22
Set
2011

Di elettricità e cospirazioni

Leggendo i resoconti sulle audizioni delle imprese elettriche all’Autorità per l’energia, mi è venuta in mente una famosa citazione di Adam Smith:

Raramente la gente dello stesso mestiere si ritrova insieme, anche se per motivi di svago e di divertimento, senza che la conversazione risulti in una cospirazione contro i profani o in un qualche espediente per far alzare i prezzi.

Come si legge in un affilato commento su Quotidiano energia (qui, ma solo per abbonati)

Sul mercato elettrico, i produttori spingono per un anticipo “transitorio” del disegno di capacity payment che, tra non pochi mal di pancia di una parte del settore, è stato per ora rinviato al 2017 dall’Autorità per l’Energia.

Inoltre,

Di qui la proposta sulla possibile introduzione, anche nel gas come esiste appunto nell’elettrico, di strumenti regolatori attraverso il riconoscimento di una remunerazione specifica che possa tutelare i produttori dalle fluttuazioni del prezzo spot.

E, per non farsi mancare nulla,

intanto i grossi consumatori cercano ricette per il carogas con un sistema di rilascio di disponibilità sui gasdotti con l’estero attualmente poco utilizzati, sempre (ma non solo – QE20/9) per effetto della congiuntura.

La situazione ha, evidentemente, del paradossale, seppure ampiamente comprensibile. La recessione ha ridotto volumi e margini nella generazione elettrica, rendendo il parco esistente – frutto di un boom di investimenti nello scorso decennio – chiaramente sovradimensionato (una condizione destinata a protrarsi nel breve termine). Le cose non sarebbero state drammatiche come sono, però, se non si fossero sommati tre altri elementi: 1) per ragioni politiche e ambientali, quasi tutto il rinnovamento del parco di generazione ha visto l’ingresso di cicli combinati a gas, caratterizzati da alti costi marginali; 2) l’approvvigionamento di gas si regge perlopiù su contratti a lungo termine indicizzati a un paniere di greggi e prodotti petroliferi, che pertanto impongono costi superiori ai prezzi che si trovano sui mercati spot europei: il perdurante regime monopolistico ha impedito ai produttori elettrici (per i quali, in generale, il gas è un costo) di beneficiare della bonanza europea, sicché essi si sono trovati stretti tra volumi (e margini) calanti e costi di produzione stabili; 3) l’improvvidamente generosa politica di sussidi alle fonti rinnovabili, specie il fotovoltaico, specie nel 2010-2011, ha determinato l’ingresso di una enorme capacità produttiva (si stima che il solo fotovoltaico raggiungerà alla fine di quest’anno i 12 GW) totalmente slegata dai segnali di mercato: infatti, essa non risente del calo della domanda in quanto gode di priorità di dispacciamento sulla rete, e non risente (se non minimamente) del calo dei prezzi perché gran parte della remunerazione arriva dai sussidi. Ciliegina sulla torta, il fotovoltaico produce principalmente nelle ore centrali della giornata, quando la domanda (e i prezzi) sono massimi: in questo modo sposta verso destra la curva di offerta e riduce i prezzi di mercato abbassando i costi di generazione dell’impianto marginale che, nell’attuale system marginal price, fissa prezzi e margini. [Nota bene: per il consumatore il gioco è comunque a somma negativa, perché il risparmio da minor prezzo è più che compensato dall’extraspesa per incentivi; il gioco resta a somma negativa anche includendo il valore della CO2 non emessa, prezzata ai livelli della borsa europea dei fumi].

Risultato: gli elettrici chiedono il soccorso pubblico per mantenere aperta la capacità in eccesso, e chiedono ulteriore soccorso per tutelarsi dal gap tra il costo del gas e il suo valore di mercato. Gli energivori, a loro volta, chiedono un soccorso uguale e contrario (le gas release possono essere occasionalmente un tampone, ma sono una risposta assolutamente inadeguata al bisogno di concorrenza che c’è sul mercato gas: ne avevo parlato qui). A questo labirinto l’Autorità ha tentato di rispondere con la delibera sul capacity payment, che stabilisce (dal 2017) un meccanismo di remunerazione della capacità non utilizzata. Tracciare la linea tra il sussidio “pro bono” e la necessità effettiva di rete (segnalata anche, mesi fa, dal tentativo di Terna di dare risposta autonoma al problema investendo nei pompaggi) è esercizio di estrema complessità. L’Autorità tenta di darvi una risposta, ma si tratta – a mio avviso – di una risposta inefficiente.

