Le lobby sono democrazia. Di A. Chirico

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Riceviamo da Annalisa Chirico e volentieri pubblichiamo.

Nel dibattito più o meno clandestino sul referendum sull’acqua, non sono mancate, tra i fautori del sì e del no, reciproche accuse di essere legati ai “poteri forti” o agli “interessi oscuri” attorno al business idrico. Multinazionali e aziende impegnate contro i quesiti referendari per trarre profitto da una (inesistente) “privatizzazione dell’acqua”. Oppure, il partito dei sindaci e dei boiardi di Stato impegnati nella partita della ripubblicizzazione.

La parola “lobby” in Italia è ammantata di un alone di opacità e non senza ragione. Tuttavia, la domanda è se il problema siano i gruppi di pressione che agiscono per influenzare il decisore pubblico, o piuttosto le regole che ne governano (in modo lacunoso e disorganico) il rapporto con la politica.

Il gruppo di pressione (equivalente italiano di “lobby”) è un gruppo di interesse caratterizzato dall’aspirazione a influire sul processo decisionale. Esso si differenzia, dunque, dal partito perché non mira a sostituirsi al decisore pubblico e rimane fuori dalla competizione elettorale. Il lobbista è una professione come un’altra, dotata di una propria dignità. Essa richiede conoscenze, competenze, un’expertise specifica. E il carico dispregiativo con cui il faccendiere Bisignani, presunto burattinaio della presunta P4, viene elevato a  “lobbista” nel dibattito pubblico nazionale testimonia di una arretratezza culturale. Un lobbista agisce nel rispetto della legge: non è né un faccendiere né un furfante.

In Italia vi è stata un’atavica diffidenza verso l’attività dei gruppi organizzati, nonostante la loro esistenza faccia parte della fisiologia democratica. Nel Belpaese, invece, i partiti hanno giocato per lungo tempo un ruolo da monopolisti nell’intermediazione tra il Palazzo e la società civile. Inoltre, il contesto italiano si è caratterizzato per un basso livello di cittadinanza attiva, un tessuto produttivo costituito soprattutto da piccole e medie imprese, e per un’influenza forte della cultura francese di matrice rousseauiana. L’idea dell’ “interesse generale” come qualcosa di astratto e reificato, di cui il Grande Legislatore è interprete privilegiato, ha plasmato pesantemente le istituzioni e la cultura amministrativa italiana. Una concezione assai diversa da quella invalsa nel mondo anglosassone, che piuttosto che far calare la “volontà generale” dall’alto, lascia che essa prenda forma dal basso, dagli interessi particolari esistenti, considerando la decisione politica essenzialmente come mediazione e composizione di interessi diversi in concorrenza tra loro.

Negli Stati Uniti il diritto di “fare pressione” sul decisore pubblico è sancito dal Primo emendamento della Costituzione, laddove si menziona il “right to petition”, ovvero il diritto di rivolgersi direttamente al governo (inteso in senso lato) al fine di rappresentare le proprie istanze, prima che il decision-maker decida. I gruppi, che vogliono farsi sentire, dispongono di uno strumento fondamentale, ovvero le audizioni pubbliche nelle commissioni parlamentari. Come sono disciplinate? Innanzitutto, esse possono essere richieste anche dalla minoranza con una settimana di anticipo. Alla convocazione segue l’invio di un’email di preavviso a tutti i gruppi di pressione registrati presso un albo pubblico. Questi possono richiedere di essere auditi. Ciascuno ha diritto a parlare per cinque minuti, dopodiché lo scambio (interamente rendicontato) si svolge in forma di contraddittorio. Al termine dell’audizione la Commissione procede al markup, ovvero alla modifica o integrazione del bill alla luce delle osservazioni dei soggetti auditi. La commissione è tenuta a motivare le ragioni alla base delle singole opzioni e la relazione così licenziata è inviata agli auditi e trasmessa all’aula.

