Liberisti in Italia, che fare? Apriamo il mercato delle idee

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I commenti degli ultimi giorni su Chicago-blog, in particolare a questo mio post e alle “260 parole” di Federico Pontoni rivelano quanto profonda sia la disillusione di molti circa il governo attuale. È normale che fra i liberisti lettori di “Chicago-blog” ci si divida, fra quelli che, come Indro Montanelli, “ve l’avevano detto”, cioè che non si erano mai accodati al pifferaio magico Berlusconi, e quelli che invece pensavano che la “rivoluzione liberale” potesse essere il prodotto, o almeno una conseguenza inintenzionale, dell’azione politica del Cavaliere.La lettura della discesa in campo di Berlusconi è e resterà controversa. Ciò che invece è oggi molto meno controverso di quanto non apparisse appena pochi mesi fa, è il bilancio di questa avventura. Se bisogna valutarla sulle promesse, le promesse di Berlusconi stesso agli italiani, è stata in larga misura un’avventura fallimentare: lo dimostrano, in modo diverso, l’esito del referendum sui servizi pubblici locali e questa manovra.

Che uno si senta tradito o al contrario abbia trovato in questo lungo e disastroso epilogo del berlusconismo conferma di sue antiche tesi, dai commenti a Chicago emergono soprattutto, intrecciati l’uno all’altra, un senso di frustrazione che tracima in un pessimismo cosmico sul futuro del Paese, e invece la voglia di “fare qualcosa”, di agire, di mettersi in moto. Ciò che mi stupisce è però il sostanziale spaesamento di tanti amici, che sembrano avere bisogno di ritrovare un leader o un partito. Compiuta la profezia di Luigi Einaudi (“Il problema da risolvere non è già di trovare dei grandi industriali disposti a governare la cosa pubblica con la mentalità industriale. Essi non potranno fare che del male. Saranno degli straordinari improvvisatori”, 1922), avrebbe poco senso invocare ora l’intervento salvifico di una singola personalità. Stramaledetto il movimento che ha bisogno di eroi.

Se non un leader, serve almeno un partito? Una delle cose più sorprendenti, nel rileggere “La via della schiavitù” (qui versione abbreviata, appena uscita per Liberilibri), è come Hayek, in un momento tanto drammatico della storia del genere umano, e durante quello che è stato il secolo dei partiti di massa, a tutto pensasse per riscattare le sorti della libertà, tranne che ad operare all’interno dei partiti politici. I partiti erano, per Hayek, quelle strutture nelle quali “i peggiori arrivano in cima”. La strategia di Hayek mirava a “saltare” i partiti politici, insistendo invece sulla necessità di convincere gli elettori, il pubblico, gli altri esseri umani.

Hayek aveva capito che l’unico modo di circoscrivere l’azione dello Stato è agire sui “pregiudizi” della società: convincere la gente che ci sono cose che lo Stato non può e non deve fare. Per ragioni “economiche” (e perché all’epoca nella quale scriveva non c’erano certo Facebook e Twitter), Hayek credeva che si dovessero convincere per primi gli “intermediari” delle idee, i venditori di auto usate delle idee: intellettuali pubblici e giornalisti, avendo un’ambizione simmetrica a quella che avevano avuto i socialisti. I quali, espugnate università e case editrici, erano riusciti mirabilmente ad ammaliare con le proprie tesi il grosso della società.

Le nostre idee sono molto più difficili da spiegare, e convincono di meno, di primo acchito, perché propongono una visione molto meno fumettistica della realtà. Il liberale è una persona che, avendo raggiunto l’età adulta, capisce che le cose accadono, e che non c’è sempre qualcuno che tira i fili, non esistono complotti dietro ogni porta. Il liberalismo, al fondo, si basa su una sorta di accettazione della natura umana per quella che è: le ideologie che hanno avuto storicamente più successo proponevano la salvezza sulla terra.