Bisogna, anzitutto, cercare di distinguere, prima a livello teorico, e poi a livello pratico quale e quanta capacità è necessaria e quale e quanta non lo è. La necessità di un eccesso strutturale di capacità dipende dall’effetto dirompente della produzione rinnovabile (a proposito di conseguenze inintenzionali dei sussidi). Il sistema elettrico, per funzionare, deve sempre essere in equilibrio. Le rinnovabili – specie sole e vento – producono in modo intermittente e poco o per nulla prevedibile. Questo significa che, in ogni istante, devono esserci delle centrali convenzionali pronte a essere spente (se improvvisamente spunta il sole o il vento inizia a tirare) o accese (se accade il contrario). A questo tipo di problema Terna ha dichiarato di voler rispondere realizzando nuovi bacini di pompaggio, per accumulare l’eccesso di produzione e tappare i “buchi”. Questa proposta, al di là del merito tecnico, ha un risvolto importante sul mercato: significa che l’operatore di rete diventa produttore e scende in concorrenza con gli altri operatori? Terna risponde che non è così, sia perché il saldo netto dei pompaggi è negativo (cioè si spende più energia per pompare l’acqua nei bacini di quanta ne venga prodotta dal percorso inverso), il che farebbe di Terna un consumatore, sia perché la finalità del meccanismo è il bilanciamento della rete, e dunque fa parte dei suoi compiti istituzionali. A me questa spiegazione non pare convincente, per le ragioni che ho spiegato in un altro post, ma non è del tutto peregrina. In ogni caso, un meccanismo di capacity payment finalizzato unicamente al bilanciamento della rete è un male necessario, a prescindere dalla sua traduzione pratica.

Quello che non è necessario – che è anzi dannoso – è un meccanismo che vada al di là di questa funzione e che si proponga obiettivi di ben altro tipo, come per esempio (cito dal bizzarro comunicato con cui l’Autorità annunciava la delibera di luglio)

Tutelare i consumatori dal rischio-prezzi, assicurando un’adeguata capacità produttiva di energia elettrica, in grado di soddisfare i consumi nel tempo.

In realtà, tutelare i consumatori dal rischio prezzi è esattamente la funzione di un mercato competitivo. Il presupposto di una delibera come quella dell’Autorità è, dunque, che (a) il mercato non sappia fissare i prezzi; (b) il mercato non sappia neppure governare l’offerta; (c) il regolatore possa conoscere gli uni e l’altra. Ora, per ripetermi, capisco benissimo che il settore abbia bisogno di ossigeno e che abbia individuato nel capacity payment il pentolone d’oro alla base dell’arcobaleno. Ma è davvero nell’interesse del mercato – e nell’interesse stesso di lungo termine dei produttori – affidarsi a un meccanismo che segna inevitabilmente una regressione verso un controllo regolatorio molto più serrato?

Se l’obiettivo (reale) della delibera è davvero controllare l’offerta, nel timore che il mercato non sappia aggiustarsi ai cicli di sovra- e sotto-dimensionamento della capacità produttiva che caratterizzano questo e altri mercati commodity, siamo di fronte a quella che Hayek chiamava la “presunzione fatale“. Cosa ci fa pensare, infatti, che il regolatore “sappia” quale è la “corretta” capacità produttiva e quanto va remunerata? Il regolatore avrebbe saputo prevedere la recessione, che è il male a cui tutti tentano di rispondere? Se invece l’obiettivo (reale) della delibera è salvare imprese in difficoltà, è peggio ancora. Perché, come ha scritto Lynne Kiesling,

Regulators believe that by increasing control, by limiting the range of actions that agents can take in complex systems, they are reducing the risk of bad outcomes. But what they do not realize (or choose to ignore) is, as Evans points out here, that by imposing more top-down centralized control on their actions and interactions, they reduce the incentives of the agents to develop their own forms of individual control based on their local knowledge and their own experimentation. Thus regulation makes this complex system more rigid, more brittle, less resilient, and therefore regulation does not achieve its stated goals.

