Usa, Europa e i balbettii sul debito pubblico

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Anche la soluzione last minute al problema del debito pubblico federale statunitense appartiene alla categoria too little, too late. Esattamente come per i tre round in venti mesi dedicati dall’Europa al problema del debito greco. L’Europa ha pagato la sua miope debolezza estendendo i costi della messa in sicurezza e approfondendo il divario tra le economie reali dei suoi membri. L’America verrà meno duramente punita per via della forza del dollaro come tallone monetario mondiale, ma resta avviata su un sentiero di spesa e debito pubblico insostenibili, con una ripresa in cospicuo rallentamento e forte disoccupazione, e con un’Amministrazione che ha perso la sua credibilità. Se dovessimo fare un’ideale e sintetica graduatoria di chi ha commesso i maggiori errori, i diversi soggetti del mercato, i loro regolatori, oppure la politica?

Innanzitutto bisogna diversificare tra Europa e America, perché il punto di partenza è che la crisi dei debiti pubblici ha reso ormai evidente che ogni prospettiva di coordinamento globale in sede di G20 è semplicemente una chiacchiera priva di sostanza. I membri europei del G8 e del G20 non hanno potuto in un anno e mezzo mai chiedere che la crisi incrociata di sostenibilità del debito pubblico sulle due rive dell’Atlantico fosse affrontata in maniera globale, visti gli effetti durevoli che essa esercita sulla crescita mondiale, per il semplice fatto che non sono mai riusciti a darsi una vera ed efficace linea comune in Europa, fino almeno a due giovedì fa e con tutti i limiti di un accordo che ancora incoraggia al ribasso su Spagna e Italia. In questo, la politica europea ha più colpe di tutti.

E ad uscirne rafforzato è solo l’asse diretto tra Germania e Cina.

Quanto a quale politica abbia sbagliato di più a casa propria, tra quella europea e quella americana, sono per la seconda. L’Europa politica non esiste, e i compromessi che inducono a diversificare i premi al rischio, sia sovrani che dei sistemi bancari, rispondono comunque all’interesse del Paese europeo egemone. Negli States il circuito politico istituzionale capace di interventi e correzioni energiche esiste eccome, e il problema è solo quello di un’Amministrazione prigioniera della sua impostazione ideale, che non ha dato frutti nella ripresa e che non riesce ad ammettere che comunque l’ingentissima spesa pubblica aggiuntiva accesa nei comparti non discrezionali, come la sanità, aggiunta alle proiezioni previdenziali rende il livello di tassazione di equilibrio semplicemente impensabile per un’economia come quella americana.

I regolatori dei mercati sono forse coloro che hanno fatto quello che potevano, per ammonire la politica a desistere dall’errore. O meglio: lo fatto in Europa la Bce, e per questo i tedeschi l’hanno tenuta sotto schiaffo obbligandola per un anno e mezzo all’improprio compito di comprare sul mercato secondario i titoli dei paesi a rischio. La Fed, in America, non leva fiato sulla politica di tassa e spendi, perché a propria volta ha comprato asset pari a più della metà dell’intero valore attuale dei listini quotati statunitensi.

Poteva fare di più il circuito europeo delle Consob, cioè delle autorità sui mercati finanziari, per limare le unghie alla cosiddetta “speculazione”? E’ un tema che piace molti ai politici che invece di tagliare spesa e tasse preferiscono prendersela con i presunti avvoltoi del mercato, le agenzie di rating, i fondi hedge e tutti coloro che usano legittimamente Cds e vendite allo scoperto. Francamente, è un punto di vista che non condivido. I politici italiani ed europei non capiscono che la risposta alle agenzie di rating che downgradano gettando benzina sul fuoco non è quello di far nascere presunte agenzie di rating pubbliche nazionali e europee, come hanno fatto anni fa i cinesi. Dio ci salvi, da agenzie che diano giudizi sulla base di chi è più o meno amico del governo di riferimento, come puntualmente avviene per l’agenzia Dagong pechinese. I governi europei dovevano invece impuntarsi col governo americano, ma questo già tre anni fa prima della crisi dell’eurodebito, al fine che in America non siano più i giudizi delle agenzie di rating a far testo per le valutazioni seguite dalla FED nell’assunzione di titoli in controparte, nel proprio asset patrimoniale. Finché negli USA le agenzie di rating fanno fede pubblica sugli attivi della FED, chiedere di metter loro la mordacchia su qualunque altro loro giudizio è tempo sprecato, da parte di politici o ignari o in malafede.

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