Tirannia fiscale n. 5: l’insolenza di un ingiurioso spot di Stato

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In questo blog abbiamo spesso modo di riflettere sugli effetti negativi di un regime fiscale sfacciatamente oppressivo insediatosi, passo dopo passo, sotto la copertura di norme e sentenze che apoditticamente vedono in ogni soggetto d’imposta un sicuro evasore, a meno di contraria dimostrazione da parte del contribuente, fatta comunque salva l’odiosa ed iniqua disposizione del solve et repete che a breve entrerà in vigore. Nella lotta all’evasione, lo Stato ricorre anche all’arma del ricatto psicologico. Da qualche giorno, infatti, la RAI ospita gli spot dell’Agenzia delle entrate, del Ministero dell’economia e del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, i quali tendono a identificare indistintamente come parassiti gli evasori, accostandoli a poco attraenti specie di vari invertebrati. Sorprende negativamente la circostanza che l’oligarchia di burocrati, politici e governanti i quali proprio attraverso la tassazione vivono a carico dei contribuenti, con un incredibile capovolgimento di posizioni abbia l’insolenza di dare del parassita a chi passa loro gli alimenti. Lo Stato, infatti, non è un ente astratto ed incorporeo, ma è un elefantiaco complesso di persone e strutture il quale, tramite il prelievo fiscale, rappresenta, a rigore, il parassita per eccellenza della società.
Quando lo spot denuncia indistintamente l’evasore come un sicuro parassita sociale, ne è chiara la finalità coercitiva sulla coscienza del contribuente, qualora questi non si disponga a sottoporsi docilmente a qualunque peso fiscale.
Questa condanna preventiva ed assoluta è figlia di una concezione dispotica del potere statale, ovverosia di quell’oligarchia politico-burocratica, per almeno due motivi.
La prima ragione è data dalla manifesta intenzione di legare la rispettabilità del contribuente non alla sua effettiva capacità contributiva, come vuole la Costituzione, ma all’interesse dello Stato vorace. Il bastone dell’intimidazione (l’evasore è un parassita! Una tenia! Una specie di verme!), combinato con la carota che esalta le virtù del bravo cittadino (chi paga è uomo dabbene!) sono da sempre le caratteristiche del satrapo. I parametri dell’equo e dell’iniquo non rispondono alle ragioni di una plausibile solidarietà economica, ma si piegano alle convenienze di quanti compongono lo Stato, rendendo così ancor più intollerabile la natura parassitaria di quest’ultimo.

Il secondo motivo riguarda la natura dell’autorità dello Stato. Come noto, lo Stato si distingue da ogni altro potere in quanto detentore del monopolio dell’uso della forza.
Solo lo Stato, o meglio i governanti che lo incarnano, possono sentirsi legittimati a oltrepassare irresponsabilmente e ad insindacabile giudizio la soglia della sopportabilità fiscale imposta al cittadino e alle imprese ai quali, conseguentemente, non rimane che la obliqua via di uscita della elusione o evasione, oppure l’emigrazione verso lidi più civili e vivibili. Anziché domandarsi doverosamente se per caso l’evasione non sia legata alla intollerabilità della pressione esercitata sul contribuente e alla non adeguata qualità dei servizi resigli in contropartita, l’oligarchia di Stato è libera di fare un cattivo uso dei tributi incassati, non badando alla qualità e produttività del loro reinvestimento, incrementando politiche di spesa dissennate che dilatano a dismisura il deficit statale, magari solo al fine di conservare i propri privilegi o attrarre il consenso delle tante categorie di maggiordomi pronti a indossare la livrea del casato più munifico.
È un’oligarchia di Stato dissociata dalla comunità rappresentata quell’oligarchia che, in ore così difficili e incerte per il benessere dei cittadini, osa offenderli considerandoli alla stregua di parassiti, quando essi, pressati dalla legge di sopravvivenza, cercano una via di uscita che li sottragga agli artigli di un fisco sempre più vorace e perseguono quella che Thoreau chiama “via dell’obiezione di coscienza fiscale”.
In questi giorni drammatici per il nostro paese, gli spot in onda sono contrari a qualsiasi senso del pudore, e non suoni quindi polemicamente ritorsiva l’affermazione – ora più che mai ponderata – che il parassita è lo Stato scialatore, prima ancora che l’indistinto evasore fiscale.
Provi lo Stato piuttosto a mettere finalmente mano alla riforma fiscale reiteratamente e stucchevolmente promessa da tempo. Si accorgerà che ne guadagnerebbero tutti: lo Stato, il cittadino, l’impresa, la società. E provi, nello stesso tempo, a reintrodurre nelle sue scelte la fondamentale regola della qualità dei corrispondenti servizi da garantire al cittadino.

Fino a quando questo non avverrà, sembra che lo Stato, parafrasando un detto popolare, voglia gareggiare con il toro che dà del cornuto all’asino mite ed operoso che, sfinito dal peso della soma messogli in groppa da uno stolto padrone, cerca tornanti percorribili per proseguire la sua strada in salita.

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