Dentro i partiti nell’acqua!

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Mentre il risultato del referendum sull’acqua è ancora caldo, cominciano a emergere i problemi creati dal voto referendario. A partire dalle difficoltà di garantire al settore una governance che sia, contemporaneamente, efficace, efficiente e coerente col risultato delle urne. Purtroppo, infatti, la vittoria dei “sì” apre una serie di problemi che sarà difficile tappare. Non mi riferisco solo alla frenata nei programmi di investimento di molte utility o all’incertezza che si è venuta a creare. Penso anche ai due grandi inconvenienti che la consultazione ha creato.

Il primo inconveniente è, se posso metterla in termini provocatori, è che gli italiani sembrano aver improvvisamente (e improvvidamente) dimenticato la rabbia che tutti noi proviamo quando leggiamo dei privilegi e dei sotterfugi di cui campa la Casta – per non dire di Tangentopoli. Lo ricorda molto bene Linda Lanzillotta in un articolo su FirstOnline: il referendum ha travolto, tra l’altro, il regolamento attuativo del 23 bis che impediva ai politici trombati e ai loro parenti (così come ai parenti dei politici in carica) di assumere ruoli dirigenziali nelle aziende controllate da enti pubblici. Scrive l’ex ministro degli affari regionali, artefice a suo tempo di un progetto di riforma dei servizi pubblici locali affossato dai veti salvacasta della sinistra massimalista:

non si tratta di poca cosa ma di decine di migliaia di posti clientelari che costano alla finanza pubblica e al sistema Paese non solo in termini di esborso di denaro ma per la rete di corruttela che da questo sistema emana, per la pervasività della intermediazione politica nell’economia che tali meccanismi generano (si pensi solo agli appalti e agli acquisti gestiti dalle società locali) soffocando imprese e cittadini, per la cattiva qualità dei servizi.

Ecco: il vaso di Pandora è scoperchiato. Naturalmente non è sufficiente sbarrare la porta ai politici ed ex politici per garantire un buon funzionamento del sistema. Per certi versi, si tratta di una scelta troppo tranchant: non dubito che esistano ex politici o parenti di politici con tutte le carte in regola per amministrare una realtà complessa come un’azienda di servizio. Ma questo problema non esisterebbe se solo tali soggetti fossero fuori dal perimetro della politica: un’azienda privata, quando assume un manager, fa un investimento sulle sue competenze. Se piglia il manager sbagliato o incapace, perde soldi. Quindi ha un forte incentivo a selezionare personale adeguato. Invece, una società che si trova, contemporaneamente, controllata dalla politica in virtù dei suoi assetti proprietari, e che ha ottenuto dalla politica – per vie opache – la protezione del suo business, è un brodo di coltura perfetto per il germogliare di situazioni, diciamo così, poco chiare. Quindi una norma che sarebbe inutile o persino ingiustificata in un contesto privatistico, diventa fondamentale in un contesto di ritrovato protagonismo pubblico. Lanzillotta ha annunciato che presenterà un disegno di legge in tal senso lunedì prossimo: dall’accoglienza che riceverà, potremo capire molte cose – oppure trovare conferma dei sospetti che, su Chicago-blog, non abbiamo mai taciuto.

Il che ci porta al secondo problema. Non basta che nel settore siano chiamati manager capaci. Occorre anche che essi abbiano i mezzi finanziari per fare il loro mestiere: cioè, garantire anzitutto una buona gestione operativa delle rispettive aziende, e poi fare gli investimenti che sono indispensabili (perché lo impone l’Unione europea e il buonsenso) o utili. Se ne occupa Carlo Scarpa sul Lavoce.info: i soldi, molti semplicemente, possono arrivare solo da due tasche. Una tasca è la tariffa. L’altra tasca il bilancio pubblico, cioè le tasse. Se la tasca tariffaria diventa inagibile – perché diamo un’interpretazione radicale del referendum, come chiedono i suoi promotori – allora non resta che alzare le tasse (o tagliare altre spese riducendo altri servizi oggi garantiti ai cittadini). Al di là dei potenziali effetti perversi di un prezzo che non copre i costi – e che pertanto incentiva il sovraconsumo (aka: spreco) e il sovrainquinamento (grazie, Greenpeace!) – ci sono limiti oggettivi alla capacità delle finanze pubbliche di far fronte all’onere che gli viene attribuito. Certo, si potrebbero scrivere norme che in qualche modo aggirino il quesito referendario, restando comunque nel solco a cui  ci obbliga la normativa comunitaria di piena internalizzazione dei costi in bolletta. Ma questo ci porterebbe al paradosso enfatizzato da Scarpa:

Quanto alla soluzione “a regime”, questa pessima politica ci lascia con un paradosso. Se non vogliamo tradire la volontà popolare, rischiamo di uccidere un settore vitale. Ma tradire la volontà popolare (che piaccia o meno) non sarebbe peggio? Ai nostri sagaci politici l’ardua sentenza.

Purtroppo, comunque lo si guardi questo referendum è un pasticcio. E non può essere ignorato nel nome del suo presunto significato politico. Se la maggioranza ha preferito ignorare il problema credendo di mettergli la sordina, e se l’opposizione ha scelto di cavalcare la tigre referendaria nella convinzione che non ne sarebbe morsa, oggi è il paese a pagarne il prezzo. Rilancio, quindi, la mia proposta: il Parlamento discuta (e – spero – bocci) la proposta di legge d’iniziativa popolare sull’acqua, presentata alcuni anni fa da quelli che poi avrebbero promosso il referendum e che suggerisce la piena ripubblicizzazione dell’acqua. Andiamo alla conta in Parlamento e, sperabilmente, bocciamola. Ma poi offriamo anche un’alternativa seria, per l’acqua e gli altri servizi. E dunque partiamo dal disegno di legge del Pd sull’acqua e dal ddl Lanzillotta per gli altri servizi pubblici locali. Solo così potremo andare alla conta e vedere chi è riformista e chi no; chi cerca soluzioni che funzionano e chi preferisce rincorrere la tentazione del populismo; chi si sforza di far funzionare le cose, e chi si accontenta di trovare una poltrona per il culo degli amici suoi.

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