L’equivoco del risanamento del bilancio

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Alcune riflessioni sulla scia della conferenza stampa di poche ore fa del Presidente del Consiglio e del Ministro Tremonti:

  1. Mi pare vi sia un equivoco di fondo su quale debba essere l’oggetto del processo di risanamento: per Tremonti e il governo è il bilancio pubblico. I contenuti della manovra del 2010 da 25 miliardi, di quella di quest’anno da 48 miliardi e la decisione di anticiparne gli effetti per raggiungere il pareggio con un anno di anticipo lo dimostrano con  chiarezza. Si tratta di un approccio sbagliato: non bisogna risanare il bilancio bensì risanare il settore pubblico, del quale il bilancio si limita a rappresentare i flussi finanziari. Risanare il settore pubblico richiede di modificarne profondamente perimetro, struttura, funzioni e modalità di funzionamento. Se lo si fa si ottiene come corollario anche il risanamento del bilancio. E’ invece possibile ‘risanare’ solo il bilancio senza mettere mano al settore pubblico: è la prospettiva più probabile, dopo aver sentito la conferenza stampa, ed essa non è ovviamente in grado di portare a un risanamento vero e durevole. E’ anche la prospettiva più costosa per le tasche del contribuente.
  2. Risanare (solo) il bilancio pubblico è facilissimo: basta trovare qualcuno che paghi e obbligarlo. Il peso dello stato che grava sul sistema economico è in crescita da almeno mezzo secolo (salvo un arresto momentaneo negli anni ’90) e da almeno trenta anni i governi aumentano regolarmente la pressione fiscale sostenendo che serve per risanare il bilancio (salvo poi usarla per continuare ad aumentare la spesa pubblica). Il risultato è che il bilancio non lo hanno mai risanato e a riformare il settore pubblico non ci hanno neppure provato. L’eredità che hanno lasciato è solo la pressione fiscale più alta della galassia, che sta al sistema economico come i sarcofaghi alle mummie egizie, persino maggiore (se calcolata in rapporto al Pil emerso) rispetto a tutti i paesi scandinavi e in cambio della quale possiamo disporre di servizi pubblici la cui qualità oscilla tra il passabile e l’impresentabile.
  3. Il senso della conferenza stampa appena ascoltata è che, siccome dobbiamo risanare il bilancio e conseguire il pareggio al più presto perchè ce lo chiedono l’Europa e i mercati finanziari, dobbiamo aspettarci di dover pagare ancora di più per ottenere ancora di meno. In sintesi spendere come per un’auto sportiva per avere una Trabant o pagare come ad un ristorante di lusso lo scarso pasto al fast food. Di ‘efficientamento’ del settore pubblico non si è sentito parlare (brutta parola che  identifica tuttavia con chiarezza i processi per ottenere di più e meglio spendendo di meno).
  4. A quanto ammonta lo spreco pubblico cumulato? (I soldi che si potrebbero risparmiare in un anno producendo tutti gli attuali servizi pubblici con costi efficienti). Si può fare una stima approssimativa per individuare un ordine di grandezza: in diverse analisi condotte una decina d’anni fa sui costi di servizi pubblici di mercato quali poste, trasporto pubblico locale e ferrovie scoprimmo una sorta di ‘regola aurea’ dell’inefficienza: i costi necessari risultavano pari a circa due terzi dei costi effettivi. Questo implica che se poniamo uguali a 100 i costi necessari con gestioni efficienti, l’eccesso di costo dovuto a sprechi ammontava mediamente ad altri 50. Alcuni esempi settoriali: i) nel 1998 un treno medio costava per km di percorso 48 mila lire in Italia, 34 mila nella media UE, 25 mila circa in Gran Bretagna e Svezia, 22 in Finlandia e 18 in Danimarca; ii) anche in anni più recenti (2008) il costo di un bus pubblico che percorre un km è esattamente il doppio in Italia rispetto alla liberalizzata Gran Bretagna (se invece estendiamo il raffronto ad un più ampio numero di paesi ritorniamo con facilità alla legge dei due terzi).
  5. Se i costi inefficienti ed evitabili nella produzione pubblica di servizi pubblici per il mercato sono circa un terzo dei costi effettivi possiamo ragionevolmente supporre che quelli relativi alla produzione di servizi pubblici non per il mercato siano anch’essi almeno un terzo dei costi effettivi. Poichè il costo del produrre tutti i servizi pubblici non di mercato è circa il 21% del Pil, possiamo stimare l’inefficienza pubblica cumulata esattamente pari al 7%  del Pil. E’ il doppio del deficit pubblico atteso post manovra Tremonti del 2010. Questo implica che con la sola messa in efficienza dello Stato ‘produttore’ si potrebbe portare il bilancio in pareggio e ridurre di almeno tre punti di Pil la pressione fiscale, ridando in tal modo ossigeno alla crescita economica.
  6. Questo è uno solo degli strumenti possibili, gli altri si chiamano: i) privatizzazione delle imprese pubbliche, nazionali e locali, e degli immobili pubblici; ii) riforma delle pensioni; iii) smettere di sovvenzionare imprese (inefficienti, dato che quelle efficienti non hanno bisogno di sovvenzioni);  iv) costruire opere pubbliche utili anzichè grandi opere; v) liberalizzare effettivamente l’uso delle reti esistenti  per accrescerne utilizzo e produttività. Se si usassero contemporaneamente tutti questi strumenti non sarebbe assolutamente necessario aumentare la pressione fiscale, anzi essa potrebbe diminuire significativamente (permettendo in tal modo di far pagare meno tasse a tutti anzichè tutte le tasse solo a qualcuno).

 

Una considerazione finale: sono ovviamente d’accordo sulla regola costituzionale del pareggio di bilancio ed era meglio che venisse introdotta prima, almeno in contemporanea alla manovra di inizio luglio. Resta tuttavia l’interrogativo del perchè il pareggio di bilancio non sia stato perseguito all’inizio del decennio 2000 quando era molto più facilmente alla portata, come mostra il grafico precedente, e non vi erano recessioni economiche che lo sconsigliassero. Pur essendo un obiettivo facile  Tremonti allora se ne distanziò mentre lo ricerca ora, in coda alla più grave crisi economica dagli anni ‘30 del secolo scorso, e lo fa senza mettere in campo nessuna delle riforme (liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma della regolazione, riduzione dell’intervento pubblico nel sistema economico) che già sono state utilizzate efficacemente in passato per conseguire scopi analoghi.  Una ben diversa manovra, intesa non come insieme di tagli più o meno indistinti e tasse ulteriori bensì come pacchetto di sostanziali riforme sarebbe invece necessaria per risanare effettivamente il settore pubblico anzichè il solo suo bilancio.

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