La barbarie fiscale avanza. Vanno fermati a ogni costo

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Sono giorni confusi, questi postferragostani dopo il varo concitato della manovra bis. Giorni nei quali l’ottimo principio della disponibilità da parte di governo e maggioranza a modifiche parlamentari della manovra – ottimo perché molto c’è da correggere, a partire dal cosiddetto “contribuito di solidarietà” sul ceto medio – lascia spazio a ipotesi che talora colpiscono per la loro superficialità, azzardo, o addirittura palese improcedibilità.

La superficialità è quella in base alla quale il legislatore italiano si produce in sistematiche rotture del patto di certezza del diritto che dovrebbe essere sacro, a cominciare dalla materia che più di tutte impatta la libertà del moderno cittadino, e cioè la materia fiscale. Uno dei cardini dello Statuto del contribuente, una delle leggi vigenti più calpestate e derise dal legislatore stesso nell’intero arco della storia repubblicana, è per esempio quello dell’irretroattività delle modifiche fiscali. Invece, puntualmente, i governi invocano le superiori esigenze della cassa pubblica – cioè la loro incapacità di saperne tenere sotto controllo gli andamenti – per modiche tributarie assunte per decreto legge e che modificano il regime dell’anno in corso. Punrtualmente avvine con la manovra-bis anche per uil cosiddetto contributo di solidarietà a chi ha poco più di 40 mila euro netti di reddito l’anno: a inizio 2011 tutti coloro che si trovano in quelle condizioni hanno pensato che lo Stato tenesse fede al patto di tassare il lordo al 43%, e oggi invece apprendono dalla sera alla mattina che il loro conto si è rivelato illusorio, perché lo Stato decide dalla sera alla mattina e subito si prende il 5% in più sopra i 90mila lordi e il 10% in più sopra i 150mila.

E’ sbagliato perché genera sfiducia e incertezza, oltre a disincentivare dall’offerta di lavoro aggiuntiva tutti coloro che si trovano quest’anno al limitare di tali fasse di reddito. Ma sin qui siamo nell’ordinaria amministrazione,purtroppo, di uno Stato che sempre più in questi anni pretende per sé ciò che mai e poi mai riconosce ai suoi creditori, si tratti di creditori fiscali o di coloro che apsettano anni pr vedersi pagare le fatture dall’amministrazione pubblica.

Diverso e ancora più grave è il caso della sovrattassa di regolarizzazione sui capitali costituii all’estero e regolarizzati attraverso il cosiddetto “scudo fiscale”, varato nell’ottobre 2009 dal governo Berlusconi. Circa 104 miliardi di euro di più o meno 180 mila contribuenti rientrarono grazie a quella misura nella piena sovranità fiscale italiana per gli anni successivi alla regolarizzazione. E questa cifra – un successo – si raggiunse anche grazie a un’aliquota di sanatoria bassissima, appena il 5%, scelto apposta come l’aliquota più bassa nella forbice dal 5 al 25% delle attuali sanzioni previste per il monitoraggio sull’illecita costituzione fiscale di capitali. Altri Paesi, anche in quell’occasione, assunsero provvedimenti analoghi ma con aliquote di sanatoria ben più elevate, e raccolsero nel caso di Francia, Germania e Stati Uniti cifre nell’ordine di grandezza complessiva di poco più di un sesto, rispetto ai loro Pil, dello scudo italiano. Ma l’opposizione gridò allo scandalo allora in Parlamento, e oggi ripropone di applicare un’aliquota aggiuntiva del 15% sui capitali scudati. Anche nella maggioranza, si è letto, vi sarebbe chi non vede di cattivo occhio tale ipotesi, anche se applicando un’aliquota aggiuntiva non superiore all’1 o al 2%.

In entrambi i casi, la proposta è gravata da un fumus di illegitimità ben più grave della semplice modifica delle aliquote per l’anno fiscale in corso. L’illegittimità anzi in questo caso è incostituzionalità vera e propria, perché volutamente dimentica che nel testo varato nel 2009 venne esplicitamente escluso che i capitali regolarizzati fossero soggetti al pagamento di ulteriori gettiti, interessi e sanzioni come avviene regolarmente in caso di accertamento da parte del fisco, al pagamento delle imposte evase, per un totale facilmente superiore al 50% del capitale. Nelloscudo fiscale 2009 a questo fine venne prevista la forma anonima delle dichiarazioni di emersione, “coperte per legge da un elevato grado di segretezza”, e “che non possono perciò essere utilizzate a sfavore del contribuente in sede amministrativa né giudiziaria”, come venne confermato dalle circolari interpretative dell’Agenzia delle Entrate. La noma aggiungeva che il regime di riservatezza si applica anche ai redditi di capitale derivanti dal denaro e dalle attività finanziarie rimpatriate, realizzate anche successivamente al perfezionamento dell’operazione di emersione.

Si potrà pensare quel che si vuole della bassa aliquota applicata nel 2009, non discuto. Ma proporre oggi di violare ciò che la legge stabilì allora non è solo incostituzionale, sarebbe solo un nuovo colossale regalo innanzitutto alla Svizzera, e a tutti i Paesi verso i quali la politica italiana che alza solo le tasse ha fatto in questi due anni immediatamente riprendere il flusso di capitali italiani che cercano riparo dall’esosità di governi mangiatasse.

Oltretutto, è una proposta impraticabile. Le regolarizzazioni avvennero tramite dichiarazioni depositate e curate da società fiduciarie, e qualunque disciplina impositiva che oggi vedesse lo Stato imporre a mano armata alle fiduciarie di svelare la nominatività di chi reimpatriò capitali significa semplicemente abbattere nella polvere ogni credibilità pubblica italiana verso l’intera industria internazionale del risparmio. Che facciamo, pensiamo di scatenare migliaia di finanzieri per controllare che cosa ciascuno di quei 180mila contribuenti ha fatto dopo del suo denaro, per colpire magari in un modo chi l’ha tenuto solo sui conti e in un altro chi ne ha fatto impieghi mobiliari e immobiliari? Ma andiamo, per favore. Capisco la demagogia facile della lotta agli evasori. Ma da chi legifera, sia della maggioranza o dell’opposizione, un minimo almeno di abc del mestiere dovrebbe essere doveroso!

C’è anche una terza ipotesi, che resta nel puro azzardo. Quella di cui ha parlato Bossi, il Tfr rimesso subito ai lavoratori in busta paga, per accrescerne la liquidità annua tra il 6 e il 7%. Ci si dimentica forse che nelle aziende superiori ai 50 dipendenti il Tfr che i lavoratori hanno scelto di non impiegare per previdenza integrativa è stato coattivamente levato dalla custodia delle imprese per essere coattivamente trasferito all’Inps, per un ammontare di circa 4-5 miliardi dei 13 annui di Tfr maturato dai lavoratori dipendenti? Bisognerebbe a quel punto introdurre una nuova tassa o alzare i contributi, per sanare il buco che si creerebbe all’Inps? Oppure si pensa solo di levarlo alle piccole imprese, costringendole così a un ennesimo impoverimento, e a rivolgersi a tassi ancora più alti al sistema bancario vista la loro bassa liquidità e patrimonializzazione?

Mi fermo qui. L’appello finale è uno solo. Che la politica sia seria. Impari a giocare meno col denaro di contribuenti e lavoratori, e a essere molto ma molto più severa nell’uso del denaro pubblico.

 

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