16
Ago
2011

Energia. Se si muove, tassala

Se il settore dell’energia è davvero così “strategico”, perché continuano a tassarlo a morte?

L’articolo 7 della manovra correttiva introduce un’addizionale di quattro punti percentuali all’addizionale di un punto percentuale all’addizionale di 5,5 punti percentuali sull’aliquota Ires per il settore energetico. In pratica, a parità di utili prima delle tasse, un’azienda energetica dovrà pagare un’aliquota Ires del 38 per cento anziché del 27,5 per cento, come tutte le altre. Non solo: pure la platea delle imprese interessate si è allargata, in quanto il fatturato oltre il quale si applica l’addizionale “super” scende da 25 a 10 milioni di euro, con un reddito imponibile di appena 1 milione di euro. La base imponibile si estende pure per il tipo di aziende colpite dalla misura, che passa da:

a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi;

b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale;

c) produzione o commercializzazione di energia elettrica.

a:

a) ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi;

b) raffinazione petrolio, produzione o commercializzazione di benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale;

c) produzione, trasmissione e dispacciamento, distribuzione o commercializzazione dell’energia elettrica;

c-bis) trasporto o distribuzione del gas naturale.

In più, viene meno l’esclusione dall’ambito di applicazione del provvedimento delle società che producono energia rinnovabile.

Per riassumere, l’aliquota viene aumentata (quasi raddoppiata rispetto all’importo originario) e viene allargato il bersaglio, fino a includere le fonti verdi e le reti. La sola Snam Rete Gas stima oneri addizionali per 150 milioni di euro.

Ci sono varie ragioni per cui si tratta di un intervento assolutamente assurdo. In linea di principio, valgono per questo aumento gli argomenti che, assieme a Piercamillo Falasca, avevamo svolto all’introduzione della prima Robin Tax. Vale la pena ricordare che, inizialmente, l’imposta venne creata per colpire i presunti extraprofitti di compagnie che avevano ingiustamente goduto dell’aumento dei prezzi petroliferi, e allo scopo di finanziare la “social card”. Apparentemente, il governo è passato con disinvoltura attraverso lo specchio: non solo ignorando del tutto il palese fallimento della social card, ma anche e soprattutto perché, nel frattempo, i presunti extraprofitti sono diventati prima profitti normali, poi profittini, e spesso perdite. A titolo di esempio, basta citare la crisi del settore della raffinazione, il crollo della domanda elettrica, il (giusto) taglio degli incentivi alle rinnovabili.

Al di là di tutto questo, comunque, resta incomprensibile come un governo e un ministro che hanno passato gli ultimi mesi a lamentarsi (giustamente) del peso e dell’effetto distorsivo delle mille eccezioni fiscali, si rendano protagonisti di un clamoroso esempio di politica fiscale punitiva. Punitiva perché del tutto priva di senso: se davvero esistono extraprofitti, sta all’Antitrust individuarli e rimuoverli, certo non per via fiscale. Punitiva perché priva di logica: adottare il criterio del fatturato per individuare le aziende da colpire significa non distinguere tra i soggetti per i quali l’aumento dei prezzi petroliferi (fonte dei presunti extraprofitti) è fonte di reddito, e quelle per cui esso è un mero costo. Punitiva perché priva di prospettiva: tassare a morte il settore dell’energia significa deprimere gli investimenti, e allora non venite più a raccontarci che questo è un settore strategico bisognoso di un occhio di riguardo (occhio di riguardo che sarebbe meglio guardasse altrove, come illustrano, tra le altre, le opposte telenovele su Edison e su Snam Rete Gas). Punitiva perché include pure la beffa del “divieto di trasferimento” dell’imposta sui consumatori finali. Tale divieto non solo è di fatto impossibile da attuare, ma è anche sbagliato, visto che (stante la premessa che siamo in regime di concorrenza) la libertà delle politiche di prezzo non può e non deve essere messa in discussione. Punitiva perché discriminatoria: per quale ragione al mondo l’investimento in una cosa che si chiama energia deve essere trattato diversamente (cioè più duramente) dell’investimento in qualunque altro settore? Risposta: perché è più facile prendere i soldi qui che altrove. Punitiva, infine, perché rappresenta l’ennesimo schiaffo alla certezza del diritto in un paese che ha bisogno di crescere, che per crescere ha bisogno di investimenti, e che per attrarre investimenti non può cambiare le norme, peraltro sistematicamente in senso peggiorativo, a ogni stormir di foglie. Guido Ghisolfi vi spiega perché.

