Contro il default vendere vendere vendere

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I mercati finanziari non ci stanno dicendo nulla che non sapessimo. Ci ricordano, dolorosamente, che un individuo, una famiglia, un’azienda o uno Stato non può, contemporaneamente, essere sommerso dai debiti e continuare a spendere più di quel che guadagna. Ci ricordano, cioè, che abbiamo due problemi: l’eccesso di debito e l’eccesso di spesa (non dico, per ovvie ragioni, deficit di entrate). I due problemi si intrecciano – lo sbilancio di un anno è l’aumento del debito dell’anno successivo – ma vanno tenuti separati. Anche le soluzioni si intrecciano – meno spesa oggi vuole dire meno debito domani, e meno debito oggi vuol dire meno spesa per interessi domani – e pure loro vanno tenute separate. Per risolvere il problema della spesa, c’è l’imbarazzo della scelta. Per risolvere il problema del debito, una persona, una famiglia, un’azienda o uno Stato deve anzitutto fare una cosa: vendere il suo attivo patrimoniale per estinguere il debito.

Il nostro debito pubblico ammonta, come si vede dal contatore qui a fianco, a circa 1900 miliardi di euro. Secondo la Decisione di finanza pubblica 2011, nel 2010 abbiamo speso per interessi quasi 73 miliardi di euro, a fronte di un debito pubblico di circa 1843 miliardi. Vale a dire abbiamo pagato un interesse medio di poco inferiore al 4 per cento. Questo significa che ogni euro di minore debito oggi, equivale a minori spese oggi e per sempre di 0,04 euro. Il deficit di bilancio è sostanzialmente coincidente con la spesa per interessi: in altre parole, ci siamo indebitati per pagare gli interessi. Di fronte a questi dati, c’è una sola cosa da fare: vendere tutto il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, che non sia strettamente essenziale allo svolgimento delle attività che solo le amministrazioni pubbliche possono svolgere, come hanno suggerito anche Roberto Perotti e Luigi Zingales. Questo implica due cose:

  • Vanno esternalizzate tutte le attività che il mercato può svolgere al posto dello Stato;
  • Vanno affidate al mercato – e vanno finanziate dai consumatori – tutte quelle spese che non devono essere strettamente svolte dallo Stato e finanziate dai contribuenti.

La buona notizia è che, in pancia allo Stato e alle sue varie articolazioni, sta un valore immenso. Qualche mese fa, avevo tentato una sorta di piccolo censimento, nell’ambito della campagna lanciata dal Fogliovendere vendere vendere” (a cui rubo il titolo di questo post): il risultato è che il debito è un debito virtuale. Il settore pubblico in Italia possiede abbastanza attivi inessenziali da trasformare un problema enorme e apparentemente insormontabile in un non-problema. Il patrimonio edilizio, secondo una stima Ibl-Magna Carta, vale almeno 400 miliardi di euro. Poi ci sono le grandi aziende partecipate o possedute dal Tesoro: Enel, Eni, Finmeccanica, Terna, Poste, Ferrovie, la Rai, eccetera, il cui valore si può stimare (conservativamente) in circa 50 miliardi (e altrettanti – un terzo dei quali entrerebbe nelle disponibilità del Tesoro attraverso la Cdp – potrebbero essere estratti da una riorganizzazione del solo gruppo Eni, su cui tornerò nei prossimi giorni). La galassia delle municipalizzate, difficile da valorizzare perché dispersa ed eterogenea, produce comunque ricavi superiori ai 40 miliardi di euro: molte di queste realtà, seppure male amministrate, nascondono un valore che si potrebbe rapidamente far emergere.

Il punto è questo: la cessione degli attivi patrimoniali inessenziali all’attività del governo potrebbe consentire l’abbattimento del debito pubblico, in tempi ragionevoli, per una quota tra un minimo (nella peggiore, ma peggiore peggiore, delle ipotesi) di un quarto a un massimo attorno al 40 per cento, cioè presumibilmente nel range 475-760 miliardi. Questo determinerebbe minori spese, da ora e per sempre, assumendo il tasso di interesse medio del 2010,  tra i 19 e i 30 miliardi di euro all’anno. In altre parole, una seria politica di privatizzazioni vale potenzialmente tra la metà e i due terzi all’anno, tutti gli anni, di quello che la presunta manovra lacrime e sangue attualmente in discussione vorrebbe estrarre, principalmente attraverso maggiori tasse, da qui al 2014.

Valgono tre obiezioni – una tecnica, una finanziaria, una politica.

L’obiezione tecnica è che il processo di privatizzazioni, al di là delle difficoltà operative, non avverrebbe in due giorni (specie per il patrimonio immobiliare). La mia contro-obiezione è che non importa: i mercati non sono stupidi. Un impegno credibile ad alienare tutto questo ben di Dio verrebbe interpretato per quello che è, cioè la garanzia di quella solidità che finora è mancata. L’effetto immediato del semplice annuncio, se credibile, sarebbe quello di placare le tensioni sui mercati internazionali.

L’obiezione finanziaria è che alcuni degli attivi citati – penso ad alcune grandi aziende partecipate dal Tesoro e alcune municipalizzate – staccano cedole comparabili, o superiori, al risparmio derivante dai minori interessi sul debito. La mia contro-obiezione è articolata: da un lato abbiamo un’urgenza (abbattere il debito e rassicurare i mercati); dall’altro, la privatizzazione dei colossi pubblici avrebbe di per sé effetti pro-competitivi, e in alcuni casi faciliterebbe i processi di liberalizzazione attualmente arenati, e dunque favorirebbe la crescita del Pil. Il gettito fiscale derivante dalla maggiore base imponibile molto probabilmente supererebbe la perdita dei dividendi, o almeno la compenserebbe.

L’obiezione politica è che c’è appena stato un referendum di segno contrario. La mia risposta, qui, è pragmatica: mi dispiace per chi ha votato sì, ma avete sbagliato. Se proprio, escludiamo l’acqua (gli italiani hanno creduto di votare sull’acqua, ma hanno votato contro la razionalizzazione di tutti i servizi pubblici locali). Ma per il resto, in questo momento ci sono urgenze e circostanze che superano, per ovvie e comprensibili ragioni, il senso tutto politico di un voto, peraltro giocato largamente su disinformazione, strumentalizzazioni e populismo. Non possiamo, ora, permetterci il lusso dello statalismo, municipale e no. Abbiamo il dovere di ridurre il perimetro dello Stato prima che esso ci crolli addosso.

Privatizzare e liberalizzare è da sempre una proposta dell’Ibl, perché solo così si può rilanciare la crescita del paese in via di sottosviluppo in cui abbiamo la ventura di vivere. Oggi, però, privatizzare e liberalizzare – e usare le risorse aggiuntive derivanti da eventuali tagli alla spesa pubblica per ridurre le tasse – è qualcosa di più di un’idea, una speranza o una velleità di pochi liberisti. E’ l’unica e necessaria strada che possiamo imboccare per evitare di precipitare lentamente tra le sabbie mobili della decrescita, della sfiducia e di un debito pubblico che si accumula, anno dopo anno e giorno dopo giorno, senza altra ragione che ripagare se stesso.

Vendere le proprietà pubbliche serve alla crescita, serve ai mercati e serve a rendere sostenibile il bilancio pubblico. Vendendo tutto ci compriamo il tempo necessario a ristrutturare – cioè tagliare seriamente, scientificamente e pesantemente – la spesa pubblica. Vendendo tutto ci salviamo. Bisogna vendere, vendere, vendere. Ora o mai più. Tutto e subito.

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