Un giorno da imbelli

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Nuovo crollo della Borsa italiana ieri, con un meno 5 e più per cento aggravato da un esito da film del terrore per il quale la fine delle contrattazioni è avvenuta “al buio”, per un cedimento delle piattaforme di scambio. Nel frattempo, tutte le Borse europee cedevano punti su punti e anche quella americana inanellava in serata prima della chiusura un quasi meno 3%. Il day after del discorso a Montecitorio di Silvio Berlusconi e dell’incontro con le 18 parti del mondo dell’impresa, del sindacato e del sistema bancario non poteva essere più clamorosamente simile a una bocciatura a tutti gli effetti.

Cerchiamo di dare risposte semplici a quattro interrogativi, che non lo sono affatto. Che cosa sta avvenendo nelle Borse mondiali? Perché l’Italia è in prima fila nei ribassi? Bisogna alzare le spalle ai mercati oppure reagire con misure straordinarie? Che cosa può aggiungere il nuovo metodo varato ieri, il tavolo aperto con le parti sociali?

La prima risposta è in realtà la più terribile. Nel giudizio dei mercati sta venendo al pettine l’enorme problema che accomuna le due rive dell’Atlantico, Stati Uniti ed Europa. Questo problema si chiama: eccesso di spesa e debito pubblico. In Europa e nell’euroarea, per volontà dei tedeschi questo problema grava soprattutto sui Paesi per ragioni diverse eurodeboli, chi perché ha mentito sul deficit come la Grecia, chi perché ha bolle immobiliari e bancarie come Spagna e Irlanda, chi perché ha sì tenuto deficit bassi in questi anni ma ha un elevato debito pubblico come l’Italia. Negli Stati Uniti, di fronte alla crisi Obama ha creduto bene di reagire con un’enorme espansione di spesa e debito pubblico per gli anni a venire, senza per questo riuscire a impedire che la disoccupazione sia al 10%, e nell’ultimo mese di giugno i prezzi al ribasso e i redditi disponibili in aumento zero: il che significa di nuovo recessione in arrivo. Per avere un’idea dell’allarme generale, in America la Borsa nelle dieci ultime sedute ha realizzato cali che come paragone recente hanno solo l’ottobre 2008, subito dopo il crac di Lehman Brothers.

Ma è sull’Europa, che i mercati picchiano duro perché non credono affatto che questo eccesso di spesa e debito pubblico sia sostenibile. Perché l’Europa ha su questo punto una crisi aperta da venti mesi. E’ inutile sprecare parole contro i presunti avvoltoi dei mercati e contro la speculazione. Quando è in corso un riaggiustamento così poderoso e mondiale bisogna che le classi dirigenti abbiano intelligenza e comprensione del perché l’Italia sia finita in prima linea, nel gioco al ribasso e alla vendita dei titoli, pubblici e bancari come dell’intero listino. Abbiamo un debito pubblico elevatissimo, cresciamo troppo poco con bassa produttività, ci siamo giocati stupidamente in 10 anni 7 punti di Pil di minori interessi sul debito pubblico, grazie ai bassi tassi dell’euro, facendo aumentare la spesa pubblica corrente, invece che abbassando le imposte. Poiché questi sono fatti e non opinioni, allo scatenarsi di questa crisi un governo dovrebbe sapere che il suo compito non è continuare a dire che ha ha fatto tutto quel che doveva e che i mercati hanno torto. Chi dice questo, si condanna al ridicolo e a essere travolto. Berlusconi è stato bastonato ieri dall’intera stampa mondiale per questa ragione. Ed è una buona ragione. Ogni giorno come ieri in cui la capitalizzazione di banche e imprese italiane va a precipizio più in basso del 40% e oltre che ha perso da inizio anno, è un giorno in cui per ognuno in Italia diventa più impossibile finanziarsi e rispondere dei propri impegni con un patrimonio che cade a un terzo, un quarto o addirittura un quinto dei mezzi propri. Così proseguendo, si arriva inevitabilmente alla svendita del Paese.

Per questo, in tali circostanze eccezionali, il governo dovrebbe avvertire di essere tenuto a un solo dovere. Non sperare nell’insperabile, e cioè che i mercati smettano. Ma riunire un Consiglio dei ministri d’emergenza in poche ore, capace di dare ai mercati il segno che l’Italia vara misure straordinarie per rendere più credibile quel pareggio di bilancio al 2014 che oggi appare a tutti troppo ritardato, e per di più con elezioni di mezzo. Bisogna farlo con misure che non colpiscano trasferimenti pubblici attuali, cioè stipendi e pensioni, perché significherebbe aggravare la crisi. Dunque , per esempio, un energico intervento di innalzamento in 3-5 anni a 70 anni dell’età pensionabile (attualmente ci arriveremo nel 2050), che da solo significa un miglioramento a regime dei saldi intorno ai 40 miliardi di euro, e privatizzazioni per 4-5 punti di Pil nel triennio ma a cominciare da subito. A fianco, meno tasse da subito.

Queste misure, o di analoga efficacia, il governo dovrebbe attuarle subito. E in più aprire alle parti sociali e all’opposizione, come ha fatto con Berlusconi a Montecitorio e nell’incontro di ieri con imprese e sindacati. Ma purtroppo l’impressione è che il governo abbia solo aperto questo canale di “metodo aperto”, senza mettere in conto che o interviene subito oppure, ragionevolmente, verrà semplicemente superato dagli eventi.

A una crisi mondiale in cui l’Italia finisce in mezzo per buone ragioni e non perché ne sia vittima , si si risponde con misure eccezionali. Se se ne è capaci. Se si è esaurito il combustibile di credibilità politica e ci si appiglia a imprese, banche e sindacati, sarà compito di questi ultimi non sbagliare il conto e pensare al bene del Paese. I sei punti condivisi dalle 18 parti sociali e offerti al governo come linee guida sono ciò di cui il Paese ha bisogno. Dai tagli al costo della politica alle privatizzazioni e liberalizzazioni, dalle infrastrutture alla modernizzazione del mercato del lavoro. Ma bisogna essere taglienti come rasoi. Se il governo Berlusconi crede di arrivare a settembre solo concertando per il futuro, invece di agire rispondendo subito all’emergenza dei mercati, allora a mio modesto avviso significa solo che il governo Berlusconi è finito.

 

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