Il settore stesso ha bisogno di essere davvero aperto, cioè deregolamentato. Infatti, proprio perché il grado di liberalizzazione del mercato elettrico è ormai sufficiente (il nostro Indice lo valuta al 72 per cento), è giunto il momento di sciogliere le briglie. Il che non significa che la situazione non sia estremamente difficile, tanto per ragioni legate all’andamento generale dell’economia, quanto per ragioni politiche. Su queste si può e si deve incidere, ma occorre farlo direttamente, non per vie traverse e tortuose. Per esempio, se il governo riesce a dedicare all’energia un briciolo dell’attenzione che dedica ad altre cose, sarebbe opportuno, necessario e urgente cancellare immediatamente l’intervento scellerato sulla Robin Tax – essa sì in grado di ridurre margini, volumi, concorrenza e affidabilità del mercato tutto in un colpo solo, come peraltro ha rilevato la stessa Autorità in una comunicazione a governo e parlamento (sordi che non vogliono sentire).

Ma, appunto, i problemi non possono essere risolti creandone altri; l’oggettiva difficoltà del settore elettrico non può trovare risposta nel rifiuto delle logiche concorrenziali. Non si può pensare che, avendo buttato il bambino, tenere l’acqua sporca possa fornire sollievo o consolazione.

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3 Responses

  1. Piero

    ciao Carlo…

    dici “Risultato: gli elettrici chiedono il soccorso pubblico per mantenere aperta la capacità in eccesso, e chiedono ulteriore soccorso per tutelarsi dal gap tra il costo del gas e il suo valore di mercato”……

    forse divago un pò… ma questo mi sembra il gatto che si morde la coda..

    le imprese energetiche invece del libero mercato dei liberisti fanno lobby sugli stati (se non peggio).. e lo stesso vale x tutte le altre multinazionali (es. finanza, farmaceutica).. e lo stesso vale da sempre non solo nella statalista Europa ma pure nella Liberista America…

    ma allora… le teorie Liberiste.. nella storia Reale non sono mai state testate ?

    non vorrei che voi Liberisti mi rispondeste come i Comunisti che, quando gli faccio osservare che il Comunismo Reale è finito in Dittature e Statalismo, mi rispondono :
    quelle sono Applicazioni Reali Errate… la Teoria era Giusta 🙂

    cordialmente

    Un Liberale Anomalo

  2. Augusto Albeghi

    Concordo con quello che dice Piero nel commento precedente.
    Mercati con pochi players tendono naturalmente al cartello (per lo più), ed è meglio che siano trattati come monopoli naturali.
    Tanto, di mercati da liberalizzare, ce ne è un sacco …

  3. Pippi Calzelunghe

    Sono lieto dell’attenzione di Chiacago-blog allo spaccato semi-clandestino delle audizioni AEEG, e condivido il rischio della “presunzione fatale” nel provvedimento sul capacity payment, come per altro gia’ vissuto per diversi provvedimenti della precedente Autorita’ specie nel settore gas.
    Le lobbies fanno il loro mestiere, chiedono favori al potere. Il potere, le istituzioni, possono dare un forte indirizzo strategico e chiari obiettivi in modo che le lobbies siano forzate a ragionare su quella base, cioe’con premesse “istituzionali,” oppure lasciare campo libero alle varie richieste di interesse privato o settoriale e oggettivamente non sempre ragionevoli a un cittadino e/o a un operatore neutrale. Questo secondo e’ purtroppo il caso del settore energetico, in cui sperimentiamo ondivaghe politiche di indirizzo per non responsabilizzarsi, il famoso “ma anche”: liberista ma anche statalista, con autorita’ indipendente ma anche autorita’ ministeriale ma anche ancora (e peggio) autorita’ mista, ecc. E alla fine si seguono le lobbies e i gruppi di interesse più’ forti ovvero gli operatori dominanti (di stato, piccolo conflitto di interessi con il mercato.. 🙂 ) ma anche si cerca di non scontentare troppo gli ex-nuovi entranti, almeno quelli non-uscenti.
    Come fa il sistema energetico in queste condizioni ad essere efficiente? Non entro nel merito specifico delle varie richieste e dei provvedimenti in preparazione, sarebbe necessario un lungo approfondimento secondario al punto: come puo’ essere efficiente un sistema che ha come obiettivo tutelare gli energivori con prezzi bassi ma anche remunerare le imprese che hanno investito in modo non illuminato nei cicli combinati ma anche supportare le energie rinnovabili ma anche far cassa con la Robin (?) Tax, ma anche non penalizzare (troppo) le bollette domestiche che fanno notizia e inflazione?
    Sarebbe gradita una linea strategica istituzionale, preferibilmente lucida, competente e chiaramente comunicata con una precisa attribuzione di responsabilita’… Purtroppo non ne vedo l’offerta e non noto emergerne seriamente la domanda.. the answer is blowing in the wind

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