Grecia e soluzione alla russa

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Panorama Economy e Tempi mi hanno chiesto per i loro numeri in uscita domani e giovedì un’opinione su Grecia ed eurodebito. Eccola con qualche variante: una bocciatura secca per la classe politica europea.

La crisi greca esplose nell’autunno del 2009, quando i socialisti vinsero le elezioni e nel giro di pochi giorni si scoprì ciò che in realtà molti sospettavano. E cioè che i falsi nella contabilità pubblica greca superavano di gran lunga la media consentita per reciproca convenienza a molti membri dell’euroarea – compresi i grandi, Germania e Francia, non dimenticatevi che entrambe evitarono con cosmesi di bilancio le procedure d’infrazione,anche se molti sembrano averlo dimenticato.

Di fronte a falsi nell’ordine di 15 punti di Pil di deficit pubblico annuale occultato, la bomba esplose. L’incapacità in 18 mesi di trovare una buona soluzione comune alla crisi dell’eurodebito è un’evidente prova dell’inadeguatezza della classe politica europea.

C’erano quattro grandi problemi. Il primo è che grandi banche tedesche e francesi erano piene di carta pubblica greca ad alto rendimento, e dunque Berlino e Parigi escludevano che esse dovessero rimetterci, dopo i salvataggi pubblici avvenuti nei loro Paesi. Secondo, il governo Merkel era e resta in difficoltà a dire la verità ai propri elettori, e cioè che occorre procedere a evitare il peggio per gli eurodeboli, perché è interesse comune anche degli euroforti come la Germania. Terzo, le regole dell’euro non prevedevano e non prevedono uscite momentanee o definitive di Paesi in difficoltà, che non potendo contare su tassi d’interesse propri, e avendo limiti fisici al rigore pubblico deliberato da un momento all’altro senza cadere nella recessione profonda che rende comunque il debito insostenibile, possano almeno svalutare nella misura ritenuta giusta dai mercati, e ripartire incorporando un alleggerimento reale del debito rimasto nominalmente eguale. Quarto, le regole del’euro non prevedono neanche meccanismi di default parziale che non passino per la svalutazione monetaria, ma che avvengano invece attraverso modifiche alla duration  dei titoli, o del loro valore nominale, o  col minor rimborso  di quote d’interessi dovuti (in gergo haircut, taglio di capelli).  Né tanto meno prevedendo la distinzione dei diversi soggetti prenditori che devono in maniera diversa sobbarcarsi ad una o a tutte queste condizioni: distinguendo cioè tra banche e intermediari finanziari privati, la BCE che accetta titoli pubblici come collaterale, e il risparmio retail di massa che bisogna invece tentare di preservare.

Natura e proporzioni della crisi greca – che dietro di sé porta il rischio portoghese, irlandese e spagnolo – dovevano indurre la politica europea a capire in poche settimane che la soluzione numero tre o comunque numero quattro era preferibile a prestiti il cui tasso era impossibile, per una Grecia costretta a un rigore giusto ma tanto subitaneo da sprofondarla nella crisi. Quei prestiti a quelle condizioni avrebbero solo dilazionato e no evitato il botto, rendendolo però più caro per tutti.

E’ puntualmente quanto avvenuto. Il nuovo veicolo comunitario di salvataggio, previsto per il 2013, è come il via libera al mercato a scommettere che prima del 2013 la Grecia e magari anche qualcun altro saltino in aria. Nel frattempo è vero che le banche franco-tedesche hanno alleggerito la propria esposizione, ma tutti gli spread sono saliti addossando oneri ai contribuenti di mezza Europa. La divergenza della crescita rispetto alla Germania è peggiorata quasi per tutti. L’avversione degli elettorati per l’euro, l’Europa e l’incolpevole BCE è salita dovunque.

Io sono tra quelli, fossi tedesco, che ragionerei per primo che non tocca alle formiche aiutare perennemente le cicale, e urlerei se non mi si abbassano le tasse per gli aiuti agli spreconi d’altri euromembri. Ma comportandosi come si è comportata la Merkel, e con la gara dei politici tedeschi a parlare sempre più esplicitamente di default greco senza mai presentare unna proposta concreta che lo renda praticabile senza troppi traumi, l’effetto ottenuto è stato opposto. Anche olandesi, slovacchi, sloveni e finlandesi ragionano come i tedeschi, nessuno si fida più di nessuno, e la Merkel comunque ha perso ogni tornata elettorale locale.

Nel 1997 e 1998 la Russia si trovava in condizioni del tutto analoghe alla crisi dell’eurodebito. Stati Uniti, Giappone, Germania, Fondo Monetario e Banca Mondiale le prestarono  pacchi di miliardi dell’epoca con l’idea che fosse troppo grande e “sistemica” per farla fallire, e chiedendo a Mosca in cambio rigore pubblico e balzo in avanti di produttività, cioè svalutazione reale dei salari che per i Paesi in difficoltà è l’unica maniera per realizzarlo senza svalutazione monetaria. La Russia disse sì, ma il 178 agosto del 1998 prese improvvisamente un’altra strada. Lasciò vertiginosamente cadere il rublo e andò in default per l’equivalente di un centinaio di miliardi di dollari di oggi. Per qualche mese si temette la fine del mondo. Non avvenne. Dopo sei mesi, cominciò una crescita vorticosa del Pil russo – 10 volte maggiore dopo un decennio – e della Borsa – – accresciutasi di 20 volte.

L’esempio russo è la exit strategy da seguire. Se la politica europea non vuole concordare norme per l’uscita dall’euro, allora deve definire norme per il default controllato degli iperindeibitati, non a spese del mercato retail. E sottoponendo quei Paesi a quel punto a una disciplina crescente per conti pubblici e produttività, ma senza per questo farli scendere all’inferno di una disoccupazione al 30% con le piazze in fiamme.

E’ quando sembra di dover fronteggiare l’impensabile , cioè contingenze sino a quel momento impreviste, che si vede se una classe dirigente vale oppure no. Se vale, deve saper trovare soluzioni nuove, fino al giorno prima scartate come per articolo di fede. Se non vale, continua a ripetere i dogmi del passato. Dimenticando però che la vera fede – in Dio ma anche, per chi non ci crede, nell’uomo – consiste nella difesa della vita. Non in precetti che rendono più probabile la morte.

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