Che cosa avviene a casa nostra? Le audizioni sono una farsa, perlopiù manipolate dalla maggioranza di turno o dal presidente della commissione. Innanzitutto, in Italia la cosiddetta istruttoria parlamentare aperta è sistematicamente cancellata dai maxiemendamenti, su cui il governo pone la fiducia (facendo cadere così tutti gli eventuali emendamenti presentati, anche in seguito alle audizioni). L’art. 79 del Regolamento della Camera, inoltre, prevede audizioni, anche in comitati ristretti, di soggetti portatori d’interessi. E’ l’ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti di gruppo, che decide a maggioranza; in assenza di questa, è il Presidente della Commissione a decidere chi coinvolgere nella fase dell’indagine conoscitiva. Non c’è nessun registro pubblico. Prevalgono criteri di simpatia, clientela, convenienza politica. Anche una volta che il soggetto privato è stato ascoltato, la commissione non è tenuta a effettuare quel markup, che abbiamo visto nel sistema americano. In altre parole, la politica può decidere chi ascoltare e chi no, per quanto tempo, e, se al termine dell’audizione decide in dissenso dalle argomentazioni ascoltate, può farlo tranquillamente senza alcun obbligo di motivazione. Per non parlare poi dei cosiddetti “esperti” chiamati dalle parti contrapposte esclusivamente per avvalorare le proprie posizioni.

Un lobbista ha bisogno di incontrare il decisore pubblico. Di “stabilire un contatto”. Frequentare le stanze del Palazzo è importante. A livello di Parlamento Europeo una società può iscriversi presso un albo pubblico e così ottenere un pass, che dura da tre mesi a un anno. Non si parla esplicitamente di lobby, ma di “frequentatori abituali”. In questo modo il gruppo di pressione si impegna a rispettare un codice di condotta. In caso di violazione, il pass viene ritirato e, nei casi più gravi, la società di appartenenza del lobbista rischia l’interdizione permanente dall’istituzione. Con queste regole Bruxelles garantisce trasparenza del processo decisionale e parità di accesso per i vari stakeholders.

In Italia, di nuovo, la farsa. La discrezionalità è l’unico criterio, che governa le modalità di accesso ai palazzi delle camere (e agli uffici dei funzionari parlamentari). All’inizio di ogni legislatura il collegio dei questori di ciascuna camera decide, senza rendere conto a nessuno e sopratutto senza rendere pubblico alcunché, quali soggetti esterni possano avere libero accesso ai palazzi e quali no.

Gli interessi non sono una cosa sporca. In una società libera essi sono un elemento fisiologico, essenziale, e la competizione tra interessi diversi fa la democrazia. L’alternativa è il Grande Legislatore, che possiede tutti  i mezzi e stabilisce tutti i fini. Il problema, che giustifica spesso la diffidenza verso le “lobby”, è l’oscurità nella quale esse operano; un’oscurità, che è da imputare alla politica incapace di fissare regole chiare, trasparenti e uguali per tutti. Una responsabilità della politica, dunque, ancora più grave, dal momento che, come alcune sentenze della Corte Costituzionale hanno accertato, il diritto di influenzare il decisore pubblico ha valenza costituzionale. (In particolare, si segnalano le sentenze della Corte Costituzionale n. 1 e 290 del 1974 in materia di sciopero c.d. “politico” e la sentenza n. 379 del 2004 in materia di Statuto regionale dell’Emilia Romagna).

In Italia, come scrive Pierluigi Petrillo in “Democrazie sotto pressione”, la regolamentazione delle lobby è strisciante e ad andamento schizofrenico. L’informalità e la discrezionalità sono la cifra principale della forma di governo. Per creare un albo pubblico e ridare valore alle audizioni parlamentari, basterebbe una riforma dei regolamenti delle camere. Un miraggio. E noi, invece di richiamare la politica alla sua responsabilità (quella, per l’appunto, di fare politica), ce la prendiamo con i “poteri forti”. Così facendo, sbagliamo bersaglio e diamo un ottimo alibi a una politica buona a nulla.

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