L’incremento della Robin Tax è uno dei provvedimenti più odiosi di questa manovra correttiva, perché è uno tra quelli che riescono a combinare nel modo più nocivo tutti gli ingredienti che stanno alla base della bassa crescita italiana: la discrezionalità e volubilità delle norme, il volto aggressivo e rapace del fisco, la cecità di fronte agli effetti dinamici dei provvedimenti, la miopia rispetto ai bisogni del paese, la patente incoerenza coi fini dichiarati di altre politiche, e un generale campanello di allarme sulla capacità italiana di non mettere le mani in qualunque tasca sia sufficientemente ampia (non importa se sufficientemente piena).

Chi ha scritto questa rappresenta la parte peggiore dell’Italia.

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10 Responses

  1. Giuseppe D'Andrea

    Va tutto nel verso giusto;

    Il fallimento dell’economia italiana, il rallentamento di quella tedesca ed il mayday francese, porterà agli eurobond ed a 3-4 anni di tregua. Prima della botta finale.

    Mi sento cataclismatico oggi.

  2. Franco Baldussi

    Caro Stagnaro, sono assolutamente d’accordo. Aggiungo che, per quel che può valere la mia opinione, Tremonti sa benissimo tutto questo. Temo faccia parte, e non verrà mai disprezzato abbastanza per questo, di una guerra che sta combattendo insieme a Bossi (curiose e significative in tal senso, oltre che manifestamente infondate, le sue dichiarazioni sulle pensioni) per arrivare al puro e semplice potere. Peccato lo stia facendo sulla pelle del Paese e degli italiani. E peccato, sopratutto, che soggiacendo alle imposizioni di Tremonti e di Bossi Berlusconi stia dimostrando di non essere uno statista.

  3. filo

    Completamente daccordo.
    Mi permetto di far notoare che al tempo stesso non vengono toccati i privilegi della chiesa riguardo alla tassazione, cioè si preferisce deprimere un settore che molte volte viene strombazzato come strategico (energia, fonti rinnovabili etc), e si lasciano invariati dei privilegi (turismo, affitti, ristorazione etc).

  4. I rapporti dell’ ISTAT e nella relazione della Banca d’Italia 2010 sono riportati i dati sul “boom” delle importazioni italiane di pannelli fotovoltaici (FV), fenomeno unicamente provocato dalla folle politica di incentivazione delle energie rinnovabili varata dal governo. L’import di pannelli FV che sino a 2006 non superavano i 300 milioni di euro, è salito a 2 miliardi nel 2009 per arrivare all’incredibile cifra di 8,3 miliardi nel 2010. L’Italia non è praticamente presente nel campo del FV, eccellendo invece, il Made in Italy, con brevetti sul solare termodinamico e i combustori ad idrogeno. I pannelli FV sono stati praticamente tutti importati: nel 2010, 3,5 miliardi dalla Cina, 1,9 miliardi dalla Germania, 577 milioni dalla Spagna, 380 dall’Olanda, 274 da Taiwan.
    Per i costruttori stranieri di pannelli FV l’Italia è diventata l'”America”.
    La dinamica della bilancia commerciale italiana è stata del tutto stravolta da questo boom di importazioni che nei 12 mesi da aprile 2010 a marzo 2011 è arrivato a 10 miliardi di euro (una manovra finanziaria).
    Il che vuol dire inoltre che il reparto manifatturiero italiano, a parte il settore FV, un calo del 22% rispetto al 2007 e non del 43 %. Senza la green economy il distacco tra la bilancia dei pagamenti italiani e quella tedesca non sarebbe quindi così abissale. Il boom del fotovoltaico inoltre non ha certo ridotto la bolletta energetica che l’Italia ogni anno paga. Attulmente gli 8 Gw di potenza FV installata in Italia producono 1/6 della potenza installata, e questo solo nel periodo di buon irraggiamento (primavera estate), poco più di una centrale nucleare da 1000 MW. Infatti secondo l’Unione petrolifera nel 2011 la bolletta petrolifera e del gas segnerà un nuovo record storico. La bolletta energetica italiana, quella cioè che il Paese paga per far fronte al proprio fabbisogno di luce e gas supererà i 63 miliardi di euro – contro i 53,9 miliardi del 2010 – mentre la sola bolletta petrolifera salirà da 28,5 miliardi a circa 36 miliardi di euro, un massimo assoluto. In conclusione una semplice domanda a tutti gli economisti ed esperti che non fanno che ripetere che per risolvere i problemi di bilancio e finanziari l’Italia ha bisogno di crescità economica. Sarà possibile per un paese industriale come il nostro conseguire con successo una politica di sviluppo economico rinunciando al nucleare e pagando la corrente elettrica 1/3 in più dei concorrenti europei ?

