esplicitano i criteri attraverso cui valutare l’ammissibilità delle proposte di trasformazione degli usi, possono certamente ridurre episodi di corruzione e concussione, oltre ad accelerare le trasformazioni di aree che rischiano di rimanere inutilizzate per decenni. Come è il caso, per l’appunto, della famigerata area Ex Falck.

Pubblicato su www.gazebos.it

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9 Responses

  1. Alberto

    A coloro che sono interessati al possibile (e auspicabile) rapporto tra urbanistica e liberalismo, suggerisco il libro di Stefano Moroni “La città del liberalismo attivo”, CittàStudi edizioni, 2007. Anche nell’urbanistica e nel governo del territorio dovrebbe essere introdotto il principio liberale della rule of law, con regole generali che si limitino a stabilire cosa non deve essere fatto, da sostituirsi all’attuale sistema di norme che, al contrario, mirano al raggiungimento di uno stato prestabilito. Tutto ciò, oltre a poggiarsi su un presupposto di “conoscenza assoluta” che non è nei fatti realizzabile, rende l’intero sistema vulnerabile a giochi di malaffare, dove l’attore più forte potrà ottenere i favori dell’amministrazione.

  2. lionello ruggieri

    @Francesco Gastaldi
    E’ una delle cose più insensate che abbia mai letto. Stabilire cosa si può fare o cosa non si può fare di fronte a chi non rispetta le leggi ottine lo stesso risultato: la commissione di un reato. L’unica soluzione è togliere l’interesse a delinquere. Stabilire che le aree che, per esempio, da agricole passano ad edificabili DEVONO essere cesdute al potere pubblico a prezzo di mercto o al 50% in più che poi le venderà ai costruttori allo stesso prezzo a cui le avrebbe vendute il privato. Non c’è interesse a corrompere, il comune ottiene grandi fondi per le sue attività e i cittadini possono ottenere congrue riduzioni di imposte. Un po’ quello che succede da sempre per le aree espropriate per pubblica utilità (strade, verde pubblico ecc)

  3. Giorgio

    Questo articolo proprio non ha senso.
    Il problema italiano non e’ la lentezza ma semplicemente che le decisioni sui piani regolatori sono prese senza tenere in minimo conto l’esigenza della collettivita’, ma solo l’interesse privato momentaneo.
    Provi ad immaginare le zone industriali adiacenti ai caselli autostradali e i centri commerciali vicino al centro citta’, raggiungibile da utobus urbani. Ha mai provato i collegamenti che esistono in Italia tra aeroporto e la relativa stazione ferroviaria?
    Non e’ ritardo. E’ ignoranza. Allo stato puro.
    Ma lei e’ mai stato fuori dall’Italia?

  4. Andrea Chiari

    Una classe dirigente non si crea dal nulla. Finito il liberalismo dei notabili al tempo del suffragio ristretto, i partiti di massa si sono appoggiati a strutture sociali ed economiche di cui erano in qualche modo i rappresentanti. I DC con le parrocchie, le coop bianche, i consorzi di bonifica, le camere di commercio, le casse di risparmio, il PCI le coop rosse, il maggior sindacato, l’associazionismo amico. Oggi il PDL recluta i suoi politici da Mediaset. E c’era intercambiabilità: un dirigente coop domani diventava assessore, dopodomani tornava dentro il sistema economico. I piani regolatori di molti paesi emiliani dove si scrivevano? Negli uffici delle coop edilizie. C’era qualcosa di sociologicamente “normale” in questo. C’è qualcosa di drammaticamente disastroso oggi nel proseguire su questo binario. Il caso di Sesto, pur con le sue peculiarità che l’articolo ben documenta, non è isolato. Potere e soldi si sposano a tutte le latitudini. Altra cosa da dire è che non c’è una dirigenza autonoma e autorevole: molti di questi illeciti un sindaco o un assessore non li potrebbe fare perchè, in teoria, si tratta di materia dirigenziale. Come può un sindaco accelerare o rallentare una pratica? Lo può fare solo con una dirigenza infeudata. Questo è altro argomento da approfondire.

  5. Piero

    è una tristezza totale…

    da un lato i Politici decidono sulla Cosa Pubblica non nell’Interesse Pubblico ma nell’Interesse Loro e dei Lor Amici … facciamo 3 esempi bi-partisan :

    * Piano Regolatore Territorio = Penati PD S.Giovanni+ Silvio Socialisti Milano => in teoria dovrebbero mediare tra economia/profitto ed ambiente/Socialità
    * Piano Frequenze Etere = OGGI (con le finanze in crack) Regalo delle Frequenze Digitali (Beauty Contest) dello Stato Gratis (oggi pure il FT ci prende x il c….)
    * Privatizzazioni = Abbiamo una Banca anche noi … disse il PD nell’intercettazione

    d’altro lato le Lobby Economiche si fanno fare dai Politici le Leggi a Loro Favore..
    facciamo anqche qui 3 esempi bitarzian :

    * nelle Regioni Rosse le Licenze x la Grande Distribuzione se le prende quasi-tutte la Coop
    * del Partito-Azienda di Silvio vedi sopra (nel suo caso è così esplicito che non si sa neppure se sia nato prima l’uovo o la gallina)
    * quando Depenalizzarono gran parte del Reato di Falso in Bilancio (= fondi neri x tangenti + evasione) TUTTA la Confindustria era d’accordo..

    ripeto la chiosa d’apertura…. che tristezza senza sbocco..

  6. andrea dolci

    Se i PGT fossero fatti pensando alla corretta gestione dalla cosa pubblica e non agli interessi, spesso indicibili, di costruttori e amici, certi problemi non sorgerebbero.
    Ho lavorato in Falck negli anni della chiusura e perció ho vissuto dall’interno alcune vicende che sono alla base dei fatti odierni. Il piano regolatore non era né vecchio né superato, visto che venne completamente riscritto per riqulificare l’intera area a partire dall’area dello Stab. Vulcano dove oggi c’é un megacentro commerciale. Se proprio vogliamo parlare di storture, dovremmo andare a vedere come vengono cambiate negli anni le destinazioni e le relative valorizzazioni dei terreni. Andiamo a vedere come a Segrate negli anni un’immensa area é stata espropriata per pubblica utilità per costruirci la dogana e poi, con un colpo di bacchetta magica, PDL e PD hanno deciso che su quei terreni doveva sorgere il piú grande centro commerciale d’Europa, alla faccia dei proprietari originari dei terreni. Tutto legale e tutto regolare, ma parlare di rigidità dei piani urbanistici mi sembra un argomento un po’ debole.

  7. Francesco Gastaldi

    L’articolo cercava di avviare una riflessione su: 1) Urbanistica, natura dei piani urbanistici e corruzione; 2) Rapporti fra pianificazione territoriale e sviluppo economico. Sono convinto che in questi rapporti stiano cose nevralgiche da diversi punti di vista

  8. andrea dolci

    Mi scusi ma credo che il suo discorso sia fondato se si parla di singoli terreni i cui proprietari devono poter godere pienamente dei diritti di proprietà senza essere schiavi dell’arbitrio politico.
    Ma per Sesto si parla di ben altro, ovvero del totale ridisegno di aree di territorio di dimensioni tali da impattare sul complesso della città, sulla sua economia e sulla sua vivibilità. Credo che tenere fuori la politica da certe decisoni significhi dire che la politica ed un minimo di progettialità siano inutili.

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