Ma non per questo la sfida è persa a priori, e neppure la sfida è persa “perché l’Italia è l’Italia”. È verissimo che il nostro Paese a fronte di una tradizione intellettuale di grande rilievo (da Vilfredo Pareto a Bruno Leoni), ha avuto una misera messe di politiche improntate alle idee di libertà. Anche dai fallimenti degli anni recenti, è possibile imparare. Possiamo per esempio imparare che gli esami del sangue (chi è VERAMENTE liberale e chi no?) servono a poco; che un movimento fatto solo di generali e senza fanti non va lontano; che le idee vanno testimoniate anche nelle piccole cose (scrivere lettere ai giornali, anche locali; seminare link su Internet; distribuire libri che “infettino” con idee buone amici e conoscenze).

Ma quali possono essere, per rispondere alle domande di molti, le strategie migliori per portare le nostre idee al centro del dibattito? Per far sì che le nostre soluzioni siano discusse come meritano? Noi liberisti siamo di norma convinti che le migliori soluzioni ai problemi emergano da un processo decentrato, nel quale a una miriade di imprenditori viene lasciato di poter sviluppare i propri prodotti nel tentativo di andare incontro a una domanda.

È allora improbabile che uno solo di noi, anche al netto del fatto che la specializzazione porta alcuni a riflettere di più su questi temi ed altri di meno, abbia la risposta in tasca. Proviamo a cercarla assieme.

Chicago Blog apre il suo “mercato delle idee”. Mandate alla casella mercatodelleidee@brunoleoni.it la vostra proposta: un obiettivo strategico che dovremmo proporci assieme, un nuovo strumento che andrebbe attivato, una visione di come coordinare in modo nuovo sforzi diversi, l’idea di una campagna per colpire davvero l’opinione pubblica.

Starà a noi sistematizzare e ripresentarle ai lettori, riaprendo una discussione la più ampia possibile sul “che fare” per costruire un’Italia meno sorda alle idee di libertà.

Diamo solo tre indicazioni:

  •  non saranno riportate all’attenzione dei lettori proposte che giochino sul filo dell’impossibilità, tipo convertire George Soros al liberismo e farci donare 18 milioni di euro per la buona battaglia. Apriamo una “call for ideas” su ciò che noi tutti, ciascuno per la sua parte, possiamo fare: non cerchiamo messia;
  •  analogamente, non prenderemo in considerazione Grandi Piani Geniali in Venti Punti per risanare il Paese. Niente progetti faraonici, solo proposte sobrie, modeste e soprattutto pratiche su come far conoscere il buon senso liberista;
  • il punto di partenza di tutte le proposte deve essere che è possibile, effettivamente, fare qualcosa per convincere molte più persone della bontà del libero mercato, e perché realizzino il fallimento delle soluzioni alternative.

Il mondo di oggi consente a tutti di comunicare con molti più individui che in passato. Questi individui possono essere convinti da chi presenta in modo convincente idee sensate e ragionevoli.

Persuaderli non basterà a farne una forza rivoluzionaria, ma ne è la premessa inevitabile. “The revolution was affected before the war commenced: the revolution was in the hearts and minds of the people” (John Adams).

Non c’è sforzo troppo modesto o troppo piccolo.

I Tea Party americani possono piacervi o meno, ma la loro grande lezione è che i movimenti dal basso si costruiscono con la persistenza, la determinazione, il tempo, i denari di milioni di individui. Queste persone sono riunite in associazioni grandi e piccole, alcune piccolissime, di rilevanza strettamente locale. Marciano divisi per colpire uniti. In Italia è un modello improponibile? Può darsi. Non sappiamo cosa possa “funzionare” nel nostro Paese. Sicuramente non funzionano le scorciatoie, e i principi campano benissimo senza consiglieri liberisti. È il momento di provare strade nuove.

mercatodelleidee@brunoleoni.it: che fare? Apriamo il mercato delle idee.

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