  5. Marco Meinardi

    Punto di vista condivisibile, però non dimentichiamoci che fra queste aziende ci sono anche quelle che hanno preso in giro gli italiani con il prezzo dei carburanti. Quando il prezzo del petrolio stava salendo alle stelle, il prezzo del carburante era salito contestualmente del 40% ed oggi, che il petrolio è la metà dei massimi raggiunti qualche anno fa, i carburanti sono comunque aumentati del 4% (come commentato da Sebastiano Barisoni di Radio24 qualche giorno fa).

    Motivo di questa dinamica?
    a) speculazione
    b) aumento delle accise
    c) le diminuzioni di prezzi sarebbero interpretate come recessive perché già assorbite dall’economia

    Se la risposta è a) allora la Robin Hood Tax mi sembra più che giusta. Sulla b) non credo che si arrivi a percentuali così alte e sulla c) non sono un economista,ma mi piacerebbe capire se ci potrebbe essere un fondo di verità.

  6. gaetano criscenti

    sarebbe bastato fare piazza pulita di tutte le incentivazioni anomale – vedi cip6 – presenti nelle bollette energetiche degli italiani, per generare flussi di denaro importanti. sarebbe bastato azzerare la giungla previdenziale – vedi anomalie come quelle della gestioni BRACCIANTI ex scau ora INPS – ; sarebbe bastato spostare i contributi in conto capitale alle aziende che godono di tali incentivi, con la possibilità di farli diventare crediti d’imposta da scaricare nei successivi 5 anni; sarebbe bastato convogliare piccole risorse così ottenute in un programma moderno di aiuti alle imprese tramite l’accesso al credito utilizzando la leva finanziaria dei consorzi fidi; sarebbe bastato stoppare tutti i progetti di infrastrutture “project financing ” in compartecipazione a progetti con partecipazione 100% privata.
    sarebbe bastato…….
    solo un po’ di buona volontà, solo quella.

  7. Gianni

    Poveri petrolieri! Non venderanno più un litro di benza! Ma quella tassa la paga il serbatoio che fa il pieno, chettecredi!

    Ragazzi: chi usa i servizi li paga, il comune che fa debiti chieda i soldi ai suoi residenti, l’ospedale che fa debiti li faccia pagare agli utenti, le regioni in passivo chiedano soldi ai residenti, l’azienda comunale dei pulmann deve far pagare il biglietto, e via dicendo……la festa, da quando ci è stato imposto il cambio LIRA-EURO e da quando la Cina può vendere dove vuole, è FINITA.

    Troppo comodo spendere e poi sperare che paghi Pantalone, il nord, i tedeschi, l’eurobond, Merkel, Sarcozy e compagnia cantante. Chi spende DEVE pagare, altrimenti non spenda. E attenzione: NIENTE è dato GRATIS, quello che non si paga subito, si paga TRE VOLTE, perchè poi c’è di mezzo un funzionario che ci campa pure, ed un ente pubblico che ci mangia sopra.

    Chi ha la rogna (per averla cercata per cinquant’anni) se la deve grattare.

    Salutoni!

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