Fuori i profitti dall’acqua (entrano i partiti)

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Le intercettazioni di Valter Lavitola toccano anche il business dell’acqua, e mostrano che, col referendum, gli italiani si sono sparati sul piede.Sul Fatto quotidiano di oggi, Riccardo Gardel riporta alcuni dialoghi tra il faccendiere e direttore dell’Avanti e Roberto Guercio, il professore di sistemi idraulici nominato commissario straordinario per le emergenze idrogeologiche in diverse regioni italiane. I due discutono a lungo dei vantaggi e svantaggi reddituali che Guercio avrebbe essendo nominato commissario della neonata (ma non ancora insediata) agenzia di regolazione del servizio idrico. Questa è normale, anche se un po’ squallida, politica. La parte interessante viene dopo.

Copio la ricostruzione di Gardel:

Parlano a lungo di come mettere in salvo i profitti delle aziende interessate agli acquedotti italiani, che “stanno con la merda fino al collo perché le banche gli stanno chiedendo di rientrare”, come spiega Guercio al direttore dell’Avanti!. E la rete di Lavitola si mette in moto, con l’obiettivo preciso di gabbare il voto popolare…

Per il membro in pectore della neonata autority – che dovrebbe garantire e tutelare gli interessi dei cittadini su un bene essenziale per la vita – in fondo il voto di giugno non sembra essere, una volta entrato nell’agenzia, un grande problema: “Secondo me il referendum è un’opportunità”, commenta Guercio parlando con Lavitola. E spiega nei dettagli come sarà possibile per Caltagirone, il principale socio di Acea, continuare a incassare gli utili milionari della multiutility romana, bypassando il voto di giugno: “Non è detto che tu e i francesi dovete prendervi i soldi da Acea – spiega Guercio, riferendo il contenuto di un incontro con Caltagirone – dalla remunerazione del capitale, il capitale non si paga un cazzo, ma trasformiamo l’attuale concessione di gestione in una concessione di gestione e costruzione… E tu la redditività del capitale te la prendi costruendo per conto di Acea al 50% delle opere come prevede in house la normativa europea”. Se il voto ha abrogato il profitto – secondo quesito sull’acqua – stabilendo il principio della gestione pubblica, in fondo basta spostare gli utili dalla gestione al vero core business del gruppo Caltagirone, la costruzione delle infrastrutture. Questo è il piatto ricco che potrà continuare a garantire nei fatti l’interesse dei privati nell’acqua, beffando il voto del referendum.

Esattamente come abbiamo scritto negli ultimi mesi infinite volte qui su Chicago-blog, quando noi crediamo di parlare di acqua, parliamo in realtà di opere civili. La scelta reale è quella tra un sistema relativamente più trasparente e uno meno trasparente. Il principio cardine della trasparenza è la piena copertura dei costi in tariffa. La tariffa, specie se determinata da un’autorità indipendente, deve riflettere i costi efficienti per la realizzazione degli investimenti ritenuti necessari, e provvedere una adeguata remunerazione del capitale. Questo avviene necessariamente alla luce del sole, e le informazioni sono accessibili con relativa facilita.

Quali sono, allora, le falle del sistema attuale? Sono almeno tre. Una è nella natura del regolatore: un’agenzia governativa (non indipendente) con uno statuto un po’ fru-fru (i commissari durano solo tre anni, sono rinnovabili e nella sostanza sono dominati da un super-direttore generale). La seconda e la terza falla derivano dal ciclone referendario. Il primo quesito ha fatto venir meno l’obbligo (ma non la possibilità) di selezionare il gestore del servizio con procedure trasparenti. Il secondo quesito, pur avendo conseguenze dubbie in termini strettamente giuridici (IBL Briefing Paper n.102, PDF), tende a slegare il finanziamento degli investimenti dalla tariffa, e la tariffa dai costi (reali) del capitale. Non potendo remunerare adeguatamente l’attività industriale, i gestori sono incentivati a gonfiare i costi in maniera da far figurare bilanci in pareggio o in perdita, e spostare i profitti a valle: sia nel caso di intrecci aziendali, sia nel caso di prassi illecite di corruzione.

In sostanza, il tema sollevato nella conversazione di Lavitola e Guercio è esattamente che la perdita di trasparenza prodotta dal referendum rende più facile nascondere i profitti e più difficile individuare, con un appropriato disegno istituzionale, i comportamenti abusivi. Nell’assenza di obblighi di equilibrio contabile e di procedure di espulsione dei soggetti inefficienti, e in presenza di un sistema che rende la gestione del servizio non contendibile, finanziare gli investimenti diventa drammaticamente difficile – come hanno evidenziato tutti gli operatori finanziari intervenuti oggi al Festival dell’acqua. In compenso, costruire un universo parallelo dove i contribuenti pagano, con gli interessi, quello che non viene pagato dai consumatori è come vincere un terno al lotto. A repentaglio, cosi, non sono gli investimenti, ma i buoni investimenti, come hanno enfatizzato, da prospettive diverse, Piero Rubino e Lorenzo Bardelli. Anticipando i risultati del Blue Book 2011, Bardelli ha in particolare mostrato che le spa miste sono più “fedeli” dei gestori inhouse rispetto agli investimenti programmati e al loro costo. Indirettamente, Lavitola e Guercio, nella loro conversazione, illustrano perché.

Non sappiamo, ovviamente, se i due parlavano di fatti reali o di fantasie prive di fondamento: lo dirà la magistratura, ma qui non interessa. Quel che interessa è che è uno scenario verosimile. Il referendum ha cancellato uno sforzo di liberalizzazione parziale e insufficiente per sostituirlo con l’ecosistema della cricca.

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