16
Lug
2011

Spesa e crescita economica

Sta per arrivare una stangata fiscale, grazie al Governo che aveva promesso di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, senza a quanto pare alcun tentativo serio di diminuire la spesa pubblica, o perlomeno fare cassa con una nuova stagione di privatizzazioni. Quali saranno gli effetti di una tale manovra sulla salute, già pessima, dell’economia italiana?
La relazione tra crescita economica e spesa pubblica, studiata per anni dagli economisti che si occupano di public choice (si veda “Public Choice III” di Mueller) indica che la spesa pubblica danneggia la crescita, almeno se è superiore ad una certa soglia, pari per alcuni autori al 15%-20% del PIL. Non è chiaro cosa fissi questa soglia, ma possiamo pensare che la quantità di beni pubblici che lo Stato deve produrre ammontino più o meno ad un sesto del PIL. Il resto, se l’interpretazione è corretta, è rent seeking, parassitismo.
D’altra parte, nella letteratura statolatrica keynesiana, la spesa pubblica è considerata in grado di stabilizzare il ciclo economico, di incentivare l’innovazione tecnologica, e di assicurare benessere e prosperità per tutti. Pazienza se oltre un triliardo di dollari di deficit USA non hanno avuto alcun impatto sulla disoccupazione, se a furia di deficit il debito giapponese è arrivato al 200% del PIL, e se gli Stati europei con il più alto livello di debito sono quelli nelle condizioni economiche peggiori, come la Grecia e l’Italia (la Spagna è un caso a parte). Al cuor non si comanda, e la colpa è di noi economisti “liberisti” (concetto privo di senso) che non abbiamo cuore.
Vediamo cosa succederebbe a tagliare la spesa pubblica di un fattore consistente, diciamo il 4-5% del PIL, in modo da annullare il deficit pubblico. Nel breve termine, questo potrebbe comportare spinte recessive, ma positive nel medio termine, perché abbiamo le seguenti forze contrastanti all’opera:
  • La minore spesa pubblica e la maggiore spesa privata che ne conseguirebbe sposterebbe risorse dal primo al secondo settore, con fenomeni negativi nel breve termine per costi di aggiustamento, e perdite e guadagni per molti fattori di produzione a seconda se sono chiesti di più dal settore pubblico o da quello privato.
  • La maggiore credibilità finanziaria dello Stato calmerebbe i mercati e ridurrebbe gli spread di rischio, stimolando la crescita. Renderebbe inoltre più credibile la protezione statale sulle banche (che a parer mio andrebbe eliminata o perlomeno ridotta), dando allo Stato i fondi per aiutare effettivamente le banche, e stabilizzando i mercati finanziari.
  • La minore richiesta di fondi da parte dello Stato libererebbe risorse per gli investimenti privati, che faciliterebbero la crescita economica, attraverso la ricapitalizzazione dei mercati finanziari e gli investimenti.
    Di norma le politiche fiscali si dice abbiano un’efficacia limitata nel tempo (circa un anno), e probabilmente misure restrittive avrebbero conseguenze negative nel breve termine, per via del primo fattore sopra elencato. D’altra parte, in condizioni di elevato debito l’efficacia della politica fiscale si riduce, perché gli altri due fattori tendono a contrastare, e nel medio termine a sopraffare, il primo. Dato che l’Italia è in condizioni finanziarie critiche, questi due fattori sono già oggi importanti, e dunque l’effetto negativo nel breve termine della stretta fiscale sarebbe molto contenuto.
    Nel lungo termine (dopo circa un anno, forse due), il primo fattore scompare quasi del tutto. Il secondo e il terzo fattore invece diventano sempre più importanti, e dunque gli effetti positivi sulla crescita maggiori. Inoltre si aggiungerebbero un quarto ed un quinto fattore, ad aiutare la crescita.
    • Il ridotto deficit e il debito stabilizzato o in diminuzione consentirebbero di ridurre la pressione fiscale, e ridurrebbero il rischio di misure fiscali straordinarie la cui sola eventualità potrebbe aumentare i premi di rischio e disincentivare il risparmio e gli investimenti. La ridotta pressione fiscale toglierebbe i disincentivi al lavoro, aiutando la crescita.
    • Le privatizzazioni per fare cassa e ridurre il deficit, perlomeno se unite a liberalizzazioni che aumentano la concorrenza (tra le due finalità c’è un’inerente contraddizione, però, perché più si liberalizza e meno si guadagna dalla privatizzazione), aiuterebbero ad aumentare la profondità dei mercati finanziari, la loro liquidità, e il livello di concorrenza ed efficienza dei mercati.
      La crescita non è solo tasse e non è solo spesa pubblica: è anche giustizia civile, regolamentazioni, rispetto dei diritti di proprietà, capitale sociale (fiducia e capacità di cooperare), sicurezza dalla criminalità e dalla politica, tassi di risparmio, spirito imprenditoriale. L’Italia ha problemi da tutti questi punti di vista, tranne forse gli ultimi due, e dunque il gap di crescita del Paese non si eliminerà solo con minore spesa e minori tasse. Ma le politiche dell’attuale Governo rischiano di ampliare il divario tra le economie relativamente sane, come quella tedesca, e la nostra, che dopo oltre mezzo secolo di malgoverno sistematico è ormai incapace di crescere, e continua ad annaspare ormai dalla fine degli anni ’80, senza che la politica, di destra o di sinistra, riesca a concepire nulla che assomigli ad una soluzione.

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      2 Responses

      1. Giuseppe D'Andrea

        La sintesi perfetta : “La crescita non è un prodotto, è un processo”; questo processo sarebbe stato più semplice da effettuare in un altra epoca, ma come ben sappiamo, in tempi di “vacche grasse” sono pochi quelli che pensano alle carestie che di solito sono lasciate al pensiero di future generazioni. Questo è il concetto deleterio dello Statalismo fuori misura, che con la scusa di occuparsi di tutto e tutti, limita la libertà dell’individuo e calcifica gli interessi delle corporazioni.

        In fondo si fa molta confusione sul “liberismo”, molti lo vedono come una spinta evoluzionista che tenta di uccidere il più debole per favorire i forti, altri lo vedono come un “americanata”. Io credo che si tratti di fare la scelta appropriata al momento giusto, di dare l’opportunità a chiunque abbia un valore di emergere, di pensare che i giovani saranno il futuro ma meritano anche un posto nel presente, di rendere la democrazia un concetto vero.

      2. Borderline Keroro

        “…dopo oltre mezzo secolo di malgoverno sistematico è ormai incapace di crescere, e continua ad annaspare ormai dalla fine degli anni ’80, senza che la politica, di destra o di sinistra, riesca a concepire nulla che assomigli ad una soluzione.”

        La politica è perfettamente capace di trovare una soluzione. Ma non vuole, perché si tratta, semplicemente, di tagliarsi i viveri.
        Non sto parlando semplicemente di spese per la politica, ma esattamente del parassitismo citato all’inizio dell’articolo.
        Senza clientes addio rielezioni, addio sinecure per i trombati, addio bella vita senza produrre nulla, anzi, facendo solo danni.
        Ormai siamo all’ammazzacaffè, altro che alla frutta.
        Ci manca solo un bel Montezemolo, predicatore della meritocrazia altrui, e siamo definitivamente in volo giù dalla rupe.
        Buon atterraggio!

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